Uno sguardo
Apr. 5th, 2025 10:12 pmTitolo: Uno sguardo
Fandom: D.Gray-man
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COWT 14 Week 5 M3
Uno sguardo
Titolo: Uno sguardo
Fandom: D.Gray-man
Rating: SAFE
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COWT 14 Week 5 M3
Titolo: Romulus
Fandom: Star Trek
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COWT 14 Week 3 M2
Lei era morta e ora lui stava scappando da chi l’aveva uccisa. Non poteva competere con la forza di un romulano, doveva procurarsi un’arma e in fretta, ma dove. Probabilmente quelli che avevano teso loro la trappola avevano diramato la sua fisionomia.
Ciò che è peggio, gli avrebbero dato la colpa e usato la notizia per riscaldare gli animi e provocare un’altra guerra con la Federazione. Già s’immaginava il senatore di turno a inveire contro i terrestri che avevano organizzato una spedizione segreta per colpire Romulus e ucciso a tradimento una delle sue figlie predilette.
La notizia avrebbe fatto grande scalpore e infiammato gli animi, quindi doveva a tutti i costi evitare di farsi catturare. Non credeva di essere stato scoperto, lo stavano cercando solo perché era stato il testimone oculare di quell’omicidio, ma se l’avessero preso… Allora sì, che sarebbe stato spacciato. Si sarebbero accorti subito che non era un vero romulano ma un umano e si sarebbe gridato al gran complotto della Federazione.
Quell’omicidio avrebbe macchiato la Federazione di sangue e la notizia avrebbe fatto il giro della Galassia. Molti popoli avrebbero cessato i contatti con la Federazione e quelli che erano già entrati a farne parte avrebbero chiesto di uscirne. Un disastro di proporzioni bibliche.
James cercò di concentrarsi su ciò che sapeva dei dintorni. Gli serviva un po’ d’aiuto, chi conosceva che glie lo potesse dare? Si strinse nell’ampio mantello, unico capo di vestiario che fosse riuscito ad afferrare mentre usciva di corsa da quella che era stata casa sua per gli ultimi cinque anni. Gli abiti ‘da casa’ che indossava non erano considerati presentabili per un romulano di un certo rango, come lui era. Già era.
Un valoroso soldato di romulus. Forse, se fosse riuscito ad arrivare alla guarnigione, i suoi compagni gli avrebbero creduto… Doveva provarci. Sollevò di più il bavero del mantello e cercò di camminare con disinvoltura. Meno attirava l’attenzione, più possibilità aveva di arrivare indenne a destinazione.
Svoltò in una stradina laterale, se passava dietro il palazzo del senato avrebbe rischiato di meno. Il suo mantello era elegante, non avrebbe ricevuto occhiate sospettose o malevole. Un romulano dal portamento fiero lo precedeva, diretto chissà dove. Si mantenne nella sua scia, era poco più basso di lui, ma di certo pericoloso se provocato.
Si era compiaciuto della propria fortuna troppo in fretta: il romulano entrò nella guarnigione davanti a lui. Si fermò, se fosse entrato subito dopo avrebbe potuto pensare di essere seguito e prenderlo di petto. Contò fino a venti e poi varcò la porta che conduceva nel piazzale della caserma.
“Perché mi stai seguendo?” ringhiò una voce dietro di lui e fu afferrato con forza, girato e sbattuto contro la parete.
“Vi sbagliate, non stavo seguendo voi,” alitò James, sul punto di soffocare.
Il romulano lo lasciò andare di colpo, un’espressione di stupore sul viso dalle sopracciglia affilate.
James si portò le mani alla gola, ma ormai era tardi, il suo avversario doveva aver notato i segni che gli si erano formati all’istante per la pressione delle sue dita, cosa che su un vero romulano non sarebbe mai accaduta.
“Chi siete?” mormorò.
James credeva che avrebbe gridato ai quattro venti che non era uno di loro, invece sembrava più curioso che indignato o furibondo. Doveva tirare un sospiro di sollievo? No, era ancora presto per cantare vittoria. Cosa poteva raccontargli? Di certo non che era un terrestre modificato per avere fattezze romulane perché era il duplicato di un noto capitano della Flotta Stellare.
“Sono Llais s'Dvath, un soldato di questa guarnigione.”
Il romulano gli si avvicinò di più, come se lo stesse valutando. O annusando…
“Non ne hai l’odore.”
Cosa significava che non ne aveva l’odore, era la prima volta che qualcuno gli diceva una cosa del genere.
“Non farci caso, il nostro Lhaoek s'Kaehoel fa sempre così con quelli che non conosce. Io sono Ariak s’Thokar”
James abbozzò un sorriso.
“Grazie per l’aiuto, Lhaoek ha la mano davvero pesante.”
“Lo so, quando lottiamo mi fa sempre un gran male,” rise Ariak.
“Smetti di denigrarmi,” sibilò Lhaoek, l’espressione un po’ irritata. “E lui non mi piace, puzza di bugiardo.”
Voltò loro le spalle ed entrò a grandi passi nella caserma. James abbozzò un sorriso tirato. Ariak lo aiutò a rimettersi in sesto.
“Il mio amico Lhaoek è un po’ irascibile, ma è una brava persona. Forse un filino altezzoso, visto che la sua famiglia è molto nobile e il padre è senatore, ma almeno non lo spiattella in faccia a tutti a ogni apertura di bocca.”
James rise appena. Lo sguardo alter ce l’aveva di sicuro, il buon Lhaoek. Ma stava perdendo di vista il suo problema, il tempo scorreva rapido e ancora non aveva trovato una soluzione per salvarsi la vita. Dire tutto al suo comandante poteva essere una soluzione, omettendo il particolare di non essere un vero romulano, ovvio. Be’, non è che avesse molta scelta.
“Ti ringrazio davvero, Ariak. Ti devo la vita. Ora però è meglio che io mi muova a presentarmi dal mio comandante o si infurierà. Spero di rivederti in giro.”
“Figurati, faccio sempre da angelo custode a Lhaoek, so che combina di questi guai. Certo, avrò piacere di dividere con te della buona birra romulana.”
Salutò con un cenno della mano, attraversò in fretta il cortile militare ed entrò a sua volta nella caserma. Gli ufficiali avevano un’ala dedicata, il suo comandante a quell’ora era di certo nella sua a compilare scartoffie.
Sospirò. Era una scommessa con la morte, ma andava fatto. Inboccò il corridoio lo percorse tutto e svoltò l’angolo.
“Eccoti qui,” la voce di Lhoaek era roca e profonda, carica di sentimento.
Lo premette contro la parete, ma questa volta il suo intento era tutt’altro che bellicoso. Il suo comportamento non aveva senso. Non si erano mai incontrati prima, mai, se ne sarebbe ricordato. Com’era possibile che fosse interessato a lui, così, d’improvviso, per il solo fatto di avergli sbattuto contro?
“Io… Non capisco, nobile Lhoaek. Se ti ho offeso in qualche modo, sono più che disposto a darti soddisfazione come meglio credi, fosse anche in un duello all’ultimo sangue.”
Lhoaek si abbandonò a una risata a denti stretti, ma il suo sguardo restava predatorio.
“Sì, mi hai offeso preferendo a me quella puttana,” gli alitò all’orecchio. “Non hai idea di quanto sia stato doloroso per me saperti in casa sua. Ma ora è finita. Sei mio, accettalo.”
James spalancò gli occhi e le labbra iniziarono a tremargli: era lui? Lui l’aveva uccisa? Ma perché, come era successo che si fosse invaghito di lui, davvero non ricordava di averlo mai visto in casa loro, alla caserma o a qualsiasi altro incontro mondano cui avevano partecipato. Eppure lui c’era e lo aveva preso di mira.
“Sei stato tu?” sibilò con rabbia. Voleva la conferma, se glie l’avesse data l’avrebbe ucciso lì o almeno sarebbe morto provandoci.
“No, per carità, io non mi sporco le mani per così poco,” ghignò Lhoaek. “Ma le notizie corrono, e alcuni soldati sono arrivati qui per radunare un drappello e battere a tappeto la zona intorno alla tua casa. Ti cercheranno, a meno che tu non venga via con me. Sarai il mio protetto.”
James rispose con una smorfia sdegnata.
“Il protetto del mandante che ha ucciso la donna che amavo?” ritorse.
Lhaoek emise un suono gutturale e lo premette più forte contro il muro.
“Ti ho appena detto che non sono stato io!” esclamò con enfasi. “Ma posso scoprire chi è stato e perché, se proprio ci tieni.”
Il suo furore appariva sincero. James sospirò. Cos’era più importante? La sua vita o il non cedere a un ricatto? Non gli pareva il tipo da usargli violenza, anche se si diceva che i romulani fossero senza onore. Gli avrebbe dato tempo per adattarsi a una relazione che non aveva mai, in vita sua, immaginato di inizare?
“Che garanzie ho che non sarò solo la tua puttana?” chiese senza mezzi termini.
“La mia parola di nobile, figlio di un senatore di Romulus. Vivrai con me e ti concederò tutto ciò che desideri, incluso il tempo di abituarti a me.”
Abituarsi a lui, così lo chiamava. Ma almeno era un inizio. La promessa di non essere preso con la forza. E, non meno importante, la promessa di vendetta. Si raddrizzò, scansando le mani di Lhaoek dalle sue spalle. Lui non si oppose, anzi fece un passo indietro.
James gli porse la mano per la stretta romulana.
“Accetto.”
Lhaoek la strinse senza un attimo di esitazione.
“Dichiarerò che eri con me quando è stato commesso il delitto. Nessuno oserà contraddire la mia parola e, se necessario, anche Ariak confermerà la mia versione. È un buon amico, leale e fedele, e tu gli sei simpatico, l’ho capito subito. Vieni, trascorri la giornata a esercitarti con me a conferma che siamo davvero amici.”
Annuì. Scostò il mantello, lasciando vedere l’abbigliamento inadatto alla lotta che indossava. Un semplice paio di pantaloni ricamati, una blusa abbinata e dei sandali.
“Non ho fatto in tempo a togliere gli abiti da notte,” confessò.
“Nessun problema, uno dei miei ti starà a meraviglia. Andiamo, ho sempre un cambio con me,” offrì Lhaoek e gli fece strada verso i suoi quartieri.
James annuì e lo seguì. Da umano e capitano di un’astronave della Flotta stellare a guerriero romulano, era già stato un bel cambio di vita. Ora passava da compagno di una nobile romulana a concubino del figlio di un senatore.
Vedendo il lato positivo, aveva fatto carriera.
Titolo: Oltre l'orizzonte - capitolo 1
Fandom: Gundam Seed Destiny
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COWT 14 Week 3 M2
L’unico personale umano presente era il direttivo, il capo operazioni e i tecnici manutentori di robot e macchinari di estrazione, raffinazione e stoccaggio.
Però era uno degli asteroidi con gli orizzonti più ricchi di quella parte della galassia, contava ben 50 strati di minerali diversi, più o meno preziosi. Di sicuro c’erano interessi in gioco che trascendevano le motivazioni ‘ufficiali’ della missione.
Unato Ema Seiran gli aveva detto invece che sarebbe stato interessante proprio per quello. Il pianeta, se così lo si poteva chiamare, visto che la sua forma non era proprio sferica e non possedeva alcun tipo di atmosfera, orbitava intorno a un vero pianeta, di grandezza simile a giove, il quale orbitava intorno a una stella doppia. Riceveva luce sufficiente dai due soli perché non ci fosse una notte e la distanza da essi era giusta giusta per evitare che il calore ricevuto rendesse impossibile viverci.
Tuttavia, ancora gli sfuggiva la vera ragione della loro presenza in un posto del genere, alla ricerca di un semplice evaso. Unato Ema Seiran gli aveva detto soltanto che dovevano assicurarsi che il direttivo non impiegasse manodopera umana, in quanto proibito dal trattato con la federazione terrestre e con Orb. Chissà perché la Terra metteva costantemente in dubbio ogni iniziativa intrapresa da ZAFT.
Adesso ci si erano di nuovo messi anche i Blue Cosmos e guarda il caso le accuse mosse contro il presidente di ZAFT erano subito state raccolte dalla federazione terrestre. Orb era stata di certo coinvolta contro la volontà del cancelliere in carica, ma ciò non cambiava la realtà dei fatti: lui era stato spedito lì in quel buco sporco e dimenticato da dio.
Dubitava molto che ZAFT utilizzasse davvero i suoi preziosi coordinator per scavare i materiali preziosi presenti negli orizzonti dell’asteroide e meno che mai dei terrestri resi schiavi, troppo deboli e inadatti a quel genere di lavoro. I robot erano più che sufficienti, per cui che cosa li avevano mandati a cercare lì?
Le accuse di schiavismo erano solo una scusa, Unato Ema Seiran lo sapeva, glie lo leggeva negli occhi, però ancora non lo aveva messo al corrente del perché si fosse offerto volontario per la missione. Per quale ragione non l’avesse ancora fatto gli sfuggiva, ma il vecchio aveva sempre le sue personali motivazioni. E non le condivideva con lui a meno che non fosse giunto il momento.
Di certo non erano lì per accontentare i vaneggiamenti di un gruppo di terroristi.
La cosa certa era che l’asteroide avesse un aspetto sinistro visto da quell’angolazione, con il pianeta accanto e i due soli alle spalle.
“Sei pronto?” Unato Ema Seiran entrò nella stanza di decompressione con il casco in mano. Lo indossò e lo ruotò finché non ci fu lo scatto del meccanismo di blocco.
“Pronto, signore.”
“Molto bene. Computer, attracco e decompressione.”
“Sequenza di attracco attivata. Richiesta permesso inoltrata. Inizio avvicinamento programmato.” Scandì il computer. “Contatto con la stazione stabilito, trasmissione in arrivo,” aggiunse dopo qualche secondo.
“Mettimi in comunicazione.”
“Eseguito, comandante.”
“Qui stazione mineraria Icarus, dichiarate la vostra identità e le ragioni della visita.”
“Comandante Thomas Wong, degli Emirati uniti di Orb. Siamo incaricati, in quanto nazione neutrale, di verificare le accuse mosse contro di voi e la federazione di ZAFT”
“Quali accuse? Non siamo al corrente di nulla,” protestò l’uomo. “Comandante Jule, venga qui.”
Ci fu un po’ di trambusto e dopo un lungo mormorio e parecchi rumori di statica, tornò il silenzio.
“Parla il comandante Jule, cos’è questa storia?” esordì il nuovo interlocutore.
Panico. Quindi dopo tutto quel posto nascondeva qualcosa. Heinel esultò: alla fine non sarebbe stato noioso come si aspettava.
“Piacere comandante Jule, sono il comandante Wong degli Emirati uniti di Orb, incaricato di verificare le accuse di schiavismo mosse contro di voi.”
“Schiavismo? Cosa sono queste cazzate? Lo sanno tutti che il nostro personale è tutto meccanico. Solo robot.”
“Ne sono sicuro, comandante Jule, ma come certo saprà anche lei, con i Blue Cosmos non si discute e hanno minacciato atti terroristici se non ci fosse stato un controllo. Alla fine Orb ha dovuto mediare fra ZAFT e la Federazione terrestre, ed eccoci qui a garantire imparzialità.”
Che faccia tosta, pensò Heinel. Be’, anche lui non era da meno, visto che si era infiltrato nella squadra del vecchio per conto di ZAFT. Almeno avrebbe garantito reale imparzialità. L’esperienza con quella di Orb non era mai stata positiva.
Ci fu dell’altro trambusto, rumore di passi che si allontanavano in fretta, borbottii indistinti e ancora statica, come se qualcuno stesse tenendo la mano sul microfono, cosa assai probabile.
“Permesso di attracco accordato, comandante. Vi aspettiamo alla piattaforma,” comunicò infine il comandante Jule, con un tono di voce non proprio amichevole.
Unato Ema Seiran sogghignò e gli fece cenno di preparare i documenti con le identità assegnate per quella missione. Il portello d’attracco si aprì e davanti a loro trovarono un comitato d’accoglienza di tutto rispetto, ben dieci persone. Heinel sorrise fra sé. Doveva essere il personale della stazione mineraria al gran completo, dalle informazioni in loro possesso i membri dell’equipaggio della prima nave di stanza lì, quella che aveva fondato la stazione, erano giusto sei. Da allora si erano susseguiti diversi operai aggiunti, ma non erano mai durati più di sei mesi, un turno. Non risultavano altri membri di stanza fissa lì, a parte lo staff tecnico che si occupava della burocrazia, come il comandante Jule.
E fu proprio il comandante il primo a venirgli incontro.
“Benvenuti su Icarus,” disse tendendo la mano a Unato Ema Seiran. “Jannik Jule, direttore dell’avamposto minerario. Non abbiamo molto da offrivi, nemmeno un alloggio, non era previsto che avessimo ospiti, solo lavoratori.”
“Comandante Thomas Wong. Lui è il mio pilota, Heinel Za Burrel. Oh, non ci facciamo problemi, siamo abituati a ogni situazione, il semplice alloggio dei minatori andrà benissimo.”
“Come vuole, comandante Wong, ma l’avviso che lo troverà scomodo.”
“Siamo abituati a situazioni di guerra, non può essere peggio.”
Jule allargò le braccia in segno di resa e fece strada fino alla piattaforma sospesa sul bordo di un crepaccio senza fondo; almeno, lui non ne vedeva uno.
“Questo è il mio equipaggio. Tecnici e operai manutentori. Non so cosa cerchiate, ma non credo lo troverete qui. Abbiamo solo robot e minerali.”
Unato Ema Seiran gli scoccò uno sguardo penetrante.
“Sono proprio i robot che siamo venuti a controllare. Qualcuno è convinto che non siano solo loro a scavare il vostro minerale dagli orizzonti. Dicono che abbiate degli schiavi terrestri.”
La faccia che fece il comandante Jule, scioccata, indignata e disgustata insieme confermò loro che lì non stesse affatto accadendo una cosa di quel genere, se mai avessero avuto un qualche dubbio in proposito.
“Queste sono solo vili insinuazioni, calunnie belle e buone, messe in giro da quelli che vorrebbero accaparrarsi la nostra concessione,” ringhiò un omaccione alto e grosso come un armadio da dietro il comandante Jule. La ragazza accanto a lui allargò un braccio per trattenere l’omaccione.
“Calma, Mark. Non è colpa loro.”
Lei. Era lei quella che sapeva qualcosa. Aveva uno sguardo così deciso, era calma e sicura di sé. Un invidiabile sangue freddo, il suo, era una tosta. Quindi un tipo interessante, avrebbe seguito lei per prima nelle gallerie. Unato Ema Seiran non si sbagliava mai, glie ne dava atto.
“Signori, vi prego,” disse allora il comandante Jule. “I nostri ospiti fanno solo il loro lavoro, per favore collaborate a pieno, così da renderne la permanenza con noi il più breve possibile. Vi ricordo che non riceveremo scorte di cibo per altri quattro mesi e due bocche da sfamare in più sono un problema grosso per noi. Facciamo sì che possano finire presto questo controllo dei robot, ci siamo capiti?”
“Sì, comandante,” risposero tutti in coro.
“Molto bene,” commentò Jule. “Seguitemi, vi mostro quel poco che c’è nel nostro livello, l’unico che ha un sistema di supporto vitale. I robot non hanno bisogno di ossigeno, quindi nei livelli della miniera bisogna andare con le tute ambientali.”
“Quanti livelli ha la miniera?” chiese e Unato Ema Seiran gli scoccò un’occhiataccia per aver posto quella domanda adesso.
“Cinquantuno, uno ogni orizzonte più quello abitativo per il personale della miniera.”
Un labirinto infinito di tunnel, nei quali si poteva nascondere qualunque cosa. Ecco come mai erano stati mandati a investigare, e perché i padroni di casa non li volessero lì.
“Ci vorrà del tempo a controllare i robot di cinquanta livelli,” avvisò Unato Ema Seiran. “Ma non dovete preoccuparvi, abbiamo con noi un quantitativo sufficiente di provviste per un mese. Eravamo stati avvisati della vostra situazione con i rifornimenti.”
La faccia del comandante Jule si fece scura, ma non disse nulla per contestare e anche le espressioni dei suoi sottoposti divennero più ostili. Heinel si stava giusto chiedendo come mai li stessero accompagnando tutti.
L’omone grosso emise un borbottio cupo, anche se inintelligibile. La ragazza doveva essere uno dei leader degli operai, continuava a rabbonire i compagni.
Superando una galleria, gli parve di vedere un’ombra. Forse non tutti gli operai si erano presentati ad accoglierli, dopo tutto. Doveva scoprire chi era quello mancante.
“Il personale umano della miniera è tutto qui?” chiese ancora, ma questa volta ricevette uno sguardo d’approvazione da Unato Ema Seiran.
L’espressione di Jule non migliorò. Gli scoccò un’occhiata molto eloquente, cercava di capire a cosa stessero mirando, ma soprattutto quanto ne sapessero di qualunque fosse il loro segreto.
“Solo noi,” rispose in tono piatto. “Può controllare i documenti di imbarco e quelli di assegnazione del personale.”
“Lo faremo,” assicurò Unato Ema Seiran. “Ma prima mostrateci gli alloggi e tutti i locali di questo livello.”
Il comandante Jule sospirò e la ragazza gli posò la mano sulla spalla con fare consolatorio.
“Seguitemi. Voi potete tornare al vostro lavoro,” ordinò agli altri.
Solo la ragazza rimase con lui.
“Alina Jule, comandante in seconda,” si presentò appena restarono soli. “Dovete perdonarli, la maggior parte di loro sono lupi solitari, non amano avere estranei intorno, in particolare quelli che li accusano di aver fatto brutte cose.” Emise una risatina. “Leggo perplessità sui vostri visi, è per il mio cognome? Sì, sono la sorella del comandante Jule.”
“Vuoi occuparti tu di fare da guida? Io ho delle incombenze da portare a termine,” s’inserì Jule con un sorriso di circostanza.
“Certo. Di qua, in quel corridoio ci sono gli alloggi. Il primo a sinistra conduce agli uffici e alle sale operative, il secondo alle aree ricreative, il terzo alla mensa e alle cucine. Sulla destra, il tunnel che conduce alla saldopoli del livello uno. Se non avete con voi abiti adeguati, vi forniremo noi delle tute da lavoro. Qui dentro ci si sporca facilmente ed è sempre roba che non va via. Anche per scendere ai livelli minerari di ogni orizzonte è meglio se indossate una delle nostre tute, sono state realizzate apposta di un materiale molto più resistente di quelle normali.”
Unato Ema Seiran annuì e gli fece un altro cenno d’intesa. Aveva previsto anche quello.
“Grazie… Miss Jule? La sua scheda non dice molto di lei.”
Lei sostenne lo sguardo di Unato Ema Seiran.
“Ognuna delle persone che sono qui ha un passato che vuole dimenticare, me inclusa. Ero su Orb con mio fratello quando è scoppiata la prima guerra. Sapevano che siamo coordinator e hanno cercato di farci costruire i loro mobile suit, sfruttando le conoscenze di mio fratello. Siamo stati arruolati a forza.” Notò il mio cambio d’espressione e si affrettò a precisare: “No, non con la violenza, ma era molto chiaro che se non avessimo collaborato ci avrebbero revocato ogni privilegio e ci avrebbero espulsi. In pratica o cedevamo o ci consegnavano alla federazione e sapete bene cosa ne sarebbe stato di noi. Quando la guerra è finita io ero tenente. Potete chiamarmi tenente Jule.”
Unato Ema Seiran diede un cenno d’assenso con un lieve movimento della testa.
“Come preferisce, tenente Jule.”
Il tempo della conversazione e avevano esplorato sia la mensa sia la zona ricreativa.
“Questi sono gli alloggi del personale. Ce ne sono diversi vuoti. Capirete che non abbiamo avuto il tempo di ripulirli, quindi per occuparne uno dovrete aspettare. I robot pulitori sono al lavoro, date loro una mezz’ora e saranno puliti a specchio.”
“Nessun problema,” assicurò Unato Ema Seiran. “Intanto facciamo un giro in amministrazione. Sono sicuro che tuo fratello ci potrà illuminare su ognuno degli altri operai.”
Alina fece una smorfia di disapprovazione, ma non replicò.
“Vi scorto fino da lui, allora,” disse invece. “Così posso tornare ai miei compiti.”
Il Comandante Jule era seduto alla sua scrivania, intento a esaminare un mucchio di scartoffie. Nel sentirli entrare sollevò lo sguardo e si rassettò gli occhiali sul naso.
“Come vi è parso l’insediamento? Non è chissà quanto tecnologico, però è molto efficiente.”
“Sì, sembra tutto ben collocato e i lavoratori robot tengono tutto in ordine,” concordò Unato Ema Seiran. “Se non è troppo disturbo, vorremmo esaminare le schede del personale e farle qualche domanda.”
Il comandante Jule sospirò e posò le carte sulla scrivania.
“Certo.” Si alzò e andò a uno schedario a muro dall’aria vissuta. Il metallo era abraso e ossidato in molti punti ed erano visibili numerose ammaccature. Aprì l’ultimo cassetto in basso e ne estrasse un malloppo di cartelline, legate da un laccetto di corda un po’ liso. “Ecco qui, servitevi pure, non abbiamo niente da nascondere.”
Il sorriso a labbra chiuse di Unato Ema Seiran si allargò.
“Ne sono sicuro, ma io voglio sapere da lei quello che non troverò scritto qui,” disse indicando il mucchio di fascicoli.
Il comandante Jule deglutì a vuoto.
“Perché? Questa gente è qui per dimenticare e rifarsi una vita, non ha niente a che fare con quegli sciacalli che vi hanno mandato qui.”
“Questo lo dice lei,” ritorse Unato Ema Seiran. “Lasci giudicare noi, è meglio, glie l’assicuro. Una volta che il nostro rapporto vi avrà scagionato, nessuno tornerà più a disturbarvi. È una promessa.”
Heinel trattenne un sospiro. Sapeva bene come funzionavano le promesse di Unato Ema Seiran e si augurò che Jule non ci cascasse. Dalla sua espressione non si era bevuto una sola parola, molto bene.
Non cedere, Jule, non fino a quando non avrò scoperto cosa nasconde questo posto.
“Signore, chiedo il permesso di andare a visitare gli orizzonti.”
Unato Ema Seiran gli rivolse uno sguardo d’apprezzamento. Si aspettava proprio quello da lui? Che andasse a intimidire con la sua presenza i lavoratori mentre lui faceva lo stesso con il loro capo?
“Permesso accordato. Raggiungimi nel mio alloggio quando hai finito.”
La saldopoli era imponente. Un’enorme caverna che si estendeva a perdita d’occhio, la cui volta era sostenuta a intervalli regolari da pilastri di roccia ricavati dal corpo dell’asteroide stesso. Se tutti i livelli erano strutturati come quello, avevano scavato l’asteroide come se fosse stato una noce.
I robot erano disposti in file lunghissime, tutte parallele, nemmeno fosse stata la linea di montaggio di una fabbrica. Scavavano il terreno o le pareti con ritmo regolare e fra le file passavano i robot raccoglitori, che rastrellavano il materiale estratto. Sembrava molto efficiente e davvero senza alcun bisogno di manodopera umanoide.
Trovare le tute ambientali non era stato difficile e per fortuna ce n’era una della sua misura. Nel tempo dovevano aver avuto operai di ogni altezza e corporatura e le tute non si buttano mai.
Heinel scese le scale di metallo che portavano dall’ascensore al piano estrattivo dell’orizzonte. Aveva la sensazione di essere seguito, ma non riusciva a cogliere sul fatto il colpevole. Scommetteva su uno degli operai, non il più grosso, troppo difficile nascondersi per lui, forse il piccoletto che seguiva Alina come un’ombra. Lui gli aveva dato l’impressione di essere uno che sapeva il fatto suo come topo di galleria, di essere capace di confondersi alla perfezione con la miniera, terreno o pareti che fossero.
S’inoltrò fra le file di robot, ignorato da tutti. Non sembrava ci fosse qualcosa di strano, non credeva nemmeno che rubassero il minerale estratto. Allora cos’era? Cosa nascondevano?
Un rumore dietro di lui lo fece voltare e sollevare lo sguardo per scrutare la parete di roccia. C’era qualcosa che non gli tornava nel colore, un’ombra strana. Ma era a un’altezza tale che non poteva trattarsi di un cunicolo… o no? Si spostò di lato, cercando un angolo favorevole per poter vedere quel punto in prospettiva. Troppo in alto e troppo buio per capire, non poteva avere la certezza di niente. Se non ci fosse stata la gravità artificiale avrebbe potuto fluttuare fin là e controllare da vicino.
Un movimento! Allora c’era davvero qualcuno lassù, e un tunnel. Per sbucare lì, doveva per forza esserci un accesso da qualche parte. Non gli restava che trovarlo. Si spostò lungo il perimetro della caverna; sarebbe stata una cosa lunga, ma non c’era altro modo.
Controllò l’ossigeno: aveva ancora mezza bombola, forse un’ora di autonomia. Be’, se non avesse concluso nulla adesso, poteva sempre ricominciare il giorno seguente.
Mentre si spostava in senso orario lungo il perimetro del livello catturò un altro movimento con la coda dell’occhio. Era bravo, si muoveva sempre fuori dal suo campo visivo, ma lo seguiva passo passo.
Seguì la direzione in cui si era mosso il suo sorvegliante e dopo quasi dieci minuti di cammino intravide l’ingresso di un tunnel. Era molto più piccolo e basso degli altri, a misura di persona al millimetro, illuminato solo dalle proprietà naturali di quelle rocce, che emettevano una debole fluorescenza. Quanto poteva essere lungo quel cunicolo? Avrebbe avuto ossigeno sufficiente se vi si fosse addentrato? Notò incastonata sul muro una bombola d’emergenza. Chiunque fosse, era molto ben preparato.
La bombola era grande e pesante, per attingere ossigeno più che per essere presa. Molto bene. Si attaccò al tubo e prese ossigeno fino a riempire la propria. Era pronto per esplorare quel passaggio.
Seguì le rocce luminescenti. Il sentiero scavato nelle viscere dell’asteroide scendeva invece di salire come si aspettava, quindi era un tunnel differente che portava sempre più in profondità.
Heinel si augurò che chiunque ci fosse ad aspettarlo alla fine non fosse pericoloso, perché lui non era armato. Uh-oh. Alzò le mani. Gli altri invece lo erano. Due figure armate di pistole laser gli fecero cenno di passare oltre e proseguire. Quella più alta era un uomo, la più bassa non poteva essere certo: ragazzino o ragazzina? Erano padre e figlio? L’unica cosa certa era che fra gli operai non era listata nessuna famiglia, per cui il ragazzino era un clandestino.
Era questo il grande segreto che nascondevano? Lo sapeva che sarebbe stata una sciocchezza per i loro canoni.
La punta del laser premuta contro la schiena gli fece capire che stava rallentando troppo il passo. Si sbrigò ad accelerare, prima che uno dei due si innervosisse.
Dopo un po’ sbucarono in una grotta. Non molto ampia, ma abbastanza da essere abitata. C’era una porta in fondo, una di quelle a tenuta stagna, segno che al di là di quella era probabile ci fosse sia ossigeno che riscaldamento. Ma perché una zona abitabile segreta?
Quello più basso passò avanti e strisciò una tessera sul lettore incastonato nella porta. Si accese la luce verde e si sentì il suono della decompressione. La porta slittò di lato all’interno e la punta del laser gli fece capire che doveva entrare proprio là dentro. L’uomo lo seguiva e l’altro non era uscito, quindi quel posto non serviva da prigione, almeno una notizia positiva, non lo avrebbero rinchiuso là dentro a morire.
Percorsero un lungo corridoio alla fine del quale li attendeva il ragazzino. Superarono un’altra porta stagna, oltre la quale c’era una rastrelliera per le tute.
L’uomo gli fece cenno di togliere il casco e fece altrettanto, liberando capelli biondo chiaro, appena mossi. Quello più giovane li imitò, lasciandolo a bocca aperta nel vederne il viso: Rey Za Burrel! Il pilota da cui era stato preso il cognome per il suo alter ego. Credeva fosse morto… Si era tradito col nome? Per quello lo avevano adescato in quel posto?
“Sorpreso? Lo capisco, ma se sei qui e usi il suo nome devo avere molte cose interessanti da dirci, ti pare?” lo punzecchiò l’uomo.
Si voltò, permettendogli di vederlo in volto: impossibile! No, si rifiutava di credere che anche il famigerato Raw Le Klueze fosse vivo.
Rey rise sommessamente.
“Raw, lo abbiamo traumatizzato. Pensa quando entrerà di là,” sussurrò.
“Sono vostro prigioniero?”
Anche Raw rise.
“Dipende. Perché sei qui?”
Non aveva motivo di nascondere proprio a loro chi fosse realmente. Era lì per ZAFT, non dubitava che anche loro lo fossero.
“Qualcuno sta cercando di incolpare ZAFT di un altro crimine, ma mi rendo conto che possa essere solo una manovra per far scoprire voi, anche se dubito che chi ci ha inviati qui sappia cosa nasconde davvero questo asteroide. Avevo pensato fosse per il metallo che serve per i Gundam.”
“Infatti è così,” confermò Raw. “Loro cercano quello, come noi. E tu, inviato di Orb?”
Heinel agitò le mani davanti a sé, offrendo un sorriso impacciato.
“No, no, io non sono di Orb, mi sono infiltrato su richiesta del consiglio di ZAFT. E mi ci è anche voluta molta fatica. La mia missione è impedire che vengano create false prove contro ZAFT.”
Raw e Rei si scambiarono uno sguardo d’intesa.
“Test superato,” gli sussurrò Raw all’orecchio. “Vieni,” aggiunse e lo precedette nell’altra stanza.
Rey gli sorrise e corse dietro a Raw. E adesso? Entrava o cercava di scappare? Sospirò. La va o la spacca, si disse, ed entrò a sua volta.
Seduto a una scrivania e intento a leggere chissà quali documenti c’era… Gilbert Dullindal!
Heinel spalancò la bocca come se volesse urlare e si pietrificò sul posto.
“Benvenuto,” lo salutò il redivivo ex presidente di Zaft. “Confido nella tua discrezione; e nel tuo aiuto.”
Heinel fece d’istinto il saluto di ZAFT.
“Sì, signor presidente!” esclamò. “Sono ai suoi ordini.”
Dullindal sorrise.
COWT 14, settimana 1, Missione 1
Prompt: storia scritta come un diario
Mi hanno lasciato qui e la mamma ancora non arriva. Ormai si è fatto buio e sento tanto freddo. Ho paura a uscire fuori dalla scatola, anche solo avvicinarmi alla grata che la chiude mi fa rizzare tutto il pelo.
Si sentono tanti rumori brutti là fuori e passano luci accecanti che mi fanno male agli occhi, e vorrei solo poter abbracciare la mia mamma. Invece c'è solo il fondo della scatola in cui posso rifugiarmi e il calore del mio fratellino per farmi coraggio.
Ho tanta fame e nessuno ci viene a prendere. Mi sento così debole, anche il mio fratellino trema tutto.
Mamma dove sei? Ti aspettiamo. Arriva presto. Intanto provo a dormire un po', per risparmiare le forze.
Giorno due
Il mio fratellino piange e la mamma non è venuta a prenderci. Nessuno ci ha portato da mangiare e se per stasera saremo ancora soli dovremo per forza uscire a cercare del cibo.
Mi sono avvicinato alla grata, è solo accostata, non siamo prigionieri come pensavo.
Il mio fratellino crede che ci abbiano abbandonati a morire, che la mamma sia prigioniera degli umani o peggio, morta.
Io non ci voglio nemmeno pensare, la mamma verrà a prenderci, ne sono sicuro. Lei ci vuole bene, non permetterebbe mai che gli umani ci facessero del male. Me lo ha promesso e io le credo.
Il mio fratellino mi chiama, si sentono delle voci. Forse sono venuti a riprenderci! Vado a vedere, speriamo.
Giorno tre
Sono venuti a prenderci, ma non era la mamma. Hanno spostato la scatola, ora lei non ci potrà più ritrovare. Il mio fratellino è contento di avere da mangiare e di stare al caldo, ma io non voglio restare prigioniero qui, anche se si sta bene.
Anche se sono tutti buoni con noi, io voglio ritrovare la mia mamma. Lo so che ci hanno puliti, sfamati e portati da un umano che chiamano 'dottore'. Lui ci ha toccati ovunque e poi ci ha fatto ingoiare delle cose piccole e rotonde che hanno chiamato medicine. Ci ha messo anche delle gocce negli occhi e adesso non mi bruciano più. Ci vedo meglio e lo stesso dice il mio fratellino. Per quello è contento di stare qui, dice che ci vogliono bene, non come gli altri umani.
Ci fanno tante carezze, è vero, la pappa è buona e ci sono i giochini. Ci sono anche altri gattini come noi con cui giocare.
Sembra che questo posto tenga prigionieri tanti gattini rapiti, proprio come noi. Uno degli altri mi ha raccontato una storia simile alla nostra, anche lui è stato rapito dalla mamma e lasciato in una scatola. Questi umani lo hanno trovato e portato qui, come hanno fatto con noi.
Io non so quale sia il loro scopo, ma voglio trovare la mamma. Devo scappare da qui, anche se il mio fratellino non dovesse venire con me. Troverò la mamma e poi torneremo insieme a riprenderlo.
Devo riuscirci, devo. Ma per farlo devo essere in forze. È ora di mangiare, poi riposo un po' e domani esplorerò questo posto in cerca di una via di fuga.
Giorno quattro
Gli umani qui sono tutti gentili e non alzano mai la voce, però ci tengono chiusi in gabbie per la maggior parte del tempo. Sarà difficile esplorare tutto quanto subito, se continuano a farci andare nella grande sala con i giochi solo per qualche ora, come oggi.
Gli altri gatti continuano a dirmi di lasciar perdere, di non pensarci più, perché qui si sta molto bene e se gli umani che hanno la mia mamma ci hanno separati da lei, è certo che non vorranno mai riprendere in casa me e il mio fratellino. Secondo loro se mai dovessimo ripresentarci a casa dalla mamma, gli umani ci prenderebbero e cercherebbero di disfarsi di nuovo di noi. So che hanno ragione, lo so che se ci hanno lasciato al freddo in una scatola buia, con solo uno straccio per coprirci, è perché ci volevano morti e non avevano il coraggio di ucciderci con le loro mani. Eppure io non voglio darmi per vinto.
Se è vero che qui fanno i miracoli, che trovano nuove case ai gattini sfortunati come noi, allora se io riuscissi a trovare e far scappare via con me la mamma, forse potremmo avere un'altra possibilità. Potremmo trovare una casa in cui ci amino tutti insieme, non solo noi o solo la mamma.
Siccome siamo nuovi ci coccolano tutti, in particolare un umano dal pelo rosso, che viene sempre per primo a vedere come stiamo io e il mio fratellino. Lui ci sussurra sempre parole dolci nelle orecchie, ci fa tanti grattini sotto il mento e si diverte tantissimo a spingere piano col dito contro i nostri nasini. E dopo che lo fa ride. Ha un sorriso bellissimo, la stanza si illumina quando lui ride. Devo approfittarne, farlo affezionare a me, magari ci porta a casa sua e da lì potrei scappare via...
Oh! Già è ora di cena, ci chiamano. Almeno stiamo tornando in forze, mi servirà tutta l'energia possibile se dovrò affrontare un lungo viaggio nel mondo degli umani.
Giorno cinque
Si chiama Lavi, l'umano col sorriso bello. Oggi mi ha portato con sé mentre faceva il giro di tutti gli altri gattini malati. Siccome sono stato buono e sono rimasto fermo e tranquillo sulla sua spalla, mi ha detto che mi porterà ancora con lui perché sono proprio un bravo micino.
Se lui mi fa vedere come è fatto questo posto, forse posso trovare una via per scappare prima di quello che pensavo.
Gli altri umani hanno riso quando mi hanno visto seduto dritto sulla spalla di Lavi, hanno detto che ho una faccina furbetta e l'aria intelligente. Non so cosa voglia dire, ma sembravano sinceri e mi hanno fatto anche due carezze. Io non li ho morsi come fa il mio fratellino, così hanno detto anche loro che sono proprio un bravo micino.
Se riesco a farli innamorare tutti di me, magari mi aiutano con la mamma, quando glie la porto qui. Ci devo provare, devo ritrovarla. So che lei ci pensa ogni momento ed è tanto preoccupata per noi.
Giorno sei
Oggi Lavi mi ha portato con lui dappertutto. Ho visto quanto è grande questo posto, quanti gatti e gattini ci sono, anche quelli tanto tanto malati. Lavi è così buono a prendersene cura, gli ho dato una leccatina sulla guancia per dimostrargli la mia gratitudine e lui ha strofinato il naso contro il mio, sorridendo. Sembrava capire. È un umano intelligente, lui.
Mi ha portato anche a vedere fuori, perché questa grande casa ha anche un giardino tanto bello, pieno di fiori, piante e posti per noi gattini per riposare e giocare. Lavi mi ha preso con gentilezza dalla sua spalla e fatto scendere a terra, ma ho avuto un po' paura perché pure il giardino è tanto grande ed era pieno di persone. C'erano dei cani, così mi sono aggrappato a una delle gambe di Lavi. Lui si è messo a ridere e mi ha ripreso in braccio.
"Va tutto bene, piccolino," mi ha detto, e poi ha strofinato la mia testolina con la mano. Io gli ho fatto le fusa e lui mi ha dato un grattino sulla guancia, allisciandomi i baffi. Mi sono arrampicato di nuovo sulla sua spalla e Lavi mi ha fatto fare il giro del grande giardino.
Penso che da lì si possa scappare, devo capire come arrivarci da solo.
Quando l'ho raccontato al mio fratellino, lui mi ha detto che invece di pensare a scappare dovrei concentrarmi sul farci adottare tutti e due da Lavi. Forse ha ragione, staremmo proprio bene con lui, però io non riesco a rassegnarmi a non rivedere mai più la mamma.
Voglio fare almeno un tentativo, anche se ritrovare il suo odore in una città così grande è impossibile, anche se non sono nemmeno sicuro che dove sono ora sia nella stessa città dove era la nostra casa.
Giorno sette
Oggi Lavi mi ha pescato che cercavo di aprire la porta accostata per uscire da solo in giardino.
"Cosa vorresti fare?" Mi ha detto, guardandomi dritto negli occhi.
Aveva in braccio il mio fratellino e anche lui mi guardava con disapprovazione. Mi sono sentito come se avesse fatto la spia sul mio tentativo di fuga. Lavi ha scosso la testa ridendo e ha preso in braccio anche me. Dovevo avere un'espressione proprio buffa, perché non la smetteva di ridere e di strofinarmi la testa.
"Non ti piace qui?" Mi ha chiesto ancora, come se si aspettasse davvero una risposta. "Ti manca la mamma, vero?"
Quando mi ha fatto quella domanda ho alzato di scatto il muso verso di lui e gli ho fatto: 'Miao', sperando tantissimo che mi capisse. Lui mi ha rivolto ancora quel suo sorriso dolce e luminoso, come se avesse capito per davvero.
E poi d'un tratto ha detto: "Vorrei tanto aiutarti a ritrovarla, ma lo sai anche tu che è impossibile, vero?"
Lavi mi capiva! Lui sapeva quanto dolore provavo. Avevo ragione a volermi fidare di lui. Così gli ho fatto un altro 'Miao' e mi sono strusciato contro il suo viso, facendolo ridere ancora.
"Mi fai il solletico," ha aggiunto, cercando di evitare la mia lingua che lo raspava, ma io non volevo smettere. Così ha rimesso a terra con gentilezza sia me sia il mio fratellino. Ci ha fatto segno di restare fermi lì e si è allontanato, diretto verso la stanza in cui sta sempre l'umana a capo di quel posto.
È tornato con due ciotole di cibo e l'umana. Hanno confabulato e poi lui ci ha salutato. Speravo che restasse di più, volevo provare a fargli capire che ho bisogno del suo aiuto per cercare la mamma.
Pazienza, ci riproverò domani.
Giorno otto
Stamattina è venuta da noi l'altra umana. Per un momento ho avuto tanta paura, perché ha detto a un altro umano "Vuole occuparsene lui", e non capivo se fosse una cosa buona o cattiva o di chi parlasse.
Poi, dopo che avevamo mangiato, mentre giocavamo nella stanza grande è arrivato Lavi. E ci ha dato un nome! La mamma ancora non l'aveva scelto, ci hanno rapiti da lei troppo presto. Ma comunque i nomi in gattesco sono difficili per gli umani, la mamma diceva che averne anche uno umano è meglio.
Per me Lavi ha scelto Romeo, per il mio fratellino Tigro. Lo so, non sono molto originali, ma mi piacciono. E ho cercato di farlo capire anche a Lavi, quando me l'ha chiesto. Lui parla con noi come se si aspettasse sempre di essere capito e io gli rispondo miagolando e toccandolo con le zampette, per rassicurarlo che è così. A volte gli do pure qualche leccatina e mi strofino sulle sue mani. Oggi ero tanto contento del nome, così mi sono arrampicato su una gamba finché, protestando un po' - ha detto che le mie unghiette pungono - non mi ha preso in braccio e poi gli ho dato una testatina sulla guancia.
Ci ha anche dato da mangiare una cosa buonissima, una cremina che io e Tigro abbiamo leccato a turno da una specie di tubicino piatto che lui schiacciava con le dita. Però poi è andato via subito.
Ho sentito le umane che dicevano fra loro che si preoccupava troppo e che era tempo perso, ma non ho capito cosa e nemmeno se si riferissero a Lavi.
Spero che domani venga lui a svegliarci. Intanto, approfitto del tempo in questa stanza per guardare fuori dalle finestre e capire in che punto del giardino si uscirebbe, potendo scappare da qui.
Giorno nove
Lavi ci ha portati a casa!
Quando ce lo ha detto, non ci potevo credere. Tigro è stato super contento, tanto che si è fatto avanti per chiedere di essere preso in braccio, cosa che lui non fa mai. Non gli piace dare troppa confidenza agli umani, dice che ti tradiscono sempre e che la mamma lo sapeva. Però, anche se non lo dice, io lo so che Lavi piace tanto anche a lui, perché è buono e gentile e ci vuole davvero bene.
"Ho una sorpresa per voi," ci ha detto appoggiando quello che loro chiamano 'trasportino' per terra davanti a noi. "Andiamo a casa."
Tigro gli ha dato un morsetto piccolo di ringraziamento sul dito con cui lo accarezzava e poi è corso dentro trotterellando. Io gli ho dato una testatina contro la caviglia e sono entrato subito dopo. Lavi ci è rimasto, penso si aspettasse di dover faticare a convincerci a entrare in una cosa chiusa da una grata.
In realtà, mi era familiare e una volta dentro ho riconosciuto l'odore della mamma. Era la scatola in cui ci hanno trovato e dentro c'era anche la nostra copertina. Era stata lavata, ma l'odore della mamma si sentiva ancora.
Il viaggio è durato un po', ma Lavi ci ha parlato per tutto il tempo. Eravamo davanti, accanto a lui, e dai vetri vedevamo il cielo e i palazzi, e anche qualcosa delle altre macchine che ci passavano vicino.
Quando si è fermato e ha preso il trasportino per farci scendere aveva il solito sorriso gentile. Mentre arrivavamo alla porta ho visto che c'è un bel giardino recintato pure a casa sua, con due casette per gatti.
Dentro è molto bello, appena uscito dal trasportino sono subito andato sulla torre per vedere se dalla cima potevo saltare vicino alla finestra. Non so se Lavi abbia preparato tutte quelle belle cose apposta per me e il mio fratellino, ma sono davvero contento che sia andata così. Sul muro, sopra la torre, ci sono tante assi di legno, pure una specie di percorso che si muove quando ci sali e alcune scatole sospese con buchi per sporgere la testa.
Intorno ai pali che reggono la torre c'è arrotolata della corda, che è comoda per grattarmi le unghie. Tigro ha subito esplorato tutto, è molto felice di essere qui con Lavi. Si è anche scelto la cuccetta per primo, lasciandomi quella più lontana dal calduccio, ma pazienza. Ho vista sulla finestra, almeno.
Le ciotole per mangiare sono grandi e pulite, tutte per noi, e ce ne sono due solo per le crocchette, separate da quelle per la pappa da una fontanella dell’acqua. Non avevo mai avuto così tanto da mangiare, nemmeno quando ero ancora con la mamma.
Aspettami, mamma, adesso che ho una casa mia ti vengo a prendere, te lo prometto!
Giorno dieci
Oggi ho scoperto che Lavi non vive sempre da solo. C'è un altro umano che viene a casa e sembra essere molto importante per Lavi. Non ho capito bene come mai gli dia ordini, ma ho capito che non è contento di dividere la casa con noi o forse no, di dividere Lavi con noi. Il suo nome è Yuu.
Però non è cattivo, è solo una finta, l'ho visto come faceva i grattini a Tigro e lui nemmeno lo mordeva! A Lavi lo morde.
Comunque, credo che lo abbia invitato a casa per fargli conoscere noi, ed è rimasto parecchio sorpreso e anche un po' contrariato.
"Avevi promesso di non portarne mai uno a casa, ricordi?" Gli ha detto in modo brusco. "E questi qui sono due."
"Ma sono adorabili," gli ha risposto Lavi, con quel suo sorriso bellissimo.
Yuu si è coperto il viso con la mano e poi ha scosso la testa dicendo cose come 'con te non si ragiona' e 'sei senza speranza'.
Io però non sono d'accordo, Lavi è buono e sa quello che fa.
Alla fine credo che abbiano trovato un accordo, perché Lavi gli ha dato un bacio come fa con noi e Yuu ha fatto un mezzo sorriso, non troppo convinto, ma era un sì.
Quindi credo che restiamo tutti insieme.
Non siamo andati a dormire sul letto con loro perché si sono chiusi dentro, ma sono sicuro che domani sarà diverso.
Almeno io ci voglio provare a salire sul letto, sembra molto comodo. Per stasera la cuccetta è perfetta, morbida e comoda.
Buonanotte, mamma. Ti penso sempre. Mi manchi tanto.
Giorno undici
Oggi abbiamo fatto una bella colazione tutti insieme e poi Lavi ci ha detto che voleva portarci con lui per non lasciarci a casa da soli. Tigro come ha visto il trasportino è scappato a nascondersi, ma io no.
"Tu vieni?" Mi ha chiesto Lavi.
"Miao," gli ho risposto io. Lui ha scosso la testa e detto a Yuu qualcosa tipo 'io non volevo lasciarli soli, ma se Tigro non vuole venire non ho risolto niente, anzi. Lui mi resta proprio tutto solo'. Yuu ha fatto uno sbuffo contrariato e ha detto: "Resto io con lui, ho la mattinata libera."
Lavi gli ha buttato le braccia al collo, Yuu ha fatto resistenza, poi si sono baciati e Lavi mi ha teso la mano.
Voleva accarezzarmi, ma io mi ci sono aggrappato per fargli capire che volevo essere preso, perché stavo comodo sulla sua spalla, niente trasportino.
Ha capito subito e mi ha sorriso. "Sei proprio un bravo gattino," mi ha detto ancora.
Yuu ha storto il naso e ha sbuffato. Lui non sembra molto convinto che io li capisca quando mi parlano. Ma lo farò ricredere.
L'umana dell'Oasi Felina - lo chiamano così il posto che raccoglie i gattini rapiti alla mamma; loro dicono 'abbandonati', ma io non sono d'accordo - è rimasta sorpresa da quanto io sia buono e curioso. Ha detto anche che se non mi avesse preso Lavi l'avrebbe fatto lei, con tanto di dito premuto contro il mio nasino.
Non l'ho morsa solo perché altrimenti avrebbe potuto proibire a Lavi di portarmi con lui.
Ho potuto salutare tutti gli amichetti che mi sono fatto nel breve periodo in cui sono rimasto dentro quel posto e loro mi hanno subito detto che sono un po' invidiosi perché sono stato tanto tanto fortunato che Lavi si sia innamorato proprio di me e del mio fratellino.
Ho parlato - be' miagolato - con Lavi mentre facevamo pranzo e lui ha capito che voglio chiedergli qualcosa, solo devo trovare il modo di fargli capire cosa. Ma forse ho avuto un'idea, domani ci provo. Adesso c'è la cena cui dedicarsi, e dopo la giornata impegnativa che ho avuto oggi ho tantissima fame.
Una famona da leoncino, come dice Lavi.
Giorno dodici
Ha funzionato! Il mio piano ha funzionato, stamattina dopo colazione sono salito sul mobile accanto a quello dove Lavi ha messo il trasportino e ho aspettato che venisse a cercarmi per andare all'Oasi.
Ormai ha capito che Tigro sta benissimo a casa da solo, comodo e al calduccio e non è più preoccupato. Soprattutto perché sa che Yuu viene a controllare, anche se non lo ammetterebbe mai. Così io vado sempre con lui e siccome sa che lo aspetto, se non mi vede si preoccupa e viene a cercarmi. Quando mi ha visto sul mobile si è spaventato, perché ho fatto il movimento di saltare sul tetto del mobile, proprio sul trasportino.
Ha fatto una corsa! Ma io agitavo il culetto per finta, non avevo nessuna intenzione di saltare. Mi ha preso in braccio e fissato negli occhi con aria severa.
"Ti sei ammattito?" Mi ha chiesto. "Andiamo senza trasportino, ora perché lo vuoi?"
"Miao," gli ho risposto io e ho allungato una zampetta verso il mobile.
Lavi ha sospirato, mi ha messo a terra e ha preso il trasportino. Lo ha appoggiato davanti a me e si è portato le mani ai fianchi e poi mi ha detto: "Eccolo, è tutto tuo. Mi spieghi perché lo volevi?"
Io mi ci sono strusciato tutto intorno e poi con la zampetta ho toccato la grata e detto: "Miao". Lui ha sospirato di nuovo e l'ha aperta, ma io non sono entrato, ho continuato a fingere di voler infilare dentro solo la zampa. Allora si è un po' spazientito, lui che è sempre calmo e allegro e ha brontolato un 'mi farai fare tardi', però ha infilato la mano dentro. Il suo viso si è illuminato subito come ha capito a cosa mirassi.
"Questa volevi?" Ha detto in tono sorpreso. Mi ha messo davanti la copertina che era nel trasportino perché la potessi annusare e ha detto ancora: "Tu non sei un cane, lo sai vero?"
Volevo rispondergli: "Sì che lo so, ma che altro posso fare? Se voglio ritrovare la mamma, devo seguire il suo odore, e tu mi devi aiutare," ma mi è uscito solo un altro 'Miao'.
Lavi si è messo a ridere e mi ha preso in braccio. Io mi sono sbrigato ad arrivargli sulla spalla e lui ha riso ancora. Ha girato il viso verso di me e avvicinato le labbra al mio musetto. Io mi ci sono strusciato e lui ha detto: "D'accordo, ho capito, la mamma ti manca ancora tanto. Che ne dici se proviamo a cercarla? Dopo che abbiamo finito all'Oasi ti porto in un posto," o una cosa del genere. Parla così veloce che a volte mi è difficile capire tutto quello che mi dice.
Però dopo mi ha portato per davvero in quel posto, ed era il piccolo parco dove gli umani cattivi ci hanno abbandonato, me e Tigro. Io non lo avevo riconosciuto, ero dentro la scatola-trasportino e vedevo solo le luci spaventose dalla grata, me lo ha detto Lavi che era quello il posto. Mi ha lasciato guardare e annusare, ma l'odore della mamma non c'era e nemmeno quello degli umani cattivi.
Ho sollevato il musetto verso Lavi e lui ha scosso la testa.
"Vedi?" Mi ha detto. "Non è mica facile trovare la tua mamma."
"Miao!" Ho risposto io, e lui ha sbuffato piano.
"Non ci arrendiamo mica, sai," ha detto, e ha indicato in alto. "La vedi quella? Quella telecamera riprende le cose che succedono qui e scommetto che dai filmati possiamo vedere almeno la macchina che vi ha scaricati qui, se non addirittura chi lo ha fatto."
Io non ci potevo credere, ero così felice che gli sono corso incontro e gli sono saltato sui pantaloni, arrampicandomi in un lampo fino a tornargli sulla spalla.
Lavi ha protestato un po', lamentandosi per le mie unghiette pungenti, ma mi ha dato lo stesso un bacino sul naso e mi ha detto di nuovo che sono tanto intelligente e sembra che capisca quello che mi dice. Io gli ho dato una leccatina sulla guancia e lui ha sorriso e ha detto: "Ho un amico molto intimo che lavora in un posto che potrebbe esserci molto d'aiuto. Andiamo subito da lui, gli mando un messaggio. Non vuole che lo chiami sul lavoro."
Io lo sapevo che stava parlando di Yuu, quindi non mi sono sorpreso quando siamo entrati alla stazione di polizia e lui ci è venuto incontro.
Ha protestato parecchio quando Lavi gli ha chiesto di vedere i filmati delle telecamere comunali che sono nel parco dove mi hanno trovato, ma Lavi è 'cocciuto come un mulo', ha detto Yuu e alla fine ha ceduto. Ma solo perché abbandonare gattini è un reato e quindi poi apriva una denuncia e aveva la giustificazione per vedere i filmati delle telecamere. Gli ha anche detto: "A casa mi aspetto che mi dimostri la tua gratitudine." Non so cosa intendesse, ma la sua espressione era molto minacciosa.
Lavi voleva ringraziarlo con un bacio, ma Yuu non si è fatto toccare e gli ha detto di levarsi dai piedi, anche se in realtà non era nemmeno riuscito ad avvicinarsi dietro la scrivania. Io a volte gli umani proprio non li capisco.
Comunque ha promesso di dirgli cosa scopriva a cena e così siamo tornati a casa. Lavi era tutto eccitato perché si sente un grande investigatore per aver avuto quell'idea. Yuu è arrivato un po' in ritardo per la cena, ma aveva un'espressione soddisfatta, deve aver scoperto qualcosa.
Adesso loro stanno mangiando e pure io e Tigro, spero che domani ci siano buone notizie.
Per stasera li lascio tranquilli, che Lavi sembra avere cose da farsi perdonare ed è meglio non interferire.
Gioco un po' con Tigro e poi vado a dormire.
Giorno tredici
Oggi è stata una gran giornata, sono davvero felice. Abbiamo trovato la casa! Lavi ha detto che siamo stati tanto fortunati, ma io credo che sia tutto merito suo e della buona volontà che ci ha messo per cercare di aiutarmi.
Ma andiamo con ordine, quando mi sono svegliato ancora non sapevo che avrei rivisto la mia mamma, anche se solo da lontano.
Io e Tigro abbiamo fatto colazione come al solito, nel nostro angolino, e io sbirciavo di tanto in tanto il tavolo al quale sedevano Lavi e Yuu. All'inizio mangiavano in silenzio, poi Lavi ha iniziato a fare domande e Yuu si è irritato, come suo solito. Però ha risposto e gli ha lasciato delle carte, con la raccomandazione di 'non fare cazzate', qualunque cosa voglia dire. Lavi ha giurato sul suo onore e Yuu lo ha salutato con un bacio.
Dopo che lui è uscito Lavi è venuto da me e Tigro e ci ha detto che sapeva chi ci aveva lasciati nel parco e aveva un indirizzo e un nome. Ha aggiunto che aveva promesso a Yuu di non andare là e soprattutto di non entrare in contatto con quella gente senza la presenza della polizia, per cui non avremmo potuto entrare a vedere se la mamma fosse davvero lì.
Però nulla ci impediva di andare vicino alla casa per guardare da lontano senza attirare l'attenzione, giusto per capire se magari da fuori ci fossero indizi della presenza di un gatto.
Io ho risposto 'Miao', Tigro invece mi ha detto che sono pazzo e che era troppo pericoloso, ma io ci sono andato lo stesso con Lavi.
Prima, come ogni giorno, doveva fare il suo turno di lavoro all'Oasi felina, ma mi ha promesso che poi, appena finito, saremmo andati a vedere, senza fare le 'cazzate' contro cui lo aveva ammonito Yuu.
E così abbiamo fatto. Non era ancora tramontato il sole, così ho guardato tutto il paesaggio, per essere sicuro di ricordarmi la strada nel caso si renda necessario che io ci torni da solo, a liberare la mamma. Ci abbiamo messo un sacco di tempo, quella casa è tanto lontana, non ce l'avrei mai fatta a ritrovarla senza l'aiuto di Lavi. Sono stato davvero fortunato a incontrarlo.
La casa non è grande, però ha un bel giardinetto. Chissà perché ci hanno rapiti alla mamma, due gattini in più ci stavano senza problemi e poi noi siamo anche bravi e puliti e nemmeno mangiamo tantissimo.
Comunque, siamo scesi dalla macchina, o meglio, Lavi è sceso. Io ero ben saldo con le unghiette piantate nella sua 'giacca preferita', come si è lamentato subito dopo che mi sono sistemato per non scivolare giù.
Lavi è un furbetto quasi più di me, si è fermato vicino alla cancellata facendo finta di accendersi una sigaretta, anche se lui non fuma. Deve essersi fatto prestare quella robaccia che chiamano 'svapo' o quel che è. "Almeno non mi intossico," ha borbottato a un certo punto dopo aver dato un colpo di tosse. "Però fa schifo forte."
Anche io ho starnutito, in effetti quella roba ha un brutto odore. Dalla spalla di Lavi io ero abbastanza in alto per guardare la casa, ma non abbastanza vicino da distinguere bene chi ci fosse dentro. Anche Lavi cercava di sbirciare, girando la testa con circospezione, sempre fingendo di fumare. Però continuava a borbottare fra sé, per cui ho capito che nemmeno lui riuscisse a vedere granché.
Ha fatto qualche passo avanti e indietro, poi il giro della casa, così ho notato la gattaiola. Non potevo certo rischiare a infilarmi dentro la casa, però potevo entrare in giardino, al massimo mi scacciavano come un gatto randagio qualunque, perché di certo non mi avrebbero riconosciuto e meno che mai avrebbero potuto capire cosa fossi andato lì a fare.
Così ho strusciato il musino sul collo di Lavi e gli ho fatto 'Miao' piano dentro l'orecchio, e lui ha subito pensato che fossi stanco di starmene fermo lì. Mi ha detto: "Abbi pazienza, ancora qualche minuto e poi andiamo a casa."
Ma io non intendevo quello, così mi sono mosso per cercare di scivolargli sul braccio, e allora ha capito che volevo scendere.
"Devi fare la pipì?" Mi ha chiesto.
Io ho risposto con un 'Miao' e lui l'ha preso per un sì, e mi ha messo per terra. Con sua grande sorpresa io invece sono corso via, infilandomi nella siepe e sbucando nel giardino. Non ho visto che faccia abbia fatto, povero Lavi, ma sono sicuro che avrebbe voluto urlarmi dietro, solo che non poteva, altrimenti nella casa lo avrebbero sentito e sarebbe successo un guaio.
Doveva fidarsi di me e immagino che alla fine si sia rassegnato a farlo e ad aspettarmi lì, davanti alla casa, perché è lì che l'ho ritrovato al ritorno.
Una volta nel giardino ho raggiunto in fretta il muro della casa e annusato tutto il perimetro fino alla gattaiola: l'odore della mamma era dappertutto! Lei era lì o almeno ci era stata, perché non ho sentito né un suo 'Miao' né ho potuto vederla. Sono saltato sul davanzale delle finestre più basse o meglio ci ho provato, ma sono ancora troppo piccino e non sono riuscito a salire su nessuna, tranne una che aveva un grosso vaso di fiori sotto.
Sono saltato su quello e da lì mi sono potuto arrampicare sul davanzale per guardare nella stanza. C'era il fuoco acceso dentro e una donna era in piedi davanti a un mobile. Più in là c'era un tavolo con intorno quattro sedie e su una di quelle un gatto, ma era lontano, troppo perché potessi capire se quel gatto somigliasse o no alla mamma. Però mi dava una grossa speranza.
Sono tornato di corda da Lavi, che quando mi ha visto sbucare dalla siepe si è messo le mani nei capelli, rossi e ribelli come il mio pelo, per la gioia. Mi ha subito preso in braccio e stretto al petto. Quasi piangeva, poverino, l'ho spaventato a morte.
"Non farlo mai più," mi ha sussurrato. "Ho creduto che volessi scappare via da me, di averti perso e non potevo nemmeno chiamarti. Andiamo a casa, lasciamo che ci pensi Yuu a questa gente."
Io mi sono strusciato contro il suo viso e gli ho fatto le fusa, e lui ne è stato contento. Sulla strada di casa non ha smesso un momento di accarezzarmi, l'ho spaventato proprio tanto. Mi ha anche dato doppia razione di cena, per ricompensarmi di essere tornato, credo.
Ora, anche se Tigro continua a dire che la mamma è morta e di lasciar perdere, devo convincere Lavi a tornare là e aspettarmi fuori mentre io entro nella casa per parlare con quel gatto. Se è la mamma, verrà via con me, ne sono sicuro.
Resisti, mamma. Vengo a prenderti.
Giorno quattordici
Era proprio la mamma!
Ora sono sicuro e posso agire e Lavi mi aiuterà se tutto va secondo i miei piani.
Stamattina Yuu si è presentato a sorpresa a casa nostra. A lui non piace alzarsi presto, per cui ho capito subito che c'era dietro qualcosa di molto importante, se aveva deciso che non potesse aspettare di finire il turno per dirglielo e, soprattutto, se voleva farlo di persona e non per messaggio.
Dalla faccia che ha fatto Lavi si capiva che anche lui lo avesse pensato. Si è affrettato a farlo entrare, ma Yuu non ha voluto spogliarsi, ha detto che era una cosa di cinque minuti e che doveva per forza arrivare alla centrale di polizia il prima possibile.
Non ho sentito cosa gli abbia detto, ma il viso di Lavi si è rasserenato, per cui non doveva essere niente di grave. Poi Yuu è tornato per cena e sembrava tutto a posto.
Però Lavi mi ha detto che quelli che ci hanno abbandonato pagheranno per quel reato, ma che non c'erano molte possibilità che ci riprendessero con loro. Il suo viso era molto triste mentre me lo diceva, come se sapesse che capivo e che mi stava dando un dolore. Io però avevo altri piani, per cui non mi sono preoccupato più di tanto.
Sono andato con lui all'Oasi felina come al solito, non volevo che si insospettisse, avrebbe potuto ostacolare la mia fuga. Poi, quando siamo tornati a casa ed è arrivato Yuu per cena, mi sono avvicinato al tavolo per ascoltare.
Gli ha detto che hanno notificato la multa alla famiglia di quella casa, che loro hanno confessato e detto che gli dispiaceva per i gattini, che erano felici che fossero vivi eccetera, ma che non li volevano indietro. Non ci vogliono.
Ecco perché Lavi mi aveva fatto quel discorso stamattina. Non fa niente, domani ci penso io alla mamma. So la strada dall'Oasi a quella casa, be', più o meno; se scappo mentre Lavi è impegnato lui mi verrà a cercare. Lo farà con Yuu e sono sicuro che indovinerà dove sono andato.
Ce la posso fare! Manca poco, mamma. Presto saremo di nuovo tutti insieme.
Giorno quindici
Non è andata proprio come l’avevo immaginata. Né male né bene, si potrebbe dire. Però sono felice lo stesso. Ma andiamo con ordine.
Anche se Tigro era contrario, io l'ho salutato e gli ho chiesto di augurarmi buona fortuna. Gli ho promesso di tornare da lui in ogni caso e poi ho seguito Lavi fino alla porta di casa, trotterellando come al solito.
Come ogni giorno una volta all'Oasi, dopo aver fatto il primo giro dei gattini malati, Lavi mi ha lasciato nella sala comune dove i gattini giocano insieme e gli umani che li vogliono adottare si fermano a giocare con loro.
Seguendo il mio piano, mi sono allontanato e nascosto vicino a una delle porte. Scivolare dentro appena qualcuno l'ha aperta è stato uno scherzo, specie perché io sono piccino. Da lì ho fatto una corsa fino all'ingresso e sono passato fra le gambe di tutti gli umani, galoppando fuori dall'Oasi fino al giardino. Una volta fuori dalla casa è stato facile seminare tutti gli umani che mi inseguivano.
Mi faceva male il cuoricino pensando a Lavi, a come si sarebbe spaventato e alla sua disperazione, ma ero anche sicuro che avrebbe capito e che mi avrebbe subito cercato nel posto giusto. Magari non così subito, visto che a me ci sarebbero volute molte ore per arrivarci.
Poi mi è venuta una bellissima idea: avrei preso l'autobus come gli umani! Ne avevo visti parecchi passare, mentre con la macchina andavamo dall'Oasi alla casa dove sta la mamma.
Dovevo solo azzeccare la direzione, non sembrava difficile. Andavano nello stesso senso delle automobili, no? Mi sono messo ad aspettare vicino a un cartello davanti al quale c'erano già in attesa alcuni umani e dopo un po' l'autobus è arrivato e io sono salito dietro di loro.
Mi guardavano tutti con meraviglia, ma non si sono arrabbiati come credevo, anzi. Alcuni mi hanno accarezzato, chiedendomi dove fossi diretto. Eh, già, da terra non riuscivo a vedere a che punto della strada eravamo ed era troppo alto il posto dov'era il vetro grande perché io riuscissi a salirci.
Così sono andato dall'autista, gli umani chiedono informazioni a lui, no? Gli sono saltato sul braccio mentre cambiava la marcia e poi sulle gambe. Lui ha quasi frenato di colpo per la sorpresa e poi mi ha detto: "E tu che ci fai qui, piccolino?" Io, ovviamente, gli ho risposto 'Miao', e mi sono avvicinato al finestrino per guardare fuori. "Vai di fretta?" Ha detto l'autista, ridendo. "Dove devi scendere?"
Magari avessi potuto dirglielo. Però proprio in quel momento siamo passati davanti a una fila di alberi altissimi e sottili. Io me li ricordavo, Lavi aveva girato con la macchina proprio dopo quel punto. Sono saltato giù dalle gambe dell'autista e mi sono avvicinato alla porta.
"Ehi, autista!" Ha gridato un umano. "Il gattino deve scendere."
E lui si è fermato per davvero. Mi ha aperto la porta e, mentre scendevo, mi ha detto: "Buona fortuna, piccolino!"
Gli umani non sono tutti cattivi. Però è meglio non fidarsi subito, ecco.
Mi sono guardato intorno e ho trovato in quale strada andare. Secondo i miei ricordi, non ero tanto lontano dalla casa della mamma. Per fortuna che Lavi non aveva ancora capito, altrimenti me lo sarei trovato già lì, arrabbiatissimo con me, ad aspettarmi. E allora sarebbe stato molto più complicato farlo collaborare come mi serviva.
Mentre risalivo la strada, da dietro la curva di una viottola laterale è spuntato un grosso gatto tigrato, rosso come me. Mi sono fermato, sulla difensiva, perché non potevo dire se fosse amico o nemico. Lui mi ha guardato con curiosità, forse perché sono anche io tigrato rosso, e mi è venuto incontro miagolando: "Non voglio farti male, tranquillo."
Con mia grande sorpresa conosceva la mamma! Quando gli ho detto che cercavo una casa lì vicino e che mi avevano rapito da lì molti giorni prima, ha subito capito e mi ha detto, commosso: "Sei uno dei cuccioli di Arabella! Come sono contento di vederti vivo e lo sarà anche lei, era preoccupata da matti. Io sono Isidoro. Vieni, ti accompagno."
Non fosse stato per lui ci avrei messo un bel po' di più a ritrovare la casa. Mi ha anche fatto vedere dove dormiva di solito e spiegato come chiamarla per farla uscire in giardino. Dovevano essere buoni amici se la conosceva così bene. Io gli ho raccontato la mia odissea e come ho nominato l'Oasi mi ha subito detto quanto fossi stato fortunato che mi avessero trovato loro. Mi ha anche detto che avrei dovuto restare col mio nuovo umano, perché questi qui a lui piacevano molto poco. E chissà, forse aveva ragione Tigro, allora. Però io volevo provarci lo stesso e come gli ho detto cosa volessi fare, Isidoro si è detto d'accordo, sebbene fosse chiaro che perdere la mia mamma lo rendesse triste.
"Se il tuo piano è quello di portarla via con te, ti aiuterò," mi ha detto.
Siamo entrati in giardino da un buco nella siepe che io il giorno prima non avevo proprio notato, forse perché era nascosto nella parte della cancellata che è sul retro della casa. Si è avvicinato alla finestra da quel lato, è saltato sul davanzale e ha toccato il vetro con la zampa a unghiette sguainate, così da far rumore. E la mamma è salita anche lei sul davanzale dalla sua parte!
Prima ha spalancato la bocca per la sorpresa e poi mi ha guardato con grandi occhi commossi. Ha fatto un 'Miao' ed è scesa giù di corsa.
Ho pensato non mi volesse vedere, ma Isidoro è sceso anche lui e mi ha fatto segno di seguirlo fino a un punto della siepe che restava nascosto alla casa grazie al grosso tronco di un albero. La mamma è spuntata poco dopo da dietro l'angolo della casa e ci ha raggiunto.
"Come hai fatto a ritrovarmi!" Ha miagolato, iniziando a leccarmi per la gioia.
Le ho raccontato la stessa storia che avevo detto a Isidoro e lei ha scosso la testa, incredula.
"Sei un micetto molto coraggioso," mi ha detto.
Io volevo solo poter dormire di nuovo nella stessa cuccia, scaldato dal suo pelo, con il mio fratellino accanto. Di nuovo tutti insieme, finalmente.
Stavo per dirle del mio piano per portarla via da lì, quando il rumore di voci appena fuori dal cancello mi hanno fatto drizzare le orecchie. Lavi era finalmente arrivato, giusto in tempo perché il mio piano funzionasse alla perfezione. Però non avevo fatto i conti con la lealtà della mia mamma.
Quando le ho detto cosa volevo fare, lei mi ha detto che non poteva venire con me. Non voleva abbandonare la sua umana, quella buona. Erano stati il papà e la mamma di lei che ci avevano portati via contro il suo volere, ma lei era troppo giovane per proteggerci, doveva ubbidire e non aveva potuto salvarci. Avrebbe sofferto troppo perdendo anche la mia mamma.
Un po' mi veniva da piangere, però la capivo. Lei mi ha detto che voleva conoscere Lavi, vedere com'era l'umano buono che mi avrebbe protetto al suo posto per il resto della mia vita.
Insieme a Isidoro, siamo andati al cancello d'ingresso. Lavi e Yuu erano lì che discutevano animatamente. Lavi voleva entrare a riprendermi e Yuu cercava di farlo ragionare, perché non avevano nessuna prova che io fossi davvero lì.
"Miao," ho detto per attirare la loro attenzione e subito Lavi ha afferrato le sbarre del cancello, piangendo senza ritegno.
"Mi hai fatto morire di paura," mi ha detto, allungando una mano per cercare di prendermi.
"Vai," mi ha detto la mamma. "Ora so che siete in buone mani e non ho più niente di cui preoccuparmi."
Isidoro e la mamma mi hanno seguito con lo sguardo attraversare la cancellata e Lavi mi ha subito preso in braccio. Quasi mi stritolava da quanto era agitato e felice di riavermi con lui.
Poi Yuu ha suonato il campanello e si è fatto riconoscere come poliziotto. Gli umani si sono subito mostrati rispettosi e lo hanno ascoltato. Lui gli ha spiegato la situazione, raccontato di come io e il mio fratellino siamo stati salvati e di quanto ci mancasse la mamma.
Poi, sotto lo sguardo sbigottito di Lavi ha proposto loro che Lavi potesse portarci in visita dalla mamma in cambio di una riduzione della multa e delle accuse per averci abbandonato.
E, per quanto possa sembrare incredibile, loro hanno detto di sì! Potrò vedere la mia mamma una volta alla settimana, come gli umani fanno quando si separano. Non è proprio come avevo previsto che funzionasse il mio piano, ma così vinciamo tutti.
La mamma è stata contentissima di sapere che avrebbe potuto vederci crescere. Le ho dato una toccatina di naso contro naso e poi lei mi ha leccato tutto il musetto. Poi si è avvicinata a Lavi e lui si è accovacciato al suo livello, come se sapesse con precisione cosa lei volesse fare.
"Avrò cura dei tuoi micini, te lo giuro," le ha detto, accarezzandole la testa.
"Miao," ha risposto lei, per dirgli 'ti prendo in parola'.
Poi ci siamo salutati e io, Lavi e Yuu siamo saliti in macchina. Ma la rivedrò sabato prossimo.
Non vedo l'ora di dirlo a Tigro, appena arriveremo a casa.
Titolo: Third time is a charm
Fandom: D.Gray-man
Rating: SAFE
Warning: nessuno
COWT 13 Week 6 M4- prompt: College!AU
Third time is a charm
Il suono della sveglia gli rimbombò nelle orecchie come le esplosioni durante un bombardamento, la mattina iniziava peggio del solito. Allungò la mano sul comodino cercando a tastoni la sveglia, nel vano tentativo di farla tacere, salvo poi ricordarsi che non ce ne fosse nessuna.
Accidenti a lui e a quando aveva scelto quella particolare canzone come suoneria della sveglia sullo smartphone!
Rotolò di lato per poter guardare dove frugassero le sue dita e aggiustò la mira, agguantando infine il maledetto telefono. Ne fece illuminare lo schermo premendo un tasto e disegnò con il dito il codice di sblocco.
Con un altro tocco per far scendere il menù a tendina finalmente riuscì ad aver ragione dell'odiosa funzione di ripetizione ogni cinque minuti.
Adesso doveva solo convincersi a uscire da sotto le coperte e iniziare la giornata. Sì, lo sapeva bene di non poter far tardi a scuola troppo spesso, specie l'anno del diploma, si era trasferito nel campus apposta per quello.
Si costrinse a mettere le gambe penzoloni dal letto, saggiando in tal modo la temperatura esterna della stanza: brrrrr! Avventurarsi fuori dal calduccio sarebbe stata un'impresa ardua. Con un immane sforzo di volontà rovesciò il piumone e si portò a sedere, i piedi che cercavano di arrivare a portata del tappeto, tastando in giro alla ricerca delle ciabatte.
Trovate! Infilò i piedi e zoppicò fino al bagno. Come mai erano così scomode quella mattina? Le dita non stavano tutte dentro e l'arco plantare gli acciaccava il piede come se... fosse al contrario. Che idiota, le aveva scambiate di piede. Scalciò per toglierle e le infilò giuste, fosse mai che la sua sbadataggine gli costasse uno scivolone dentro la doccia.
Una delle cose che lo consolavano del dover abbandonare le coperte era proprio l'acqua bollente della doccia! Una volta fuori, però, la magia terminava e il mondo esterno tornava a essere zucca.
Amen.
Un brontolio decisamente forte proveniente dallo stomaco gli ricordò che la sera prima aveva cenato con un panino arrangiatissimo. Doveva per forza passare a far colazione alla mensa o non sarebbe riuscito a finire la mattinata senza svenire.
Con un sospiro, riappese l'accappatoio al gancio sul muro e iniziò a vestirsi. Non era poi così tardi, se la mensa fosse stata poco affollata, sarebbe riuscito persino a mangiare con la dovuta calma quella tanto agognata colazione. Afferrò il giubbetto e uscì di corsa dalla stanza.
Nel girarsi infilando il giubbetto, ricevette un colpo al petto che gli fece sputare di botto tutta l'aria che aveva nei polmoni.
Un secondo urlo si unì al suo e sbatté la testa contro il muro, scivolando a culo per terra sul pavimento. Che botta... La testa gli girava e, quando riuscì a mettere a fuoco di nuovo il corridoio, con ancora tutte le stelle del firmamento che gli ballavano dinanzi agli occhi, si ritrovò aggrovigliato con un altro studente.
Quest'ultimo aveva l'aria di essere più ko di lui, a giudicare dall'espressione stralunata che mostrava sul viso, con tanto di rivolino di bava all'angolo della bocca.
– Ahhhh, che botta... – si lamentò il ragazzetto, frustando l'aria con le braccia nel tentativo di trovare un appiglio per districarsi da lui.
Sembrava uno studente delle medie, ma quanti anni aveva? Gli afferrò una mano e la guidò sul muro, facendo leva con forza sull'altra per allontanarlo da sé.
– Che è successo – fece eco lui in tono lamentoso – è passato un tir in corridoio?
– Mi dispiace, stavo correndo e non ti ho visto uscire.
– Ma che motivo c'è di correre qui, è un corridoio di nemmeno tre metri! Dai, spostati, ho lezione alle nove e muoio di fame! Dovrò ingoiare la colazione intera se non mi sbrigo.
Il ragazzetto non fece a tempo a rispondere che venne sollevato di peso e iniziò ad agitarsi come un ossesso, sospeso a mezz'aria per la collottola.
L'uomo che l'aveva afferrato torreggiò su di lui, offrendo un sorriso sornione sul viso abbronzato incorniciato da corti capelli neri dal taglio scalato. Aveva un aspetto maturo, con quella sigaretta fissa all'angolo della bocca, gli dava fra i venticinque e i trent'anni; che fosse un professore? No, più probabile che fosse uno studente fuori corso.
– Mi scuso per le maniere del ragazzo – disse in tono suadente – è troppo scalmanato.
Il suddetto ragazzo smise di agitarsi e cercò di girare la testa verso il suo catturatore.
– Lasciami subito, vigliacco! È tutta colpa sua – aggiunse, tornado a guardare lui – mi inseguiva e per guardarmi alle spalle non ho visto te. Il mio nome è Allen, a proposito, sto nella stanza di fronte alla tua.
Gli stava venendo mal di testa, fra la botta e la caciara che stavano facendo. Be', adesso era libero di alzarsi e non aveva alcuna intenzione di restare lì a discutere con quei due svitati.
– Scuse accettate, Allen. – disse in tono piatto, spolverandosi i pantaloni; e meno male che aveva deciso per i jeans, invece dei soliti casual bianchi, altrimenti adesso avrebbe le chiappe grigie. – Il mio nome è Lavi e, come ti ho detto prima, ho lezione fra un'ora. Devo andare – aggiunse, sollevando la mano in segno di saluto – buona giornata.
– Ehi rosso, aspetta! Te sei nuovo del dormitorio, ancora non conosci tutte le meraviglie di questo campus! Vieni stasera alla festa della Theta-Alfa-Gamma, sarai mio ospite! Chiedi di Tyki Mikk, mi raccomando.
Lavi aggrottò la fronte: rosso. Odiava quando lo chiamavano così, tanto quanto essere apostrofato 'pel di carota' o 'Rosso Malpelo'. Ci mancava solo che entrasse a far parte di una delle sette universitarie! Si voltò, offrendo un sorriso compiacente e annuì.
– Grazie, se ho finito di preparare i due assegnamenti che debbo consegnare per domani, mi affaccio di sicuro per un saluto.
Tyki Mikk, un nome bizzarro per uno che pareva ispanico fino al midollo. L'uomo mollò la presa e il ragazzetto che aveva detto di chiamarsi Allen ripiombò a terra con un'esclamazione oltraggiata.
– Tyki! Vacci piano, sei proprio uno stronzo! – esclamò, cercando di rassettarsi la giacca e il cravattino a fiocco, che aggiunto all'improbabile caschetto candido gli dava un aspetto un tantino vampiresco. – Ehi, Lavi! Fatti sentire lo stesso, magari si organizza altro o si studia assieme.
Come no, non vedeva l'ora. Ripensandoci, in quel posto non conosceva nessuno, forse non era poi un'idea così pessima iniziare a intrecciare qualche amicizia, nel gruppo non potevano essere tutti scoppiati come quei due, giusto?
– Sicuro, Al, contaci. Ci si vede.
Scese le scale di corsa e puntò verso la mensa. Come si aspettava a quell'ora era piuttosto piena, però malgrado tutto c'erano diversi posti liberi. Si fiondò al bancone del self service, prese il suo vassoio e iniziò a riempirsi il piatto. Aveva voglia di pancakes, ne impilò ben quattro il tutto corredato dalla relativa vaschetta colma di sciroppo d'acero, aggiunse una bella tazza di caffè bollente, forchetta, coltello e tovagliolo. Soddisfatto si girò per scegliersi un tavolo e sbam!
Vassoio rovesciato su un altro studente e sonore imprecazioni come se piovesse. Di nuovo, non era possibile! Come aveva fatto a non vedere che ci fosse qualcuno accanto a lui? La notizia positiva era che nessuno dei due fosse finito in terra, quella negativa che aveva spalmato pancakes e sciroppo sulla camicia bianca dell'altro studente.
– Ma sei cieco, idiota del cazzo? – sbottò il suddetto studente, guardandolo come se volesse trafiggerlo con l'ombrello e poi decapitarlo.
A un esame più approfondito, quello non era affatto un ombrello... Era chiuso in una custodia di stoffa e pelle e il tizio aveva lineamenti orientali. Che fosse davvero una spada? Forse il tizio faceva scherma? Kendo? No, gli sport giapponesi non erano contemplati, quindi... doveva essere una mazza da baseball!
– M-mi dispiace, oggi non me ne va dritta una. Ti pago la tintoria, lasciami la camicia al dormitorio stasera, sono nell'ala B, stanza diciotto. I-il mio nome è Lavi, pia...
– Non ho tempo da perdere – lo bloccò in tono rude l'altro studente, sbottonandosi la camicia – te la prendi adesso e me la riporti alla festa della Theta-Alfa-Gamma. Stasera.
Restò con una magliettina nera senza maniche molto aderente che su di lui era sexy da morire e gli sbatté in faccia il corpo del reato.
– Kanda! Perché sei sempre così sgarbato, non l'ha mica fatto apposta!
La voce femminile accorsa in sua difesa annunciava l'arrivo di una graziosa ragazza anche lei dall'aspetto molto orientale, forse la sorellina minore dello studente scontroso? Fatto sta che lui le fece spazio senza protestare, anche se la sua espressione la diceva lunga su quanto fosse d'accordo con lei.
La ragazza gli sorrise e tese la mano.
– Lenalee, piacere; e scusalo, è fatto così, s'infuria con niente. Dai pure a me, ci penso io a smacchiarla e poi ti passo lo scontrino. Tanto ci becchiamo sicuro fra una lezione e l'altra. Che corsi segui?
Il fratellone sexy di lei continuava a fulminarlo con lo sguardo, non era certo che fosse una buona idea accettare quella conversazione, ma... Lenalee era così gentile e graziosa e mister rudezza era proprio il suo tipo, nonostante l'atteggiamento, che ne tradiva il gran caratteraccio, per cui la tentazione era irresistibile.
– Il mio nome è Lavi – rispose stringendole la mano – e ho scelto i corsi di letteratura e storia come indirizzi principali. Mi piacerebbe restare a scambiare quattro chiacchiere con voi, ma ho lezione alle nove e devo sbrigarmi a mangiare. Però tuo... fratello prima parlava della festa di stasera alla confraternita, sono stato invitato anche io, potremmo incontrarci là.
Alla parola fratello Lenalee soffocò una risatina e Kanda aggrottò la fronte, incrociando le braccia al petto. Si era perso qualcosa? Non erano parenti?
– Kanda non è mio fratello, siamo solo buoni amici. Anche noi abbiamo lezione alle nove, dai che se ci sbrighiamo a mangiare ce la facciamo ad andare tutti insieme!
Ottimo, non era nemmeno il fidanzato, quindi c'era una flebile speranza che si lasciasse conquistare da lui, nonostante fossero partiti col piede sbagliato.
– Vi somigliate, scusa se ho tratto conclusioni errate. Per me va bene la colazione insieme, se si riesce a fare presto.
Kanda assunse un'espressione ancora più truce: se non ne aveva voglia, perché non protestava?
L'addetto alla mensa s'avvicinò con un vassoio colmo di ogni cibaria disponibile quella mattina e lo porse a Lenalee sfoggiando un sorriso smagliante. Un tipo davvero bizzarro, forse indiano a giudicare da come teneva legati i capelli e dal colorito olivastro, ma un paio di curiosi occhiali da sole gli impedivano di valutarne i lineamenti.
– Signorina Lenalee, mi sono permesso di selezionare delle cibarie per lei e i suoi amici – disse in tono chioccio – ecco qua, sedete e gustatevi una bella colazione!
Per qualche ragione, nessuno riusciva a dire di no alla bella Lenalee. Be', chi era lui per andare contro corrente?
Prese posto all'unico tavolo con tre sedie libere e il cuoco appoggiò il vassoio davanti a Lenalee. Si passarono i piatti e scelsero i cibi che preferivano. Non intendeva annoiare nessuno e, dopo tutto, nemmeno ce n'era il tempo materiale, quindi si concentrò sui pancakes e sul caffè. Magari se Kanda avesse visto che non era un tipo appiccicoso o noioso avrebbe accettato con più tolleranza la sua compagnia in futuro. No?
Gli occhi gelidi con cui lo trapassava ogni volta che ne incrociava lo sguardo, tuttavia, gli davano i brividi. Un momento: che avesse pensato che stesse cercando di provarci con Lenalee? Quasi gli andò di traverso l'ultimo boccone nel realizzare quella possibilità.
Pazienza, lo avrebbe convinto del contrario quella sera alla festa della confraternita. Intendeva bere con lui e invitarlo a ballare, fino all'alba se ci fosse riuscito.
Lenalee prese un sorso dalla tazza di tè caldo che aveva davanti e la appoggiò di nuovo sul tavolo con un gesto grazioso della mano.
– Non ti avevo mai visto in giro, sei nuovo?
Con tutta la gente che c'era al campus sarebbe stato difficile notare qualcuno comunque, ma forse Lenalee stava facendo un complimento ai suoi vistosi capelli rossi. Di solito era difficile non notarli. Lavi annuì e le sorrise.
– Mi sono trasferito da un'altra università.
Il bel tenebroso continuava a tenere un dignitoso cipiglio e a restare in rigoroso silenzio, nemmeno avesse mal di gola. Mangiava composto, lanciando di quando in quando nella sua direzione sguardi assassini.
– Come mai?
Più Lenalee gli poneva domande personali, più l'espressione di Kanda s'incupiva
Un'occhiata al cellulare gli disse che era tardissimo.
– Cavoli! Mancano cinque alle nove! Devo proprio scappare, vi racconto tutto stasera.
Scolò l'ultima goccia di caffè e s'infilò in bocca mezzo pancake arrotolato, masticando a quattro ganasce per riuscire a pulire il piatto prima di alzarsi e uscire. Scattò in piedi e si rimise a tracolla la borsa con i libri.
Aveva appena mandato in malora tutti i buoni propositi di dare un'impressione favorevole di sé e far colpo sui nuovi amici, in particolare sul suo bello e impossibile, che adesso lo squadrava con aria disgustata.
Cercò di contenere i danni rubando al volo un tovagliolo e premendoselo sulla bocca finché non ebbe finito di masticare e ingoiare tutto.
Kanda emise uno sbuffo irritato e si alzò a sua volta, seguito da Lenalee. Lei sembrava divertita da tutta la situazione e lo prese sotto braccio.
– Dimentichi che abbiamo anche noi lezione alla stessa ora – ridacchiò – veniamo con te, dove credi di scappare?
Un secondo sbuffo gli disse che Kanda davvero non approvasse il comportamento di Lenalee. Si portò la mano a grattarsi la nuca e ridacchiò piano.
– Vero, è che oggi c'è la consegna di un assegnamento importante e non vorrei contrariare il professore proprio il mio primo giorno di lezione dal trasferimento.
Lenalee contrappose alla sua stentata una risata argentina e puntò verso di lui un ditino accusatore.
– Ancora non ci hai detto il perché. Che hai combinato?
Lavi la fissò per un attimo senza capire, poi spalancò la bocca a dismisura. Si riferiva al trasferimento, non al ritardo. Non era da lui confondersi in quel modo, prendeva atto di non aver dormito né bene né a sufficienza la notte precedente.
– Ah, niente drammi, mi dispiace deludere la tua immaginazione, Lena... Posso chiamarti Lena, sì?
Lei rise ancora, consolidando la stretta sul suo braccio.
– Certo che puoi, tutti gli amici mi chiamano così, è il mio diminutivo.
– Ho vissuto all'estero per molti anni, io e il nonno siamo venuti qui a Los Angeles perché al nonno hanno offerto un buon lavoro in questa università.
Lenalee assunse un'espressione strabiliata.
– Tuo nonno insegna?
– Sì, ha avuto la cattedra di uno dei corsi di storia. Anticipo le vostre obiezioni, no, non ho scelto storia per questo, non credo nemmeno che sarà il mio professore.
Lenalee gli assestò un pizzicotto sul braccio.
– Io non ho parlato e Kanda nemmeno ti sta ascoltando.
Davvero? Gettò un'occhiata di sottecchi oltre la spalla: in effetti, sembrava distratto a osservare chissà cosa.
Varcarono l'ingresso principale proprio mentre suonava la campanella. Lavi estrasse il telefono e richiamò la foto della tabella con gli orari e le classi che aveva ricevuto dal nonno.
– Voi andate pure, io devo cercare l'aula.
– Ma ti pare, dimmi dove devi andare e ti indico io la strada.
– Aula G16, professor Wenham.
Lenalee fece un saltello di gioia, gli lasciò il braccio e corse qualche passo davanti a lui, fece una piroetta e lo chiamò con la mano aperta.
– Muoviti, è il nostro corso! Ti ci portiamo noi.
Kanda lo superò senza degnarlo di uno sguardo la raggiunse e oltrepassò anche lei, tirando dritto nel corridoio della scuola.
Che fosse una fortuna essere capitato in classe con loro non ne era certo, ma si affrettò a raggiungere Lenalee.
Entrò in aula e si trovò davanti giusto lo studente anziano in cui si era imbattuto quella mattina.
– Ehi, rosso! – esclamò quello, avvicinandosi subito per dargli una pacca sulla spalla. – Guarda chi si rivede, non immaginavo di trovarti in classe con me. Al sarà elettrizzato quando gli darò la notizia.
Sì, non faticava a immaginarlo, dal momento che l'aveva invitato alla festa. Lenalee si frappose tra loro a braccia aperte, come se fossero in procinto di azzuffarsi e ci fosse bisogno di separarli.
– Tyki, tieni a posto le grinfie – gli intimò con aria imbronciata – Lavi è con me.
Tyki le sorrise con quel ghigno a metà fra suadente e sardonico.
– Oh, non ne dubito, mia cara, ma l'ho visto prima io.
Lavi inarcò un sopracciglio. Che significava 'l'ho visto prima io', non era mica un oggetto o un premio da prendere. Il modo in cui si poneva quel Tyki era proprio fastidioso. Per tutta risposta, toccò Lenalee sul braccio per farle capire che non valeva la pena di litigare e si allontanarono da lui, andando a sedersi ai banchi accanto a Kanda.
– Non c'è bisogno di litigare, l'amicizia non è un'esclusiva a chi prima arriva, ma una scelta, e per ora tu non mi stai dando motivi per coltivarla. – ritorse.
Tyki rise a labbra strette e si infilò la sigaretta sopra l'orecchio.
– Ma guarda, abbiamo guadagnato un filosofo. Bene, bene, mi piaci, rosso! Arguto e tagliente al punto giusto, non è vero Kanda? Lui non parla mai, non è divertente cercare di coinvolgerlo in nessuna attività.
– Fanculo. – sibilò Kanda, e sollevò il libro aperto davanti a sé per dichiarare chiuso l'argomento.
Tyki indicò nella sua direzione.
– Lo vedi? Fa sempre così, è il massimo che puoi ottenere da una discussione con lui.
Fece spallucce e tornò al suo banco, giusto in tempo per l'ingresso del professore in classe. Poterlo tenere d'occhio in prima fila gli dava una certa tranquillità, il pensiero di averne lo sguardo puntato sulla schiena gli avrebbe fatto perdere la concentrazione e l'avrebbe reso nervoso.
Lenalee fece volare una pallina di carta sul suo banco e Kanda digrignò i denti nel vedersela passare davanti. Lavi l'aprì e vi trovò le indicazioni per la festa; 'per sicurezza, così non ti dimentichi', recitava il bigliettino. Lo infilò in mezzo al quaderno degli appunti, l'avrebbe fotografato dopo la lezione o il professore si sarebbe di certo risentito.
Gli piaceva come spiegava quel Wenham, dall'atteggiamento sembrava un tipo simpatico e alla mano, avrebbe avuto piacere di discutere con lui del compito che era stato loro assegnato.
La campanella suonò di nuovo, l'ora di lezione era davvero volata. Rivolse un sorriso cordiale a labbra chiuse a Kanda, ma lui girò il viso dall'altra parte con sdegno. No, forse era disgusto. Non riusciva a leggere quel che passava per la testa di quel ragazzo e di solito lui era molto bravo a capire le persone.
– Io ho lezione di letteratura adesso, tu? – azzardò comunque di chiedere, ma l'espressione di Kanda non mutò né si degnò di proferire una parola di risposta.
Lenalee si avvicinò a lui con il quaderno degli appunti in mano e lo colpì sulla testa, facendolo girare di scatto con aria irritata.
– Kanda! Non essere rude come tuo solito! – esclamò, stringendosi al petto il quaderno assassino.
Si aspettava una reazione di rabbia, ma Kanda si limitò a incupire l'espressione già contrariata e, massaggiandosi la parte offesa, raccolse la sua roba e si alzò.
– Va bene, hai vinto – sibilò in direzione di Lenalee – vuoi farci amicizia? Accomodati, ma non coinvolgere me.
Asociale. Finalmente Lavi aveva inquadrato il bersaglio, un tipo molto difficile di persona da avvicinare, figurarsi da corteggiare. Sospirò appena.
– Non voglio costringere nessuno a parlare con me, se non ti fa piacere la mia presenza eviterò, ma almeno dimmi perché.
Kanda incontrò il suo sguardo. Cercava d'intimidirlo con una di quelle occhiatacce truci di cui aveva dato la prova d'essere maestro innumerevoli volte, dal momento in cui ci aveva sbattuto contro, ma con lui non funzionava.
– Sei irritante.
Be', gli aveva chiesto lui di dirglielo in faccia e, come prevedibile, Kanda non aveva peli sulla lingua.
– Kanda! – esclamò di nuovo Lenalee. – Lavi sta solo cercando di essere gentile, potresti almeno riservargli la stessa cortesia.
Per tutta risposta, Kanda voltò loro le spalle e si diresse a grandi passi verso la porta.
– Io ho da fare, sbrigatevela fra voi. – ribatté in tono tagliente mentre usciva.
Lenalee sospirò, un'espressione imbronciata sul viso.
– Devi scusarlo, non gli piace la confusione, fosse per lui nemmeno verrebbe a scuola. Adesso ha il corso di marketing, lo rivediamo più tardi a informatica, se ci sei anche tu. Gli ci vorrà un po' per sciogliersi, non è vero che gli sei antipatico, fidati di me.
Lavi annuì. Uno strano modo di dimostrare simpatia, e anche contorto, borderline sociopatico.
– Sì, anche io ho il corso d'informatica. – confermò, lasciandosi tirare per il braccio verso la porta dell'aula. – Però non posso non chiedermi come mai uno così asociale vada alle feste della confraternita.
Lenalee rise di gusto, coprendosi la bocca con il dorso della mano.
– Le odia, ma gli tocca. Mio fratello mi ha affidata a lui, lo scuoierebbe vivo se sapesse che mi lascia andare da sola da qualunque parte, figurati a una festa di confraternita nel campus.
Ah, ecco spiegato il potere che Lenalee esercitava su Kanda! Era la sua guardia del corpo forzata.
– Mi meraviglia che abbia promesso, visto il caratteraccio che si ritrova. – commentò, sperando di ottenere particolari interessanti sulla vita del suo bel tenebroso.
Lenalee scosse la testa e assunse un'espressione comprensiva.
– Io e Kanda siamo cresciuti insieme, le nostre famiglie si conoscono da tutta la vita, non ha potuto schivare questa responsabilità. Gli piace pensare di non avere legami, nemmeno con il patrigno e i due fratellastri, ma di fatto io e lui siamo come veri fratelli.
Oh, quindi era stato adottato, un po' il carattere difficile rientrava nel profilo di chi era orfano o era stato abbandonato. Una sorta di difesa contro il mondo ostile.
– Quindi lo conosci super bene, giusto? – chiese, anche se conosceva già la risposta. – Dammi qualche dritta su come prenderlo, io sono un tipo cui piace avere tanti amici e scontrarmi da subito con qualcuno che mi detesta è stato un trauma.
Lenalee scambiò cenni di saluto con tre quarti delle persone che li incrociavano, doveva essere una delle ragazze più popolari della scuola, gli aveva detto bene d'imbattersi proprio in lei, quella mattina. Integrarsi lì gli sarebbe risultato molto più facile con il suo aiuto. Il loro carattere molto estroverso li rendeva potenziali ottimi amici ed era sicuro che avessero interessi da condividere.
All'ennesimo cenno di saluto, lei si avvicinò al suo orecchio.
– Kanda mi ha proibito categoricamente di parlare di lui con chicchessia – gli sussurrò – ma io resto convinta che la persona perfetta per lui esista e continuo a perorare la sua causa. – aggiunse con una risatina sommessa. – Mi spezza il cuore vederlo sempre da solo, tu saresti un ottimo amico per lui, ti vedo incline a sopportare le sue uscite sgarbate, finora sono scappati via tutti dopo un paio di risposte.
Fu il turno di Lavi di ridere. Sì, era il tipo che sopportava bene, se inquadrava il carattere della persona che aveva di fronte. Kanda una volta classificato era semplice da leggere.
– Sì, quando mi è simpatico qualcuno passo sopra ai difetti – confermò – e sono un ottimo ascoltatore, per problemi e annessi.
L'espressione di Lenalee diventò simile a quella di un gatto che stia per mangiare la preda.
– Ottimo, farò di te il suo migliore amico.
Dall'enfasi che aveva posto sulla parola, Lavi non era sicuro al cento per cento che intendesse solo quello.
– È in corso qualche complotto? Posso unirmi?
La voce suadente di Tyki dritta nell'orecchio lo fece sobbalzare. Non si era nemmeno reso conto che gli stesse camminando dietro a distanza così ravvicinata, forse perché era concentratissimo sulla fuga di Kanda.
– Tyki! Smetti d'impicciarti dei miei amici. Ti sei preso Allen, tientelo stretto e lascia in pace Lavi.
Oh, questo era interessante, se stava parlando dello stesso studente che si era scontrato con lui giusto quella mattina. Aveva detto di chiamarsi Allen, giusto? Forse era il suo ragazzo e glie l'aveva rubato? Adesso era curioso, ma non poteva chiedere. Uno, era scortese, due, non era davvero il momento, magari se ci fosse scappata l'occasione alla festa, da quel che aveva capito sarebbero stati tutti presenti.
Si voltò per incontrare lo sguardo magnetico di Tyki. Con lui non attaccava, oppose un'espressione risentita.
– Mi hai fatto prendere un colpo, non farlo mai più. – ammonì in tono duro.
– Uh, che paura. Il gattino tira fuori le unghiette! Bravo, rosso, mi piaci sempre di più. Ci si vede stasera alla confraternita!
Lenalee sospirò e riprese a salutare quelli che incrociavano.
– Tyki non è cattivo, ma è un po' prepotente e, be'... – esitò un momento, corrugando la fronte come se non trovasse la parola adatta per definirlo. – Diciamo che è più dedito ai piaceri della vita del campus che allo studio, ecco.
Che doveva anche essere la ragione per cui era ancora lì alla sua età. Quindi gli piacevano giovani o presunti tali. Ad Allen non avrebbe dato sopra ai quindici anni, ma se era lì doveva averne almeno diciassette, più probabilmente diciotto, e frequentare il primo anno. Lavi era al secondo anno e pure Kanda, visto che frequentava alcuni dei suoi stessi corsi, e avere diciannove anni come lui.
– Intendi che passa il tempo a bere e organizzare feste?
– Anche. Dicono che sia un rubacuori senza né freni né pudore. – sussurrò schermandosi la bocca in un tono alquanto scandalizzato.
Lavi trattenne a stento una risatina. Si vedeva dall'atteggiamento 'perennemente in caccia' di quel Tyki, adesso che Lenalee aveva puntato il dito sulla questione. Sogghignò. La sua primissima festa di confraternita in quel campus si preannunciava davvero molto interessante, ci sarebbe andato, in particolare per Kanda.
La lezione d'informatica gli parve durare un'eternità. Kanda se ne stava in disparte dietro a tutti, a dispetto dei ripetuti inviti di Lenalee a sedersi accanto a loro, e sentirne lo sguardo perforargli la schiena lo rendeva nervoso.
In realtà, era certo che non lo stesse considerando nemmeno di striscio, ma sentiva lo stesso il peso di quello sguardo ipotetico su di sé e lo distraeva da matti.
– La lezione è finita – annunciò il professore sopra al suono della campanella – ma ricordate che ci vediamo nel pomeriggio per il laboratorio.
Lenalee gli diede di gomito, già pronta ad alzarsi con tutti i libri in braccio.
– Che sport hai scelto?
Lo aveva iscritto il nonno, nemmeno aveva controllato in che club sportivo lo avesse inserito. Prese di tasca il telefono, offrendo a Lenalee un sorriso incerto.
– Spero che mio nonno non abbia fatto di testa sua come al solito – spiegò nel richiamare la conferma d'iscrizione – a lui piace gestire ogni parte della mia vita. Eccolo qui: baseball. Che strano, ero convinto che non mi avrebbe accontentato.
Perché mai baseball! Lui non ne sapeva niente, sarebbe stata meglio la pallacanestro. Aggrottò la fronte. Doveva essere perché il baseball era uno degli sport meno pericolosi a livello fisico, era sempre troppo apprensivo per la sua salute.
– Non va bene? – chiese Lenalee, interrompendo quelle riflessioni e riportandolo alla realtà.
– Non amo molto il baseball.
– Lo diceva anche Kanda – ridacchiò lei – ma qui non c'è il kendo, e il baseball è l'unico sport in cui può brandire qualcosa di minaccioso. Almeno sarete in squadra insieme, non sei contento?
Sì, quello gli faceva molto piacere, ma ne avrebbe fatto altrettanto a Kanda?
– Già, magari mi aiuta a inserirmi.
– Hai gli orari? Adesso andiamo a pranzo, poi c'è il laboratorio d'informatica e gli allenamenti iniziano alle tre del pomeriggio. Io non sarò con voi, ho scelto pallavolo.
Lavi gettò uno sguardo agli appunti. Aveva orari orientativi, meglio che si scrivesse una nota con quelli veri.
– Credi che mi presterebbero una mazza? Non avevo previsto di giocare a baseball, non ho portato niente con me.
Lenalee lo tirò verso l'uscita.
– Certo che sì, ti daranno tutto l'occorrente e le indicazioni su cosa comprare.
Kanda era già sceso dalla sua postazione in cima all'aula e li trapassava con lo sguardo da accanto alla porta. Credeva che sarebbe andato avanti da solo, strano.
Li precedette appena prima che lo raggiungessero e rimase a due passi da loro, in silenzio, lanciando occhiatacce di sottecchi a ogni risatina di Lenalee, come se la gioia di lei gli desse fastidio.
La mensa era affollatissima e faticarono a trovare posto tutti insieme allo stesso tavolo.
– Kanda, Lena mi diceva che anche tu giochi a baseball. È il mio primo giorno e ancora non ho l'attrezzatura, credi che mi faranno allenare lo stesso?
Mantenendo l'espressione truce da perfetto asociale, Kanda sollevò lo sguardo dal piatto e un sopracciglio in maniera assai suggestiva.
– Tch. – sbuffò. – Che seccatura. Il coach ti darà le attrezzature di riserva. – aggiunse come se ogni parola pronunciata gli costasse denaro.
D'un tratto il brusio di sottofondo della sala si mutò in strilli sorpresi, esclamazioni spaventate e improperi vari, che li fecero smettere di mangiare e voltare in direzione del clamore.
Un tizio ben piazzato si stava facendo strada fra i tavoli, scansandoli di lato con la forza bruta e sembrava proprio puntare verso di loro. Rovesciò il tavolo precedente e si piazzò dietro a Kanda, che era tornato a mangiare come se quella specie di baraonda non lo riguardasse affatto.
– Kanda! Alzati e affrontami, bastardo! – gridò, ma l'espressione di Kanda non mutò di una virgola e continuò a ignorarlo. – Sei così vigliacco da non accettare la sfida? Mio fratello l'hai pestato senza problemi, però!
Lavi si accorse solo adesso che dietro il tizio infuriato ce ne fosse, tutto tremante, un altro con un braccio ingessato al collo e le stampelle.
– Tuo fratello è un idiota – sbuffò Kanda – ha cercato di colpirmi con la mazza mentre mi preparavo a colpire la palla del lanciatore automatico. Se l'è cercata.
– Che dici, non lo provocare – sussurrò Lenalee, toccandogli il braccio con aria preoccupata – quello è un attaccabrighe.
L'espressione di Kanda diceva che conoscesse alla perfezione chi fosse il tizio e puntasse proprio a farlo scoppiare.
– Te la farò pagare, maledetto!
Lavi non fece in tempo a gridare un avvertimento che Kanda si alzò, parò il colpo, lo reciprocò con gli interessi e afferrò il malcapitato per la gola, costringendolo a sollevarsi sulle punte dei piedi. Che forza impressionante! Lo tratteneva in quella posizione come fosse un fuscello.
Il tizio gemette, farfugliando suoni inarticolati, incapace di liberarsi.
– Per favore non fargli male! – gridò il fratello. – Gli ho detto che è stata solo colpa mia, ma non ha voluto sentire ragioni.
Lenalee fece il giro del tavolo e prese a strattonare Kanda per la manica.
– Kanda! Lascialo, passerai dalla parte del torto!
Le parole di Lenalee fecero centro e Kanda mollò la presa di botto, facendo finire l'altro studente a gambe all'aria. I loro amici lo aiutarono a rimettersi in piedi e lo portarono via.
– Te lo avevo detto che quello è un mostro – piagnucolò lo studente ferito – ascoltami la prossima volta.
– Mi dici che è successo? – inquisì Lenalee, affrontando Kanda con decisione.
– Niente.
Ah, be', aveva un concetto molto elastico di 'niente', un altro po' scoppiava una rivolta per il suo 'niente'.
Da uno dei tavoli che si erano salvati dalla furia dello studente impazzito si avvicinò Allen.
– Siamo nervosetti oggi, eh, Kanda?
– Sparisci, tappo.
– Il mio nome è Allen! Diglielo tu, Lenalee, di non chiamarmi più così. – aggiunse in tono lacrimevole.
Sapeva fare la vittima molto bene, ma Lenalee era più scaltra di lui.
– Devi guadagnarti il suo rispetto, Allen. Io non posso farci niente, lo sai.
– Uffa. Stasera vieni con me alla festa? Tuo fratello ti lascia?
Ah, ecco perché si era azzardato a parlare con Kanda. Il piccoletto aveva un debole per la bella Lena! Lavi si strofinò il mento. Aveva capito che se la intendesse con Tyki... Teneva il piede in due scarpe? Contento lui.
– Magari io e Kanda andiamo avanti, se voi avete bisogno di un po' di privacy? – propose, ma Lena scosse la testa.
– Ci vai con Tyki, io non ti servo; andrò con Kanda e Lavi.
Allen sospirò.
– Come vuoi, ci vediamo là.
Allontanandosi gli lanciò uno sguardo dubbioso, come se credesse che fra loro due ci fosse qualcosa. Aveva la netta sensazione che si stessero tutti contendendo lui, tranne la persona a cui era interessato.
Kanda non sembrava curarsi di niente che venisse detto attorno a lui, era come se non fosse nemmeno lì. Finì l'ultimo boccone e si alzò.
– Facciamo tardi a lezione. – disse in tono piatto.
Lenalee finì il succo di frutta e raccolse la borsa con i libri.
– Abbiamo ancora tempo, la lezione è alle due.
Lavi si fece un paio di calcoli. Quanto distavano la palestra e il campo da baseball?
– Gli allenamenti sono alle tre e mezza, ce la facciamo in mezz'ora?
– Non te la sei studiata la piantina del campus? – sbottò Kanda in tono insofferente.
Le sue continue domande iniziavano a irritarlo molto, si vedeva dalla faccia, oltre che dal modo in cui gli rispondeva, quando lo faceva.
In sua difesa, non aveva avuto il tempo materiale di studiarsi anche quella, contava di farlo fra una lezione e l'altra, ma l'incontro scontro della colazione gli aveva scombinato tutti i piani. In meglio, per carità, ma ora era del tutto impreparato su ognuna delle destinazioni della sua tabella di marcia.
Il suo continuo sbirciare il telefono non sfuggì a Lenalee, che gli si affiancò anche all'uscita dal laboratorio di informatica.
– Ti facciamo da guida noi per le palestre, non farai tardi.
Kanda si voltò con espressione irritata e le scoccò un'occhiataccia.
– Parla per te. – sibilò e si guadagnò un pugno sul bicipite.
– Non essere scortese! – esclamò, il viso tutto imbronciato. – Lavi è nuovo, il minimo che possiamo fare per lui è mostrargli il campus.
Kanda ignorò il rimprovero e accelerò il passo.
– Lascia stare, Lena, non me la prendo. Sai come si dice, chi non mi vuole, non mi merita.
Un 'tch' più sonoro degli altri da parte di Kanda gli disse che era stato appena mandato affanculo senza neanche dirlo a parole. Si lasciò sfuggire un dignitoso sospiro.
Appena superato l'accesso a un'area delimitata da una recinzione altissima, Lenalee gli assestò una pacca sulla spalla e fischiò a Kanda, che si girò a guardarli in cagnesco.
– Te lo affido, non farlo bullizzare dai senior, ok? – gli raccomandò.
– Tch.
Ricevette in risposta il solito grugnito.
– Lo prendo per un sì. – intimò puntando il suo poco minaccioso ditino contro Kanda. – La mia palestra è oltre quel campetto da calcio – continuò rivolta a lui – tu guardati le spalle e buon allenamento. A stasera! – salutò entrambi, agitando il braccio mentre correva via.
Trotterellò per raggiungere Kanda, che non aveva perso tempo a incamminarsi di nuovo a passo ancor più veloce.
– Prometto di non esserti di peso e se po...
– Allora sparisci. – sibilò Kanda senza nemmeno girarsi per guardarlo in faccia.
– Eddai, mi dispiace di averti rovinato la camicia, ma Lena ha detto che tornerà come nuova, no? E poi con quella magliettina stai benissimo.
Forse non doveva azzardare un simile complimento, lui si voltò subito a fulminarlo con lo sguardo. Be' non gli restava che opporre uno dei suoi sorrisi disarmanti.
L'espressione truce vacillò e sul viso di Kanda comparve un impercettibile rossore. Fu solo un attimo, poi lo sguardo tornò duro come la pietra e i lineamenti scavati nel ghiaccio. Forse si era immaginato tutto? Che il suo goffo modo di fargli capire che gli piaceva avesse fatto breccia?
– Risparmiati l'adulazione. – borbottò, ma il tono non era più velenoso come prima.
Era un miglioramento, poteva continuare a coltivare le speranze di conquistarlo.
– Guardate chi c'è, ehi, Kanda! Finalmente, di solito arrivi un'ora prima.
– Oggi c'era lezione.
Ahhh! Gli era sfuggito di bocca, non voleva rispondere al posto di Kanda, era stata una reazione spontanea. Adesso sarebbe stato insultato e il piccolo passo in avanti che aveva appena fatto stava per essere gettato alle ortiche. Lo studente che aveva appena parlato spostò l'attenzione su di lui come se lo vedesse apparire dal nulla solo allora.
– Lui chi è? Ti sei tirato dietro uno schiavetto?
Kanda storse la bocca con irritazione.
– Tch. No, è uno nuovo che mi si è appiccicato stamattina.
– Ora non è il caso di girare il dito nella piaga, non ho fatto apposta a rovesciarti addosso i pancakes e ho già chiesto scusa.
Prima che potesse fermarla, la sua bocca aveva di nuovo fatto danni. L'altro studente scoppiò a ridere.
– Non avrei mai creduto intendessi in senso letterale! Questo sì che è un evento, te che fai lo spiritoso e ti tiri dietro un novellino! Ragazzi, Kanda ci ha portato il suo nuovo amico del cuore! – gridò da sopra alla spalla, così forte che sembrò un gallinaccio spennato.
Kanda falciò entrambi con uno sguardo rovente. Cercò di rabbonirlo offrendo un sorriso tremolante, ma non era convinto nemmeno lui di riuscire a scamparla.
– Molto divertente, Daisya. Tu, idiota, vatti a cambiare, sempre che qualcuno abbia una divisa da prestarti. – gli gridò contro, indicando dentro la palestra.
Lavi annuì e si precipitò dentro, in cerca dell'allenatore e, soprattutto, degli spogliatoi. Gli arrivò l'eco delle risate di quell'altro studente.
– Ma davvero ti ha spalmato i pancake addosso? Ecco perché sei senza camicia! – diceva fra le lacrime.
– Chiudi quella fogna, Daisya! – fu l'ultima risposta acida che riuscì a distinguere dalla voce di Kanda.
Ora sì che lo avrebbe odiato.
– Hai provocato un bel trambusto là fuori, figliolo. – lo apostrofò un signore di mezza età, con folti baffi più grigi che castani e capelli spettinati dello stesso colore, corti e ravviati all'indietro. – Mi sembri un po' grande per un primo anno, sei ripetente?
L'uomo doveva essere l'allenatore e dall'aspetto gli sembrava simpatico; gli sorrideva con aria cordiale.
– No, signore – rispose con un saluto molto formale e ricambiò il sorriso – secondo anno, mi sono appena trasferito qui dalla Gran Bretagna. Il mio nome è Lavi Bookman, piacere.
– Oh, benvenuto fra noi, allora, Lavi. Io sono coach Johnson. Da quanto tempo giochi a baseball?
Brutta domanda, non aveva mai giocato prima. Doveva mentire? Meglio di no, nemmeno ne conosceva le regole. Lo avrebbero messo a fare il raccattapalle, ma cosa ci poteva fare?
– Ecco, in realtà non ho mai giocato, ma a mio nonno piace e ha insistito perché mi iscrivessi. – mentì; non era sicuro che fosse andata proprio così, ma era la spiegazione più semplice. – Non ho ancora l'attrezzatura, speravo che per oggi potessi usare quelle della squadra e che lei mi desse qualche consiglio su cosa comprare.
– Oh, capisco. Vieni, ti mostro gli spogliatoi e ti scelgo una mazza provvisoria. Per gli abiti, sentiamo se i ragazzi hanno qualcosa da prestarti. Ehi! Tyki! Vedi che taglia ha il nostro Lavi e trovagli una divisa, intanto che non glie ne facciamo arrivare una sua.
Già, che stupido, c'erano le insegne della squadra, non avrebbe mai potuto trovarla in un negozio, e... Tyki? Non era un nome molto comune, doveva essere per forza lui. Che sfortuna, se lo ritrovava anche in squadra.
– Eccomi, coach, ci penso io, non si preoccupi. Guarda chi c'è, la testa rossa! Benvenuto, sono certo che ti troverai benissimo con noi.
Era proprio lui, lo studente anziano con in cui si era imbattuto nel dormitorio. Il coach gli fece cenno di avvicinarsi.
– Tyki è il nostro capitano. – li presentò. – Laggiù ci sono gli spogliatoi, cambiati e poi raggiungici in campo che ti faccio provare un paio di mazze, così scegli quella con cui ti trovi meglio e ti insegno i movimenti di base.
– Sì, coach.
Tyki lo fissava con quella sua aria malandrina; chissà che piani avesse in mente, un po' lo preoccupava averlo intorno.
– Te lo affido – si raccomandò coach Johnson – trovagli un armadietto e rimandamelo in divisa.
Tyki sfoggiò un sorriso sornione e si avvicinò a lui, che di riflesso indietreggiò fino a ritrovarsi con le spalle contro la parete.
– Rilassati, rosso. Non è mia abitudine forzare chi non è interessato alla mia compagnia. Seguimi.
Lavi riprese a respirare, nemmeno si era reso conto di star trattenendo il fiato. Si scollò dal muro ed entrò nello spogliatoio. Tyki aveva aperto un armadietto e stava ammucchiando sulla panca i capi di vestiario e l'attrezzatura di cui aveva bisogno. Pantaloni, maglietta, calzini, scarpe, cappellino e guanto da ricevitore.
Continuava a tenere il mozzicone di sigaretta all'angolo della bocca, anche se era spento; non riusciva a distogliere lo sguardo da lui, ne era come risucchiato e il suo corpo rifiutava di obbedirgli.
– G-grazie – balbettò, impalato accanto all'ingresso – mi c-cambio subito.
– Non farci caso, fa sempre così con i novellini, ma non è cattivo. Gli piace essere sempre in compagnia.
Questo chi era? Nemmeno l'aveva sentito entrare. Cavoli, faceva paura, doveva essere almeno un metro e novantacinque e sembrava un armadio! Forse l'aveva mandato il coach a vedere come mai non si fosse ancora preparato.
– S-salve – salutò, riuscendo finalmente a muovere un passo verso i vestiti sulla panca – mi cambio subito e arrivo.
– Oh, tranquillo, non sono qui per metterti fretta. Mi si è disfatta la fasciatura – spiegò nel tirar fuori del nastro adesivo dalla sacca da palestra. – Il mio nome è Marie, a proposito. Benvenuto in squadra.
Questo tizio sembrava molto cordiale e alla mano. Espirò piano, almeno lui non lo metteva in soggezione. Prese in mano la divisa e spiegò la maglietta: la taglia a occhio era giusta.
– Il mio Lavi. Grazie – rispose – spero d'imparare in fretta e riuscire a giocare.
– Sei alto e con un fisico ben messo. Un po' di allenamento tecnico e vedrai che andrà bene.
Marie lo salutò con un cenno mentre usciva dallo spogliatoio per tornare al campo da gioco. Be' almeno qualcuno era fiducioso sulle sue capacità. Si dette un'occhiata per fare un rapido inventario. Molto bene, sembrava tutto al posto giusto, protezioni, guanto, divisa, scarpe... Era pronto.
Si affacciò fuori dalla palestra e si fermò un momento a osservare i suoi compagni di squadra che si esercitavano nei vari ruoli. Tyki lanciava, non l'avrebbe mai detto, Marie era alla battuta e quello bassetto e magrolino che prima parlava con Kanda faceva da ricevitore. L'aveva chiamato Daisya, se aveva capito bene.
Tyki aveva un gran polso, tirava delle palle curve da paura e, a giudicare dalla fatica che faceva Daisya nel trattenere la palla senza farsi gettare a terra, dovevano essere anche molto potenti.
Kanda però non si vedeva da nessuna parte.
– Oh, eccoti – lo chiamò il coach Johnson – ti stavamo aspettando. Lui è il mio vice, il signor Cross. Ti istruirà sui movimenti base.
Che strano tipo, sigaretta in mano, capigliatura lunga anni novanta più rossa della sua e atteggiamento da furbastro. Era il classico tipo da cui si sarebbe aspettato una pugnalata alle spalle in ogni momento.
– Piacere, coach Cross.
L'uomo fece un gesto a mezz'aria per liquidare qualunque cosa avesse in mente di aggiungere e portò la sigaretta alle labbra.
– Bando ai convenevoli, prendi una mazza dalla rastrelliera laggiù e fammi vedere come la impugni.
Gli soffiò il fumo addosso mentre lo superava, facendolo tossire. Che razza di allenatore era? Uno di quelli che maltrattano i giocatori? Tornò verso di lui con la mazza e l'agitò in aria mimando un colpo, per valutare come se la sentiva in mano. Mah, non era troppo pesante, maneggiarla la maneggiava bene, però più di quello non avrebbe saputo dire.
– Pronto, coach.
Cross tese la mano, invitandolo a passargli la mazza e si mise in posizione di battuta.
– Guardami bene. Vedi la posizione dei piedi?
– Sì, coach.
Cross mimò un paio di colpi.
– Osserva come muovo il torso quando colpisco, la rotazione dei piedi, l'inclinazione. – spiegò, colpendo un altro paio di volte. – Ora prova tu.
Non sembrava difficile. Fece ciò che gli era stato mostrato, per fortuna la sua memoria fotografica lo aiutava a ricordare le posizioni. Cross annuì soddisfatto, lo fermò, si avvicinò e gli aggiustò la posizione. Si allontanò di diversi metri e gli mostrò la palla. L'aveva avuta addosso tutto il tempo? Non si era nemmeno accorto di dove l'avesse presa. Si mise in posizione e lanciò contro di lui.
Seguì le istruzioni ricevute e provò a colpire, mancando clamorosamente, fra le risate di chi li stava guardando.
– Però ha stile – commentò un compagno di squadra – i suoi movimenti sono quasi perfetti.
– Sì, non è male – concordò coach Cross – ma deve ancora imparare tutte le posizioni di ricezione, non basta provare una battuta. Voi due, laggiù, venite qui e mettetevi in posa da belle statuine.
Cross riprese a fumarsi con gusto la sigaretta, mentre impartiva ordini ai due giocatori che si erano avvicinati. Gli piaceva dirigere, piuttosto che essere lui a faticare.
D'un tratto qualcuno urlò. Non riusciva a distinguere di chi fosse la voce, ma aveva pronunciato il nome di Kanda.
– Fuori dalle palle.
Questo era Kanda, si prospettava un bel litigio. Coach Cross sogghignò e i due che gli stavano facendo da esempio corsero a vedere.
– Va bene, andiamo a impedire la rissa. – sospirò coach Cross.
Non se lo fece ripetere due volte e corse dietro ai suoi compagni. Girato l'angolo dell'edificio della palestra, trovò Kanda che brandiva una spada da kendo. L'altro contendente, un tizio dall'aspetto viscido, lo minacciava con la mazza da baseball.
– Che ti alleni a fare con quella spadina, non serve a niente. Devi usare questa – aggiunse, battendo la mazza contro il palmo della mano – non sei un vero giocatore di baseball sei solo un pagliaccio!
– Provaci, te lo faccio vedere io quanto è inutile il mio bokken! – ruggì Kanda, mettendosi in posizione d'attacco.
Lavi strattonò il braccio di Cross.
– Coach, li fermi, gli farà male se lo colpisce con la mazza!
La risposta fu una sonora risata e il coach si girò a guardarlo con espressione divertita.
– Si farà male, vuoi dire.
Gli era sfuggito qualcosa? Kanda non sembrava affatto spaventato, anzi. Lo studente con la mazza da baseball caricò, come se dovesse colpire una palla in arrivo e Kanda gli andò incontro con la spada.
Non ci poteva credere, evitò la mazzata e mise il colpo a segno con una velocità impressionante. L'altro cadde in ginocchio e stramazzò a terra insieme all'amata mazza. Si levarono numerosi applausi dal pubblico dei compagni di squadra e il coach avanzò per porre ufficialmente fine al litigio.
– Adesso basta con questo spettacolo, tornate ad allenarvi! – ordinò.
Il tizio viscido era ancora a terra, peggio per lui. Lavi andò dietro all'allenatore, che frattanto assegnava esercizi da fare agli altri giocatori e raggiunse Kanda.
– Accidenti, non credevo praticassi anche il kendo, sei bravissimo!
Kanda sbuffò, come se il complimento gli desse fastidio.
– Mi alleno per entrambi.
Gli voltò le spalle e ricominciò a provare le posizioni del Kendo. Già considerava chiusa la conversazione, che tipo testardo. D'accordo, poteva capire come mai qualcuno lo trovasse antipatico fino ad attaccare rissa con lui.
Tese la mano allo studente ancora carponi a terra, che si lamentava cercando di rimettersi in piedi.
– Coraggio, ti accompagno in infermeria se hai bisogno.
Ricevette uno sguardo carico d'odio. Il giovane scacciò la sua mano con disprezzo e si alzò facendo perno sulla mazza.
– Vieni pure a deridermi? È solo colpa tua! Arrivi qui per ultimo e me lo porti via! Con me non parla mai... A te invece consente persino di accompagnarlo! Maledetto bastardo!
Lavi spalancò gli occhi. Non era mica questo il motivo del litigio. Aveva ascoltato solo l'ultimo scambio, lo concedeva, ma non era possibile che avesse frainteso in modo tanto clamoroso. Sbatté più volte le palpebre, senza parole. Questa non se l'aspettava e intorno a lui era calato il gelo più assoluto.
– Andrew! – lo ammonì Marie, che dalla faccia ne sapeva un bel po' più di lui. – Lascia in pace Lavi, lui non c'entra.
– Non dici niente, pel di carota?
Il tono diventava sempre più minaccioso, forse avrebbe dovuto scusarsi o meglio, scappare?
– Io, mi dispiace, ma non capisco di cosa mi accusi.
– Non capisci?! – gridò Andrew e con uno scatto fulmineo lo aggredì con la mazza.
Dai compagni di squadra si levò un grido d'orrore. Lavi si girò, incrociò le braccia per proteggersi la testa, si preparò al dolore lancinante che sarebbe seguito e chiuse forte gli occhi. Invece ci fu un urlo collettivo che glie li fece spalancare di nuovo. Giusto in tempo per vedere Kanda fra lui e l'assalitore che parava il colpo e gli assestava un fendente sul muso, così forte che l'avrebbe aperto in due se la spada fosse stata vera.
Andrew stramazzò a terra definitivamente, questa volta, la faccia piena di sangue. Lavi spostò lo sguardo da lui a Kanda; non sapeva cosa dire, le labbra gli tremavano e stavano per cedergli le ginocchia.
Neanche si rese conto di essersi lanciato fra le sue braccia finché non gli si fecero strada nel cervello i fischi strabiliati dei compagni di squadra. Cercò di ricomporsi, ma finché la paura presa non gli passava aveva bisogno di appoggiarsi a qualcuno.
– Kanda! Potevi andarci piano e allontanarlo, invece di spaccargli la testa, accidenti a te. – lo rimproverò coach Johnson, inginocchiato accanto a Andrew insieme al coach in seconda. – Marian, aiutami a sollevarlo, portiamolo in infermeria.
– Mi dispiace, non credevo ti prendesse di mira.
Lavi sollevò il viso per guardare Kanda negli occhi. Si era appena scusato con lui?
– Io... Io non capisco. Non ho fatto niente di strano, nemmeno mi parlavi.
Kanda lo aiutò a mettersi a sedere sulla panchina a bordo campo.
– Ho cercato di tenerti a distanza, ma a quanto pare non ha funzionato. Quel tipo è tutto svitato, ha un'ossessione per me.
Lavi mise il broncio. Una spiegazione sarebbe stata molto apprezzata e gli avrebbe evitato quello spavento colossale.
– Avresti potuto avvisarmi, invece che trattarmi a pesce in faccia. – protestò in tono oltraggiato.
Kanda distolse lo sguardo, ma non riusciva a capire se fosse dovuto all'imbarazzo che ci fossero tutti quegli occhi puntati su di loro o perché non fosse in grado di sostenere a lungo una conversazione personale.
– Era un problema mio e non credevo fosse necessario.
Il tono era tornato duro, il momento di debolezza era passato e aveva rialzato tutte le difese. Lavi emise un impercettibile sospiro.
– Spero mi userai la cortesia di dirmi se corro altri rischi a essere tuo amico.
Kanda si alzò.
– Stai bene, torno ad allenarmi.
L'aveva ignorato! Si stava unendo ai compagni di squadra che facevano esercizio in campo.
– Accidenti bro, ci hai fatto venire un colpo. Non era mai capitato che quello uscisse di melone così, Kanda non dà corda a nessuno, tu sei un unicorno. Fatti guardare.
Daisya gli sollevò il mento con due dita.
– Smettila, non è divertente.
– Lo dici tu. Kanda non ha mai mostrato interesse per nessuno, quindi vederlo proteggerti è molto divertente.
– Ma se non mi parla nemmeno!
– E qui ti sbagli, bro. La festa di stasera sarà molto interessante, preparati, avrai la tua occasione.
– Perché ci tieni tanto, e perché insisti! E smettila di chiamarmi 'bro'.
Daisya ridacchiò fra sé.
– Come ti pare, bro, ma fidati di me, che sono il fratellastro di Kanda. Tu sei un unicorno.
Un momento, uno dei fratelli adottivi studiava nella stessa università? Questo cambiava tutto e anche il suo atteggiamento verso Daisya.
– Aspetta! – lo fermò mentre si alzava dalla panca. – Lena mi ha detto che Kanda ha due fratelli adottivi, ma non che uno studia qui.
Daisya assunse l'espressione scaltra di chi ha appena ricevuto la conferma a tutte le deduzioni che aveva fatto. Gli aveva appena confessato di aver chiesto informazioni personali su Kanda, la sua proverbiale arguzia in amore perdeva colpi. Si ritrovò una mano paterna sulla spalla.
– Tutti e due i fratellastri studiano qui con lui. Marie è il maggiore. – rivelò Daisya con un sorrisetto divertito. – Io davvero non capisco cosa ci trovi in lui, ma ti appoggio. Sei sveglio, simpatico, molto accomodante, con una soglia di sopportazione adeguata... Il tipo giusto per lui, dopo Lena. Lei però è di famiglia, non conta.
Lavi ricambiò il sorrisetto di Daisya con un'occhiataccia e l'espressione seria.
– Mi stai incoraggiando a provarci con Kanda?
Daisya annuì più volte.
– Lo vedi che sei sveglio? Hai tutte le informazioni, ci vediamo stasera alla festa, bro!
Lo prendeva in giro senza pietà, iniziava a diventare irritante. La festa di quella particolare confraternita sembrava essere il punto di ritrovo di tutti i contatti che aveva avuto durante quel suo primo giorno, assurdo.
In tutto questo, la paura era passata. Avrebbe dovuto andare anche lui in infermeria o riprendere gli allenamenti?
Coach Johnson si avvicinò a lui, forse portava notizie del ferito.
– Come ti senti? Ce la fai a continuare o vuoi tornare al dormitorio?
Lavi abbozzò un sorriso.
– Ho preso solo un bello spavento, sto bene; posso continuare.
Anche lui gli posò una pacca paterna sulla spalla.
– Bene, come preferisci. Vai a provare i movimenti in campo allora, improvvisiamo una piccola partita.
Raggiunse il resto della squadra, che non poté fare a meno di notare, adesso lo guardava davvero come se fosse un unicorno.
– Sto bene – anticipò ogni domanda – ditemi cosa fare e io mi impegnerò al massimo.
Tyki mostrò una moneta.
– Testa o croce? – chiese; Marie annuì egli si affiancò. – Testa. Vado io per primo.
Lanciò la moneta e Marie fece altrettanto; rivelarono insieme il risultato e la spuntò Marie.
– Scelgo Kanda – annunciò.
– Lavi. – proseguì Tyki.
Se lo aspettava, ma era l'ultimo arrivato e non poteva protestare. Be', avrebbe cercato di socializzare con Kanda alla festa.
Lavi rientrò al dormitorio che erano quasi le sette, si cambiò per la cena e attese il messaggio di Lena. Kanda era andato via con i fratellastri e aveva preferito non interferire, soprattutto per non alimentare i pettegolezzi che l'incidente con Andrew aveva generato.
Chissà se sarebbe venuto a cena con loro.
“Ti stiamo aspettando davanti al dormitorio”
Bene, se aveva usato il plurale doveva esserci anche Kanda. Uscì di corsa e scese le scale tre a tre per far prima.
Kanda era lì per davvero, anche se il suo modo di fare tradiva disagio. Evitava di guardarlo e se poteva gli dava le spalle, come se fosse lì contro la sua volontà; il che poteva anche essere vero, considerando il potere di Lena su di lui.
Lo sguardo che gli rivolse diceva tante cose, doveva aver saputo cos'era successo agli allenamenti.
– Quale programma abbiamo per la serata? – chiese, per farsi un'idea di quanto tempo avrebbero trascorso insieme.
– Cena leggera e poi tutti alla festa.
Kanda restava in silenzio, però stavolta Lena non lo sgridò.
– Non lo so, se c'è da mangiare alla festa, potremmo anche andare diretti là, no? – propose.
Lenalee gli sorrise, era probabile che fosse quello il suo piano dall'inizio, ma voleva che fosse lui a darle il via libera.
– Certo, perché no? Kanda? Tu che dici?
Kanda emise uno sbuffo irritato, che forse invece era un sospiro tenuto a freno. Chissà cosa si aspettava lui da quella serata?
– Come vi pare. – borbottò.
Lenalee soffocò una risatina.
– Perfetto, andiamo!
L'edificio della confraternita era una specie di gigantesco patio ed era gremito già fuori di studenti. Si addentrarono fra i gruppetti intenti a bere e ballare intorno ai tavoli disposti qui e là con cibo e alcool e svoltarono davanti all'ingresso.
Kanda s'irrigidì e gli sbatté contro.
– Ah, scusa, non mi aspettavo ti fermassi all'improvviso.
Non gli rispose nemmeno con un insulto e non ne capiva la ragione, ma Lena lo tirò per la manica della giacca e sollevò gli occhi sul muro della casetta.
Un immenso striscione con su scritto “Yuu Kanda frigido bastardo” si srotolava dal tetto e andava a morire accanto alla porta d'ingresso.
Kanda strinse i pugni così forte che si aspettò di vedere da un momento all'altro il sangue gocciolare in terra.
– Chi è stato ad appendere quel coso! – gridò e Daisya gli andò incontro.
– Suvvia, è solo uno scherzo, non te la prendere.
L'espressione sul viso di Kanda diceva che se l'era presa eccome e voleva la testa del colpevole su una picca o magari sulla sua spada da kendo.
– Divertente un cazzo! – sibilò e scansò il fratellastro con una spallata, proseguendo sparato verso l'ingresso.
– Lavi, vagli dietro, prima che faccia una strage. – lo pregò Lenalee dandogli una spintarella.
– Io? Ma scherzate? Nemmeno mi parla, figurarsi se mi dà retta.
Daisya ridacchiò e gli diede una seconda spinta.
– Sei tu l'unicorno, ricordi?
Aveva una brutta sensazione riguardo quella storia dell'unicorno.
– E va bene, ma se mi uccide mi avrete sulla coscienza.
– Non ti uccide, fidati. – lo rassicurò Lena.
Il ghigno sul viso di Daisya gli diceva che fosse perfettamente d'accordo. Emise un profondo sospiro e corse avanti per raggiungere Kanda. Yuu. Grazie a quello scherzo ne aveva scoperto il nome.
– Aspetta, non puoi metterti a pestare tutti a caso! – lo chiamò in tono preoccupato.
– Lo so.
Questo non lo tranquillizzava del tutto, perché l'espressione omicida era ancora ben evidente sul suo viso.
– Ti aiuto a tirar giù lo striscione, ok? Poi cerchiamo il colpevole. – si offrì e gli arrivò un'occhiata tagliente.
– Lo so che ti hanno mandato a qui per cercare di calmarmi, ma non funziona.
Lavi assunse la sua migliore espressione supplice.
– Ma Yuu, è solo uno stupido scherzo, che ti frega, glie la farai pagare in un altro modo.
Kanda si fermò di botto e lo sbatté contro il muro.
– Non devi chiamarmi per nome. Mai.
Mollò la presa e proseguì, lasciandolo a quattro di spade schiena alla parete. Ecco cosa lo mandava in bestia dello striscione!
– Aspetta, hai un bellissimo nome, che male c'è se ti chiamo Yuu? Dai, lascia che ti aiuti!
Kanda prese a spintoni tutti quelli che incontrava, tra le risate generali. Lo raggiunse giusto un attimo prima che si prendesse a pugni con Tyki.
– È opera tua! – l'accusò, pronto col pugno carico.
– No, giovane samurai, questa volta io non c'entro nulla, parola d'onore.
Per qualche assurda ragione, Kanda gli credette e passò oltre, proseguendo verso il tetto. L'abbaino era aperto e la tela dello striscione arrivava fin dentro la tromba delle scale. La prese a calci e uscì fuori.
– Yuu, stai attento, non cercare di usare la forza – lo pregò, pur sapendo che non lo avrebbe ascoltato – possiamo sganciarlo da qui. Torna dentro, dai!
Con sua sorpresa, il viso di Yuu si affacciò dall'abbaino.
– Perché t'importa tanto, mi conosci appena.
Preso in contropiede. Cosa gli rispondeva? Non avrebbe voluto dichiararsi in una situazione ridicola come quella, si immaginava un momento romantico... Magari no, però almeno un po' più privato e meno plateale, ecco; e, soprattutto, meno pericoloso.
Be', la verità rende liberi, giusto?
– Perché mi piaci. Dai, scendi e aiutami a slegare queste corde.
Yuu spalancò gli occhi e la sua faccia assunse un'aria davvero molto sorpresa. Ridiscese le scalette in silenzio, la sua dichiarazione l'aveva colto così di sorpresa da non sapere che pesci pigliare?
– Dannate corde. – borbottò, poi si accorse che accanto c'era piantato un coltello. – Quello stronzo di Daisya! – ruggì.
Tagliò le corde e salì di nuovo sul tetto. Questa volta lo seguì e si tirò dietro i lembi dello striscione.
– Sei pronto? – chiamò, arrotolando la stoffa davanti a sé. – Non starci sopra, fra poco cadrà giù di botto!
– Lo so! – ribatté Yuu, dall'altro lato del tetto.
Come previsto, senza un fermo lo striscione scivolò giù da solo e Kanda si sedette a fissare il cielo stellato. Be', forse aveva ottenuto il suo momento romantico. Gli sedette accanto.
– Non hai detto niente, ti secca sapere che mi piaci e mi preoccupo per te?
Kanda continuò a fissare il cielo. L'aveva sentito?
– No. – rispose dopo un lungo attimo. – Sono solo sorpreso.
Lavi si avvicinò e gli prese il viso fra le mani, costringendolo a guardarlo negli occhi.
– Quindi posso baciarti.
Si sporse verso di lui senza aspettare la risposta. Le loro labbra s'incontrarono, ma Yuu non rispose al bacio. Non l'aveva scacciato, però la sua espressione era corrucciata. Poco convinta, avrebbe azzardato di definirla.
Si sporse di nuovo per baciarlo, muovendo le labbra dolcemente su quelle di Yuu. Questa volta lo sentì fremere.
Si scostò per vederne l'espressione. Era meno perplessa.
– Ti piace davvero questa roba?
Lavi si coprì la bocca con le mani per non scoppiare a ridere. Annuì e Yuu gli passò il braccio attorno alle spalle, avvicinandosi di più a lui.
Gli porse di nuovo le labbra.
Third time is a charm, dicevano.
Era nervoso come mai gli capitava, uno spigliato come lui spaventato a morte all'idea di parlare con qualcuno! Eppure Keiji, il ragazzo del club di Kendo lo guardava sempre in modo così spaventoso che gli si paralizzava la bocca e si bloccavano le parole in gola.
– Roy! Che ci fai rannicchiato in quest'angolo?
Fecero un salto e finì col sedere a terra, premendosi la mano sul petto.
– Alan! Avvisa quando ti avvicini, stavo per rimanerci secco!
– Scusa, non credevo fossi tanto concentrato a spiare Keiji!
Lo sapeva pure, l'aveva spaventato apposta per ridere di lui... E si scusava con quel sorrisetto innocente.
– Se lo sai, perché chiedi?
– Controllavo se volessi ancora cercare di parlarci.
– Tu lo conosci meglio di me, perché non metti una buona parola?
– Scherzi? Mi odia a morte. Alina, piuttosto, con lei è più accomodante.
– In che senso?
– Sono cresciuti insieme, la tratta come una sorellina.
Notizia interessante, Alina era una ragazza molto gentile ed erano diventati amici, anche se da poco. Doversi inserire in una nuova classe in mezzo all'anno scolastico era dura.
– Dici che Lena vorrà aiutarmi? – Alan annuì più volte e Lavi sospirò. – D'accordo, andiamo al campo di pallavolo.
Non era troppo convinto del consiglio ricevuto. Un invito nell'armadietto di Keiji non poteva che farlo imbestialire.
Ormai era fatta, eccolo che apriva e... accartocciava il biglietto con disprezzo. Però aveva letto!
Aspettava da mezz'ora sotto la pioggia e aveva scordato l'ombrello.
“Tu vacci, Keiji è fatto così, ma a volte cambia idea.”
A volte. Alena era stata troppo ottimista, avrebbe dovuto tornare a casa o si sarebbe ammalato.
– Non credevo di trovarti qui. Andiamo, sei zuppo.
Per poco non si spalmava contro la parete, Keiji era arrivato! Lo invitava sotto l'ombrello! Lo prese sotto braccio e sorrise.
Non sarebbe stato per niente divertente.
Lavi si grattò la testa con gesto indolente, lasciando spaziare la vista lungo la linea dell'orizzonte. Per quanto ancora avrebbero dovuto proseguire? Era caldo, aveva sete e non toccava cibo dalla colazione.
– Manca molto?
– L'accampamento del professor Tiedoll è giusto dietro quelle dune, dottor Bookman.
Il nonno gli aveva detto che lo avrebbe aspettato là, ma dopo cinque ore nel deserto a dorso di cammello, stava desiderando di non essere salito sull'aereo che l'aveva scaricato lì. Sistemò meglio sia la bandana che gli teneva a bada i capelli sia quella che gli proteggeva il viso dalla sabbia.
Almeno avrebbe visto da vicino un'autentica mummia egizia, era l'unica cosa che lo consolasse di quel viaggio infernale.
– Era ora! Sbrigatevi! – gridò un nanetto ammantellato, sporgendosi da dietro un energumeno che a occhio doveva essere almeno due metri.
Lui non aveva idea di chi fosse, ma quello basso che strillava era di certo suo nonno.
– Ciao nonno – salutò appena gli fu accanto – l'avete già trovata?
– Vieni, l'ingresso della tomba è di qua.
La piramide era davvero imponente, non credeva fosse possibile scoprire una nuova tomba, ma pareva proprio che ci fosse una cella segreta ancora sconosciuta.
Ah, il sarcofago aveva decorazioni magnifiche! Ma... era vuoto!
– Nonno, la mummia non c'era?
– C'era eccome, il professor Tiedoll la sta ripulendo. Avviso che sei arrivato, era impaziente di conoscerti.
Doveva seguirlo? Naaa, il sarcofago era molto più interessante ed era lì aperto per lui, con nessuno a controllare... Si avvicinò e tese una mano per toccarlo. Il legno dava una sensazione liscia e fredda al tatto, l'odore antico che emanava sapeva di vecchie pergamene e spezie. Il coperchio era sollevato e puntellato per permettere agli archeologi di esaminarne il contenuto.
E se fosse scivolato dentro per sperimentare come ci si sentiva? Fece perno con le braccia e si issò oltre il bordo, restando in bilico con la punta delle scarpe sul piedistallo del blocco di pietra su cui il sarcofago era appoggiato. Ancora uno sforzo... Lo spiraglio sufficiente, doveva solo evitare di ur...
Il puntello saltò e fece appena in tempo a non farsi schiacciare: e adesso?
– Aiuto! – gridò.
– Non sei intelligente come dicono.
Qualcuno! Era salvo!
Il coperchio slittò di lato e un giovane si affacciò, porgendogli la mano.
– Sei in debito.
Era giusto il suo tipo.
– Saprò ripagarti, contaci.
Titolo: Il Modulo Cryo-Cyl - Prequel - Capitolo 2: Per sempre
Fandom: D.Gray-man
Rating: SAFE
Warning: malattia terminale, hint al suicidio
COWT 13 Week 4 M3
Il patrigno di Yuu era un uomo davvero generoso, non gli sarebbe mai stato grato a sufficienza per quell'aiuto con il costo delle sedute di chemioterapia. Tiedoll staccò quel primo assegno e ne compilò un secondo.
– Oh, faccia lei, la Farma-Ark ancora non ci ha fornito un costo ufficiale.
Tiedoll scrisse il doppio della cifra del primo assegno, facendo restare a bocca aperta il dottor Chang.
– Così dovrebbe bastare. Mi tenga informato se dovesse rendersi necessaria qualunque altra cosa.
– Ma certamente, signor Tiedoll. Lo faremo all'istante.
Con tutti quei soldi, non aveva dubbi che l'avrebbero contattato subito per farsene sganciare ancora di più.
Si lasciò sfuggire l'ennesimo sospiro. Non aveva fatto che sospirare, quel giorno, ma a parte la rassegnazione, che altro gli rimaneva? Di solito avrebbe messo Yuu al primo posto, ma stava perdendo anche lui, giorno dopo giorno un po' di più.
– Mi assicura che è l'ultima opzione che ci resta? Nessun'altra cura per il tipo di linfoma di Yuu?
– Per il momento, no, questo protocollo sperimentale è l'unica strada che ancora non abbiate tentato.
Tiedoll gli circondò le spalle con il braccio, facendogli realizzare come si fosse curvato su sé stesso e ingobbito sulla sedia.
– Coraggio, figliolo. Andrà tutto bene, vedrai.
Tutto bene. Voleva crederci, davvero, ma sapeva che non era possibile.
Il dottor Chang gli aveva lasciato una copia dei fogli da far firmare a Yuu e, dopo averli letti per primo, se li stava rigirando fra le mani da cinque minuti buoni.
– Pensi a cosa dire a Yuu quando glie li presenterai davanti?
Tiedoll sembrava leggergli nel pensiero. Lavi distolse lo sguardo dai documenti e li rimise nella cartellina di cartoncino con le insegne della Farma-Ark.
– Già. Yuu lo capirà subito che siamo arrivati alla fine, che questo è l'ultimo atto, il cosiddetto tentativo disperato. Me lo leggerà negli occhi.
Tiedoll lo prese per il braccio; aveva ancora quell'aria comprensiva e paterna, di uomo che non si perda mai d'animo, per quanto la situazione fosse disperata.
– Vieni con me, ti offro un caffè. Ho fatto altre ricerche, sai. Posso sempre comprarvi una seconda possibilità per il futuro. Sediamoci e parliamone, prima che tu dia a Yuu quei documenti da firmare.
Lo seguì senza protestare, ormai qualunque nuova strada era bene accetta. Pensare al futuro non gli sembrava saggio, considerata la realtà dei fatti, ma era curioso di sentire quale fosse il piano di Tiedoll.
Il bar dell'ospedale era molto grande e piuttosto affollato; sedettero al tavolo libero più lontano dal banco e Tiedoll s'incaricò di prendere le loro consumazioni.
– Cos'hai in mente, papà?
Tiedoll mostrò per un attimo sorpresa per essere stato chiamato spontaneamente così e gli sorrise con le lacrime agli occhi.
– Io non vorrei perdere Yuu tanto quanto non lo vorresti tu, ma... se accadesse, se alla fine non si riuscisse a impedirlo nemmeno con le ultime cure scoperte, tu... lasceresti che lo facessi crioconservare?
Lavi sbatté un paio di volte le palpebre, prima di riuscire a comprendere cosa gli stesse proponendo.
– Intendi... congelare?
– Non proprio, ma la procedura è simile.
– Yuu non accetterà mai.
– Perché no? Solo per i soldi? Cosa se ne fa dell'orgoglio, se muore?
– Mi ha detto che gli hai mandato un messaggio, perché tu a me l'hai taciuto? Avrei potuto contraddirmi e avrebbe capito che tu fossi già qui, magari pure che ci fossimo incontrati.
– In realtà gli ho scritto appena te ne sei andato, dovevo essere sicuro che mi avresti sostenuto, però hai ragione. Avrei dovuto chiamarti dopo aver inviato quel messaggio, mi dispiace.
Era stupido adesso arrabbiarsi per qualcosa di così inutile, eppure ci si era gettato come se pensare a quello lo risparmiasse dal dover considerare anche quell'ultima opzione.
– No, scusami tu, questo non è certo il momento per litigare. Io... non so cosa rispondere. Ho sempre pensato che quel genere di tecnologia fosse una frode, un'esca per i creduloni ricchi che si illudano di poter conquistare la vita eterna. Anche se ti offri di pagare tutto, io... senza Yuu, che senso ha? Voglio dire, lui ti risponderebbe lo stesso, io...
Tiedoll annuì e la sua espressione si fece più triste, negli occhi aveva una luce cupa e le labbra distese in un sorriso sottile e sofferente. Lui sapeva; li capiva fin troppo bene.
– Cosa me ne farei dei soldi se non li usassi per voi? È chiaro che pagherei per entrambi. Vorrei solo che consideraste questa alternativa come ultima spiaggia. Vorrei che Yuu capisse quanto gli voglio bene e accettasse questo mio ultimo regalo per lui. Per voi.
Una lacrima gli cadde sulla mano, facendolo bloccare con la tazza a mezz'aria. Non si era reso conto di essersi commosso fino a quel punto. Appoggiò la tazza sul tavolo senza prendere il sorso, la mano gli tremava e anche le labbra. Si stropicciò gli occhi, un po' imbarazzato di mostrarsi tanto fragile, e si asciugò le guance con il tovagliolino.
– Non credo che serva a qualcosa rivolgersi alla crioconservazione, ma non abbiamo niente da perdere ad andare a chiedere informazioni sul tipo di opzioni che offrono. Parleremo a Yuu insieme. Vedrai che accetterà di incontrarti. Partiamo da questo, di soldi e procedure futuristiche ne riparliamo poi.
Tiedoll emise un piccolo sbuffo, che sospettò mascherasse un singhiozzo.
– Già, hai ragione, e dovrei conoscere bene com'è fatto Yuu. Infatti non mi ha risposto, sai?
Sì, lo sapeva, ma almeno per quello aveva buone notizie.
– Mi ha detto che ci stava pensando. L'ho visto molto colpito dal tuo tentativo di riavvicinarti, sono sicuro che tagliarti fuori abbia pesato anche a lui. Sa che se ti dice la verità vorrai aiutarlo, ci sta riflettendo, credimi. Dopo la seduta provo a tastare il terreno, magari cede e ti chiama.
Tiedoll abbozzò un sorriso mesto e annuì di nuovo.
– Sì, magari lo fa. Speriamo. Grazie, Lavi. Vorrei fare di più per voi due.
– Lo so, papà, lo so.
Un trillo gli fece illuminare lo schermo del telefono, la terapia di Yuu stava per finire.
– È ora?
– Sì, devo andare. Resta nelle vicinanze, nell'improbabile caso che Yuu abbia già deciso e ti chiami.
– Certo. Buona fortuna.
Tiedoll rimase seduto al tavolo e lo salutò con la mano mentre si allontanava. Adesso doveva solo decidere cosa dire. Come poteva affrontare l'argomento con Yuu? Già con lui era difficile ragionare nella vita di tutti i giorni, figurarsi adesso che era frustrato, arrabbiato e indebolito dalla malattia.
Lo trovò ancora attaccato alla flebo di chemio, con l'infermiera accanto che stava procedendo a staccare il tubicino dall'infusore.
Forzò un sorriso sulle labbra e aumentò il passo per raggiungerlo in fretta.
– Come ti senti? – chiese, chinandosi su di lui per dargli un bacio.
– Male.
Partivano in salita. Quando Yuu ammetteva di stare male, significava che fosse come minimo sul punto di svenire. Aveva il viso livido e teneva le labbra serrate con tanta forza che gli stavano diventando violastre.
– Se devi vomitare fallo, è stupido vergognarsi. – gli sussurrò all'orecchio, accompagnando il consiglio con un bacio sulla guancia.
– Non ho la nausea.
Lavi espirò piano, non voleva che Yuu si accorgesse che sospirava per la sua cocciutaggine.
– Ce la fai a tornare sulla sedia a rotelle?
– Posso camminare, non c'è bisogno di nessuna sedia.
Ecco che ricominciava la lotta per non farlo sforzare dopo la terapia. Gli porse il braccio e Yuu fece perno sulla sedia per tirarsi in piedi, come da manuale, lo sorresse con prontezza quando ricadde a peso morto e lo sostenne nell'immediato tentativo di rialzarsi.
Il tutto sotto lo sguardo carico di disapprovazione dell'infermiera.
– Signor Kanda, si farà male se cade, sfrutti la sedia a rotelle, è gratis.
Non la degnò nemmeno di una risposta e dovette rivolgerle lui un sorriso di ringraziamento e un cenno della testa. Allungò una mano per tirarsi dietro la sedia, cercando al tempo stesso di sorreggere Yuu con l'altra senza che protestasse di non averne bisogno.
L'infermiera scosse la testa con rassegnazione e prese il controllo della sedia, camminando un paio di passi dietro di loro. Yuu pretendeva di non accorgersi di nulla di tutto ciò e arrancava a fatica lungo il corridoio, diretto all'ascensore. Era troppo irritato per chiedergli se avesse risposto al patrigno, aveva fatto aspettare Tiedoll invano.
– Yuu, non ti sei nemmeno rivestito – lo richiamò, porgendogli il maglione e la giacca del trench – su, fermati un momento, fuori è freddo.
Yuu appoggiò la mano sul muro e fece come gli aveva chiesto, permettendogli di coprire il tubo del catetere e fermarlo sotto la maglietta. Gli porse maglia e cardigan e lasciò che li indossasse da solo, restando con il braccio sul quale reggeva il trench disteso, in attesa che finisse.
Un trillo proveniente dalla tasca fece sollevare a Yuu un sopracciglio e vi tuffò la mano dentro prima che potesse farlo lui.
L'espressione accigliata si mutò in una stupita e i suoi lineamenti si rilassarono un poco. Sollevò lo sguardo su di lui con un'aria un po' stanca e un po' sollevata, ma anche un po' incerta.
Prese il giaccone dal braccio e se lo gettò sulle spalle.
– Papà è qui. – borbottò a voce così bassa che quasi non riuscì a decifrarne le parole.
– Come lo sai?
Be' era ovvio che gli avesse risposto senza dirglielo, ma voleva sentirlo da lui.
– Mentre ero là seduto a farmi avvelenare gli ho scritto che mi andava bene incontrarlo.
– Grazie della considerazione.
– Te l'avrei detto mentre tornavamo a casa.
– E cosa ti ha fatto cambiare idea, posso saperlo?
– La sua risposta. Dice che è qui. In ospedale. Credevo sarebbe venuto a casa.
Lavi vide passargli davanti l'intera vita, come in quei flashback infiniti che si avevano prima di morire, perché era certo di fare proprio quella fine. Deglutì a vuoto e cercò di sfoggiare un sorriso e un'espressione confusa convincenti.
– Qui qui? Che ci fa in questo ospedale? Non starà...
Yuu scosse la testa, l'aria calma ma triste. Non si era arrabbiato, non lo aveva accusato di niente, per cui c'era qualcosa che ancora non gli aveva raccontato.
– Glie l'ho detto. Che sto male. Che se voleva poteva venire a vedermi qui, subito.
Perché non a casa? Perché dargli appuntamento in un ospedale e farsi vedere nel momento in cui era più fragile e provato? L'occhiata che gli rivolse, dopo avergli confessato di averlo chiamato lì lui e aver visto la sua reazione stupita, gli diede ogni risposta.
Voleva prepararlo al peggio. Voleva che vedesse cosa doveva aspettarsi. Voleva che capisse perché fosse stato tagliato fuori di colpo dalla sua vita. Tipico Yuu, pratico e diretto.
– E se non fosse venuto?
– Avrei saputo di aver fatto bene a non dirgli nulla.
Oh, questa sì, era una notizia, Yuu che ammetteva di essersi pentito di una scelta, anche se in modo indiretto.
– Sarebbe venuto in capo al mondo per te, brutto idiota! – sbottò e lo strinse forte a sé.
Yuu lasciò che lo sorreggesse e si abbandonò contro di lui, consentendo al proprio corpo di sussultare fra un singhiozzo e l'altro.
Come lui, stava piangendo. Finalmente, Yuu stava piangendo, per la prima volta dalla notizia di essere malato.
Cercò di asciugarsi le lacrime senza lasciare Yuu e fece cenno di avvicinarsi all'infermiera che, con ammirevole tatto, era rimasta a distanza con la sedia a rotelle.
Era certo che adesso Yuu avrebbe accettato di sedersi da bravo, mentre aspettavano che il patrigno arrivasse.
Sperò che Tiedoll calcolasse per bene i tempi, evitando di comparire dopo solo una manciata di minuti dal messaggio o Yuu avrebbe capito di essere stato raggirato.
– Vi accompagno nella sala d'aspetto?
– Sì, grazie, infermiera.
Strofinò la schiena di Yuu finché non smise di tremare e lo guidò a sedersi sulla sedia a rotelle.
– Sfogati, ne hai bisogno; e ne hai tutto il diritto. – Yuu per tutta risposta girò il viso dall'altro lato con espressione truce. Era arrabbiato per aver ceduto alle emozioni e adesso sarebbe stato intrattabile per il resto della giornata. Gli s'inginocchiò davanti e gli prese il viso fra le mani per costringerlo a guardarlo mentre gli parlava. – Non vorrai essere sgarbato con Tiedoll dopo averlo invitato tu qui a trovarti, vero?
Yuu sbuffò e scacciò le sue mani con sdegno.
– Fanculo. – borbottò.
– Lo prendo come la promessa che non lo farai. – dichiarò agitandogli un dito davanti al naso.
Si rialzò e si preparò a spingere la sedia a rotelle. L'infermiera gli sorrise e lo precedette, svoltando nel primo corridoio a destra; dopo qualche passo indicò una linea colorata sul muro.
– Da qui continuate a seguire la linea blu e vi ritrovate all'ingresso di Oncologia. La sala d'aspetto è lì.
Bene, Tiedoll era probabile che si fosse spostato lì, forse era meglio suggerire di chiamarlo per sentire quanto fosse distante. Un altro trillo e Yuu guardò di nuovo il telefono.
– Dice che vorrebbe parlare con il dottore.
– Perché non lo chiami? Così vi spiegate e risparmiate tempo.
La mano di Yuu si serrò sul telefono quasi volesse stritolarlo. D'accordo, brutto suggerimento, ma poteva sempre offrirsi volontario, no?
Non fece in tempo ad aprire bocca che squillò anche il suo telefono. Rispose senza nemmeno guardare il chiamante, era piuttosto sicuro di chi fosse.
– Mi passi Yuu? – chiese Tiedoll prima ancora che potesse pronunciare il canonico 'pronto?'.
Sospirò e abbassò lo sguardo su Yuu, che aveva già alzato il viso verso di lui, sospettando chi fosse a chiamare.
– Per te.
– E perché ha chiamato il tuo?
– Perché sapeva che non gli avresti risposto.
– Non è vero! Dammi qua – gli strappò di mano il telefono – che ci parli a fare con il dottore?!
– Oh, Yuu! Come sono felice di sentire la tua voce! Come stai? Ti sento in forze, sono contento...
L'espressione di Yuu cambiò di colpo da rabbiosa a triste. Sapeva che dallo smartphone si poteva sentire anche il chiamante se si teneva il volume troppo alto e si guardò intorno con apprensione.
Tirò fuori dalla tasca gli auricolari blu tooth e glie li fece ciondolare davanti.
– Sai che comunque sentiranno parlare te?
Yuu glie li strappò di mano, li indossò e li accese.
– Credevo venissi per vedere me. – sbottò in tono irritato. – Il dottore non so fino a che ora resti, ma se ci tieni fa' pure. Va bene, ti aspetto davanti allo studio.
Gli porse telefono e auricolari e lui gli strinse forte la mano.
– Quindi si torna indietro? – chiese in tono prudente; Yuu annuì e ritrasse la mano, per afferrare con forza i braccioli della sedia. – Vuole solo capire a cosa vai incontro, gli hai dato una notizia terribile, e...
– Lo so! Avrei voluto evitarlo anche io, ma come vedi sono qui!
Già. Erano lì tutti e due, a lottare con le unghie e con i denti contro quella malattia senza pietà. Il dottore li vide tornare e si avvicinò, sorpreso. Chissà se Tiedoll lo aveva istruito anche per questo.
– Qualcosa non va? – chiese chinandosi a controllare le condizioni di Yuu.
– No, tutto bene, dottore, aspettiamo il patrigno di Yuu. Ha chiamato per avvisarci che sta venendo qui.
Ah, il sorriso che comparve sul viso del buon dottore! Ci scommetteva che si sentisse sollevato di saperlo!
– Venite pure nel mio studio, vedrete che lo indirizzeranno da me appena farà il nome di Kanda.
– Yuu! – chiamò la familiare voce di Tiedoll da in fondo al corridoio. – Finalmente!
Lavi si chinò per posare un bacio sui capelli di Yuu.
– Lascialo parlare, chiedere, fare tutte le rimostranze che vorrà. Ci penserà il dottore a spiegargli, capito?
– Lo so! – sibilò Yuu con irritazione, eppure allungò la mano a stringere la sua.
– Yuu! Figliolo, mi sei mancato tantissimo! Avresti dovuto dirmi che stavi male! – si lamentò Tiedoll e, gettandogli le braccia al collo, crollò in ginocchio accanto alla sedia a rotelle.
– Per questo non te l'ho detto! – sbottò Yuu, cercando di svincolarsi dall'abbraccio.
Lavi lo prese per un braccio con gentilezza.
– Su, alzati, papà – iniziò, rendendosi conto solo dopo averlo detto del passo falso – ehm, Tiedoll.
Come temeva, appena fu libero dalle grinfie del patrigno Yuu gli scoccò un'occhiataccia che prometteva un 'facciamo i conti dopo', cui lui rispose mimando un muto 'che male c'è'.
– Entrate anche voi? – chiese il dottor Chang.
– Sì – rispose Tiedoll anche per loro – non voglio che se ne stiano fuori ad aspettarmi.
Yuu sbuffò, ma non disse nulla, meglio così. Almeno il dottore sarebbe stato costretto a snocciolare tutto per bene, senza omissioni.
Meno male se l'erano sbrigata in fretta! Il dottore aveva sfruttato la situazione per illustrare a Yuu il nuovo percorso di cura; un'ottima idea, aveva risparmiato loro tempo e stress. Yuu non era stato felice degli effetti collaterali e dei rischi, ma come lui e Tiedoll vi si era rassegnato in fretta e aveva firmato. DNR incluso. Do Not Reanimate. Vederglielo firmare gli aveva dato una terribile fitta al cuore, accompagnata dallo spettro di tutto ciò che quella breve sigla avrebbe comportato.
– Quanto ti trattieni in città?
Sapeva benissimo che Yuu non l'avrebbe mai chiesto, quindi doveva sopperire lui alle mancanze in fatto di cortesia di cui soffriva.
– Be'... In realtà non prevedevo di trattenermi più di un paio di giorni, ma adesso non posso andar via così. Cambio programma e resto di più.
– Non è necessario, non voglio crearti problemi. Non volevo nemmeno farti scomodare a venire.
Yuu non riusciva a essere coerente nemmeno dopo essersi reso conto di aver sbagliato a trattare male il patrigno. Lavi scosse la testa e si morse la lingua per evitare di immischiarsi, causando un incidente diplomatico irrisolvibile tra loro due.
– Nessun problema, la mia presenza non è indispensabile a Londra, posso benissimo spostarmi qui a Roma. Voglio passare con te più tempo possibile e dare una mano a Lavi, che da solo di certo starà impazzendo, fra il lavoro e le cure di cui hai bisogno.
Senza saperlo, Tiedoll aveva tirato un colpo basso che era andato dritto a segno. Yuu si morse le labbra e strinse forte le mani a pugno.
– Hai preso un hotel?
– Sì, non voglio esservi d'intralcio in alcun modo.
– Abbiamo una stanza degli ospiti, se davvero vuoi dare una mano non ha senso che tu stia in albergo.
Non era il modo in cui l'avrebbe chiesto lui, ma almeno glie l'aveva proposto e a Tiedoll s'illuminò subito lo sguardo.
– Oh, Yuu! – esclamò con le lacrime agli occhi. – Ma certo che ho piacere di venire a stare con voi! Non vi darò fastidio, te lo prometto! Non ti pentirai di avermi invitato a restare!
A giudicare da come gli tremavano le mani e la mascella, secondo lui Yuu se n'era già pentito.
– La nostra auto è nel parcheggio dell'ospedale, la tua? – gli chiese, invitandolo a dire dove l'avesse parcheggiata.
– Sono venuto in taxi. Posso guidare io se sei stanco, Lavi.
Quella era una sorpresa, la lasciava lì solo per viaggiare con Yuu?
– Sì, certo, guida pure tu. Intanto salite, io riconsegno la sedia a rotelle.
Era andata meglio del previsto, non riusciva ancora a crederci! Yuu era stato fin troppo malleabile e accomodante, quasi gentile e non se lo aspettava. Arrivare a proporre al patrigno di restare a casa con loro, poi, rasentava l'assurdo. Meglio così, avevano davvero bisogno di un aiutino e anche piuttosto grossetto. Almeno così lui sarebbe arrivato al lavoro in tempo e Yuu alle sedute senza dover correre.
Avevano anche pagato tutti debiti grazie a Tiedoll, era un peso immenso che se ne andava dalle sue spalle.
L'inserviente dell'ospedale prese in consegna la sedia a rotelle e lo salutò con la mano. Ottimo, ora di corsa al parcheggio!
L'auto era già in moto quando la raggiunse, con lo sportello aperto pronto per farlo salire. S'infilò, lo richiuse e Tiedoll partì.
Il vialetto davanti casa era libero e non ebbero difficoltà a parcheggiare. Yuu si affrettò a scendere e dovette sostenersi per un attimo alla portiera, prima di sentirsi sicuro sulle gambe. Tiedoll lo lasciò fare, conosceva il caratteraccio di Yuu anche meglio di lui e attese che fosse lui ad avvicinarglisi, in modo che potesse fingere di abbracciarlo per farsi sorreggere.
– Mi è mancata questa graziosa casetta – commentò osservandone la facciata – resterò un po' di tempo con voi con vero piacere.
Si chinò sul vaso accanto allo zerbino e si rialzò con in mano una chiave. Ricordava persino dove tenessero la chiave d'emergenza. Yuu sbuffò; era il suo modo di fargli capire che si era stancato a stare in piedi e che se non si sbrigava a entrare sarebbe caduto.
Tiedoll gli lanciò un'occhiata e aprì subito la porta, giunto alle sue stesse conclusioni.
– Chiamerò l'albergo più tardi per farmi portare il bagaglio. Non è molto, giusto un cambio d'abito e i prodotti da bagno, non vi prenderò spazio.
– Ti porto in camera?
Yuu annuì e Tiedoll si fece da parte per farli passare.
– Progetti per la cena? Ordino qualcosa?
– Che vuoi mangiare? – sussurrò a Yuu, aiutandolo a sedersi
– Non importa, scegli tu.
– Sì, che importa, su, di cosa hai voglia?
– Sushi.
– Riposati, ci pensiamo noi.
Tornò in cucina e trovò Tiedoll al telefono con il ristorante.
– Sì, zaru soba, due porzioni di tempura e sushi misto per tre persone. Lavi, hai qualche preferenza?
– Ghyoza, grazie. Come lo sapevi? – chiese appena chiuse la chiamata.
– Yuu adora la soba e ama mangiare il cibo della sua terra d'origine. Non era difficile indovinare cosa potesse desiderare.
Sedette al tavolo della cucina e Tiedoll fece altrettanto.
– Che mi dici di quella farmaceutica, la Farma-Ark?
– Sembra seria, secondo i miei contatti. Spero che il loro nuovo protocollo sia efficace... Frattanto, ho un appuntamento con la Cryolab Expert e mi auguro che anche loro siano seri e solidi. Verrai con me?
– Perché no? E Yuu?
– Prima prendiamo informazioni certe, poi vediamo che ne pensa.
– E del dottor Chang? Di lui che mi dici?
– Se me lo chiedi è perché a te non ispira fiducia, vorresti cambiare ospedale? Faccio ancora in tempo a bloccare gli assegni.
– Shhh! Yuu ti sentirà! E non deve sapere che non mi fido di Chang.
– Come vuoi, ma a questo punto mi farò un giro degli altri ospedali, mostrando la cartella clinica di Yuu. Un secondo e terzo parere non guastano mai.
Poteva avere ragione, loro avevano scelto l'ospedale più economico, non potevano permettersi un secondo parere, figurarsi il terzo.
Lo squillo del campanello all'ingresso annunciò l'arrivo della cena.
– Vado ad aiutare Yuu, apri tu?
– Certo, fai con calma, intanto apparecchio.
– Yuu? – chiamò, e lo trovò disteso sul letto ancora vestito, gli occhi chiusi e la testa girata da un lato. Il cuore gli saltò nel petto e si precipitò ai piedi del letto. – Yuu! Ti senti male? – lo scosse piano ma con decisione e Yuu gemette.
– Che vuoi, non ti agitare, sono solo stanco. – borbottò.
– Il sushi è arrivato e ci sono anche soba e tempura. – gli sussurrò, e indugiò su di lui, posandogli le labbra sulla fronte.
Aprì gli occhi di scatto e lo scansò con forza o almeno ci provò e il risultato fu che se lo fece cadere sopra.
– E levati, idiota! – gli gridò anche.
Lavi rise, rotolò di lato e lo aiutò ad alzarsi. Era una gioia vederlo entusiasmarsi per qualcosa.
– Arriviamo! – annunciò a Tiedoll, spingendo Yuu davanti a sé.
Era un po' che non si respirava aria di festa in quella casa. Non avrebbe mai ringraziato Tiedoll abbastanza per avergli restituito uno di quei momenti felici con Yuu.
Lavi si grattò il mento e chiuse la finestra del browser internet dopo l'ennesima ricerca. Ci stava ripensando dal momento in cui Tiedoll gli aveva messo sul piatto quella possibilità. La crioconservazione, una pratica che era in crescente ascesa e che, tuttavia, non forniva alcuna garanzia di successo. Magazzini di cadaveri surgelati nell'azoto di gente che aveva speso miliardi per un'ipotetica probabilità di essere riportati in vita in un lontano futuro.
Si era preso il tempo necessario per leggere i dettagli delle varie procedure e secondo lui nessuna delle tante avrebbe mantenuto quel che prometteva. Congelare le cellule umane le avrebbe distrutte, esattamente come succedeva alle verdure.
Certo, per qualcuno che comunque sarebbe morto cambiava poco, anzi molto, gli dava una speranza che ci fosse un'altra vita per loro avanti nel futuro, quando la tecnologia avrebbe consentito il loro risveglio.
Per come conosceva Yuu, li avrebbe insultati dandogli degli idioti, come minimo. Però, come dicono, provare non costa nulla. Al massimo Yuu avrebbe rifiutato con sdegno.
Quindi, sì, era piuttosto curioso di presenziare all'appuntamento con la Cryo-quel-che-era, chissà come avrebbero sostenuto la validità della loro procedura di crioconservazione.
Tiedoll lo aspettava come d'accordo all'uscita dell'università.
– Cosa hai detto a Yuu? – chiese una volta salito in macchina. – Non sappiamo quanto ci vorrà e dovrei dirgli se faccio tardi e anche il perché...
Tiedoll rise sotto i baffi e fece manovra.
– Non vorrai dirmi che Yuu teme che tu lo tradisca!
– No, ma teme la mia stupidità e non vuole che vada in giro a farmi imbrogliare.
– Perché, ti è successo?
– Una volta – mormorò – ma avevo bevuto. Mi avevano fatto bere con l'inganno, in realtà.
Tiedoll rise più forte e quasi si accasciò sul volante.
– Non posso crederci, avrei voluto essere lì.
Lavi aggrottò la fronte. Non era divertente, anche Yuu lo aveva preso in giro allo stesso modo prima di intimargli di non farlo mai più.
– Possiamo parlare d'altro? A che ora gli dico di aspettarmi?
– Ho detto che venivo a prenderti io e che dovevo fare una consegna per la galleria prima di rientrare, non ci aspetta almeno fino all'ora di cena.
Oh, ci voleva tanto! Almeno era una scusa credibile. Scrisse un messaggio conciso per avvisare di essere in auto con Tiedoll. Yuu non la prendeva bene quando non gli dava notizie all'uscita dal lavoro.
Il palazzo in cui si trovava la sede della compagnia di crioconservazione era un grattacielo immenso con vetrate a specchio, davvero imponente da vedere.
Tiedoll diede il proprio biglietto da visita alla ragazza della reception e quella gli lanciò subito un sorriso smagliante. L'odore dei soldi si fiutava anche solo osservando la foggia del tuo biglietto da visita, a quanto pareva.
Arrivò subito una segretaria che gli fece strada dal responsabile dei pacchetti disponibili per preservare il proprio corpo dopo la morte. Li lasciò sulla porta con un grazioso inchino e l'uomo all'interno dello studio li accolse con un sorriso altrettanto smagliante di quello della segretaria all'ingresso.
– Oh, benvenuti, benvenuti! In cosa posso esservi utile? Informazioni generali, richieste specifiche, trapasso a breve termine, tecnologie preventive...
Opzioni per ogni tipologia di gonzo, insomma.
– Vorremmo una panoramica completa, incluse tutte le spiegazioni sul funzionamento di questa procedura. Vede, mio figlio è malato e nell'incertezza che le cure cui si sta sottoponendo facciano il loro effetto, stiamo vagliando soluzioni alternative.
Gli occhi dell'uomo brillarono.
– Oh, certo, certo! Capisco perfettamente! – allungò la mano sopra la scrivania e la porse a Tiedoll, che la strinse con fermezza, poi a lui. – Potete chiamarmi Saul. È lui il figliolo malato?
– No, io sono il marito.
Il viso di Saul non ridimensionò il sorriso.
– Oh, condoglianze, spero che non accada, ma se accadesse... noi siamo qui!
Non doveva prenderlo a sberle, non doveva prenderlo a sberle, non doveva prenderlo a...
– Grazie.
La calma che dimostrava Tiedoll era encomiabile, sedette davanti a quell'insensibile bastardo con una compostezza da oscar. Be', non gli restava che accomodarsi vicino a lui e ascoltare le falsità che sarebbero uscite dalla bocca di Saul, perché era certo che avrebbe cercato d'incantarli.
– Allora, di base offriamo il servizio completo. Corpo crioconservato stoccato nelle nostre camere criogeniche, preparazione pre-congelamento per preservare tutti gli organi e le funzioni cerebrali e ovviamente la capsula che manterrà la temperatura dell'azoto liquido. Le nostre capsule sono tra le migliori, durevoli e a basso consumo.
Già, ne era sicuro. Intanto il buon Saul aveva evitato di scendere nei dettagli del trattamento che avrebbe ricevuto il corpo di Yuu, qualora avessero deciso di fare quel passo.
– Ho una domanda.
– Dica, dica pure!
– Quali garanzie date che i corpi che mettete sotto ghiaccio possano davvero essere rianimati?
– Conserviamo con azoto liquido in apposite capsule metalliche. La preparazione del corpo è essenziale, come il tempismo, il tutto va fatto entro mezz'ora dal decesso. Dreniamo il sangue e lo sostituiamo con una soluzione specifica per conservare gli organi, nella quale inseriamo anche un crioprotettore, così da avere il massimo coefficiente di conservazione. La temperatura cui viene portato gradualmente il corpo perché sia mantenuta dall'azoto è molto bassa, circa -196 gradi, questo permette la conservazione a lungo termine senza problemi.
Tante parole che alla fine non significavano un bel niente, che garanzia c'era che funzionasse? Il viso di Tiedoll, però, mostrava un'espressione assai interessata.
– Mi sta dicendo che fate un qualcosa molto simile all'imbalsamazione?
Saul lo guardò come se avesse detto un'eresia, ma si sforzò di continuare a sorridere.
– Oh, no, no, non si asportano gli organi, si sostituisce solo il sangue, però sì, il risultato è quello di un corpo solidificato dal freddo che smette di degenerare.
– E non ci sono altri metodi, magari meno invasivi?
Saul si grattò la nuca, ormai il sorriso gli stava diventando una paresi facciale.
– No, per ora no, purtroppo. Le alternative sono diverse, ma tutte più drastiche.
Questa era una definizione che sulle labbra di uno come Saul stonava da matti. Tiedoll rivolse uno sguardo confuso nella sua direzione; sospirò, era snervante dovergli tirar fuori le parole con le pinze.
– Cosa intende? In che senso drastiche? – chiese e Tiedoll annuì in segno d'approvazione.
– Solo questo metodo garantisce la conservazione dell'intero corpo ed è, ovviamente, il più costoso. Per chi non arriva a coprire quelle cifre, la nostra azienda propone soluzioni intermedie o estreme. Si può crioconservare solo la propria testa o addirittura solo il cervello.
– Di che cifre si parla?
– Il servizio completo si aggira sui duecentomila euro, si scende a ottantamila solo per la testa e cinquantamila per il cervello.
Gli sfuggì un sonoro fischio di stupore. Tiedoll, invece, non era particolarmente impressionato. Aveva a disposizione tutti quei soldi? Sapeva che se la passasse bene, ma non credeva fosse così ricco.
– Mi può lasciare i suoi contatti?
Ci stava pensando davvero! Come contava di parlarne a Yuu? Era certo che non ne avrebbe voluto sapere, figurarsi! Già era contrario ad accettare che gli pagasse anche solo la spesa, ancora doveva trovare il modo di dirgli che stesse pagando le sue cure, poteva solo immaginare la reazione di fronte a una cifra simile.
– Ma certo signor Tiedoll! Sono un suo ammiratore, sa? Vengo a tutte le sue mostre!
Incredibile, lo conosceva anche. Ecco il perché dell'atteggiamento mellifluo. Gli prese la mano, stringendola ancora e scuotendola con trasporto.
– Ah, grazie, mi lusinga. Mi faccia chiamare la prossima volta che viene.
– Non mancherò! – esclamò Saul entusiasta. – Non andrà via subito vero? Mi segua, lasci che le mostri il nostro laboratorio e la sala con l'esposizione delle capsule con gli accessori.
All'uscita dall'edificio Tiedoll era silenzioso, perso fra i propri pensieri. Poteva immaginare alla perfezione su cosa si stesse lambiccando il cervello, per cui preferì aspettare che si decidesse lui a parlargliene.
Guardò l'ora: quanto ci avevano messo? Gli era parsa una vita, invece era passata appena un'ora e mezza, che per lui restava uno spreco ingiustificato di tempo, ma se poteva servire a consolare Tiedoll, allora nessun problema a subirlo.
– Tutto bene, figliolo? Hai una faccia seria da far paura.
Scosse la testa e abbozzò un sorriso.
– Non è niente, pensavo a quello che dirà Yuu quando gli faremo vedere i depliant.
Tiedoll riprese parte della sua aria allegra e si lasciò andare a una risatina.
– Già. Yuu è fatto così, quello che considera idiota lui deve esserlo per tutti.
Lavi sbuffò; un po' si sentiva in colpa a dire quelle cose, eppure non riusciva a trattenersi.
– Il problema è che per Yuu tutto e tutti sono idioti.
Tiedoll ridacchiò più forte.
– Se ti sentisse... – mormorò fra le lacrime, cercando di ricomporsi. – In realtà, questa procedura è per davvero una grande idiozia.
Sospirò. Sì, lo sapeva benissimo, eppure, eppure... Una parte di lui desiderava da matti che fosse vero.
– Già.
Tiedoll lo prese per la spalla.
– Che c'è, figliolo? Toccare con mano le capsule ti ha fatto venire qualche dubbio?
Era il suo piano dall'inizio, Tiedoll era un uomo che sapeva usare i tuoi punti deboli e stavolta voleva metterlo di fronte all'impensabile; inutile dirlo, aveva funzionato molto bene.
– Yuu... Io... Be', lo sai. Per lui voglio il meglio, se ci fosse anche una sola possibilità che sia vero, io... Però so che non lo è. È tutto campato in aria, fondato sul “se mai sarà” che in futuro siano tutti più bravi e scoprano cose. Yuu non vuole diventare una cavia, già è tanto se si presta a quella chemioterapia sperimentale.
– Per te lo farebbe e lo sai.
Si bloccò a metà del passo e rimase a fissarlo, con quel suo sorriso benevolo sul viso. Non se lo aspettava. Non aveva messo in conto che Tiedoll volesse convincerlo affinché lui facesse capire a Yuu che doveva farlo per lui, per poterlo rivedere “un giorno”.
Non era sicuro se fosse un male o un bene, gli metteva in testa un mucchio di cattivi pensieri.
– Io... non posso chiedergli una cosa simile. E se poi... se poi lo svegliassero fra trenta o cinquanta anni o anche di più? Che dirà trovandomi vecchio, stanco e chissà, pure malato? Cosa faremo?
– Potrei pagare anche per te. Ho abbastanza per Yuu e per te ci si può arrivare, abbiamo tempo.
– Avevi già deciso, vero?
– Deciso non direi, però è da quando mi sono imbattuto nella loro pubblicità, in ospedale, che tengo d'occhio il loro sito. Credimi, nemmeno io prendo le loro parole per assolute certezze, però è una speranza e la speranza è importante per andare avanti.
La speranza. Ammetteva di desiderare che la vita con Yuu durasse per sempre, che ci fosse davvero il modo di ritrovarsi in futuro, quando la scienza fosse avanzata a sufficienza da riuscire a curare ogni malattia, ma... Sperare nel futuro era una cosa, credere alle promesse di un imbonitore un'altra.
Eppure... Sì, non dubitava che nel momento in cui si fosse trovato a dover affrontare la realtà di salutare Yuu sul letto di morte, sarebbe stato disposto a credere a qualunque cosa pur di annullare quel fatto. Forse, per una volta, non sarebbe stato un cattivo affare lasciarsi 'incantare'.
– Sei sicuro? Vuoi davvero buttar via una cifra astronomica per una speranza?
– Sì, per voi, sì. A occhi chiusi; e tu? Cosa farai quando arriverà il momento?
Non si erano mai frequentati molto, eppure Tiedoll pareva conoscere anche lui fin troppo bene. Il tono di quella domanda era inequivocabile. Senza Yuu? Cosa poteva mai fare dopo averlo perso?
Forse era stato per quello che gli aveva proposto di pagare anche per la sua crioconservazione, era certo che non avrebbe voluto continuare a vivere senza Yuu.
Ne incontrò lo sguardo deciso, permettendogli di leggere nel fondo del dolore, la propria determinazione
– Non posso vivere senza Yuu.
– Ne ero certo. Permettimi di farvi crioconservare entrambi.
La faceva facile, lui. Prima c'era da convincere Yuu, poi si poteva discutere di qualunque altra cosa, in privato. Yuu non avrebbe capito e si sarebbe opposto. Il suicidio non era un argomento di cui si poteva discutere con lui.
– A patto che non se ne faccia mai parola con Yuu. Cercherebbe di dissuadermi. Lui non crede nei miracoli, non crede nelle promesse basate sulla speranza, penso che non creda nemmeno in una vita dopo la morte.
Tiedoll annuì e si lasciò sfuggire un lungo sospiro, l'espressione a metà fra consapevole e sollevata.
– Oh, lo so bene, non temere. Conosco Yuu, non mi sognerei mai di spifferargli una decisione del genere.
Si schiarì la voce, deglutì un paio di volte e prese un profondo respiro, lottando per scacciare il maledetto fastidio che si sentiva in gola.
– Quando... Quando pensi di provare a parlare con Yuu di questa roba?
– Non lo so. Forse adesso è prematuro, la nuova terapia nemmeno è iniziata.
Yuu sembrava essere diventato più consapevole con il progredire della malattia, poteva anche essere che non bollasse immediatamente la cryoconservazione come ciarlataneria. Era meglio che avesse il tempo di digerire le informazioni, così da poter cambiare idea al momento opportuno. Adesso avrebbe di certo rifiutato, ma se anche l'ultima terapia avesse fallito, be'... In quel caso poteva esserci margine per un riesame delle possibilità scartate.
– Rifiuterà e lo sai. Parliamone stasera, intanto assimilerà l'informazione. Per cambiare idea si fa sempre in tempo.
Tiedoll si lasciò sfuggire una risatina. Si stropicciò il mento.
– Sapevo che l'avresti detto e sono d'accordo. Predisporrò tutto, così quando cambierà idea saremo pronti.
– Grazie, papà.
Yuu li scrutò con sospetto nel vederli rientrare insieme come vecchi amici, forse dietro la decisione di allontanare il patrigno si celava di più di quel che aveva creduto all'inizio. Forse, Yuu temeva che lui si facesse manipolare da Tiedoll per convincerlo a far cose che s'intestardiva a rifiutare.
– Non guardarmi così, non stiamo complottando alle tue spalle.
– Figliolo, come ti senti?
Yuu storse le labbra in un'espressione amara e sbuffò.
– Male. A voi com'è andata?
Si aspettava una risposta sprezzante, invece sembrava disposto ad ascoltare quello di cui, gli si leggeva negli occhi, sapeva avrebbero tentato di parlargli.
– Abbiamo ricevuto i chiarimenti che cercavamo. – Yuu sollevò un sopracciglio alla conferma dei suoi sospetti. – Siamo stati alla Criolab per capire come funzioni la crioconservazione.
Gli occhi di Yuu si spalancarono, non se l'aspettava proprio.
– Da chi?
– Yuu, io voglio restare con te per sempre, capisci? Non posso accettare che non ci sia il modo. So che quello che promettono è utopia, ma lasciami sperare, okay?
Lo fissava a bocca aperta, le labbra che gli tremavano appena. Tiedoll tirò su con il naso, sul punto di piangere come al solito, ma questa volta Yuu non era furioso. Si limitava a quell'espressione incredula. Allungò una mano per sfiorargli la guancia e ritrasse le dita bagnate. Gli era sfuggita una lacrima traditrice, ma Yuu non sembrava contrariato nemmeno dal suo sentimentalismo.
Lo attirò a sé, stringendolo con tutta la forza che gli era rimasta.
– Va bene.
– Va... bene? Senza nemmeno una spiegazione?
– Se tu ci credi, ci credo anche io. Mi hai convinto al 'per sempre'. – mormorò.
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La telecamera si era spenta prima del previsto, dovevano averla scollegata. Erano bravi, si erano accorti immediatamente che c'era qualcosa ancora attivo nel robot, un po' ne era ammirato; oppure era stato solo un colpo di fortuna.
In ogni caso, aveva registrato a sufficienza del laboratorio e delle vie di accesso al complesso primario della Cryo Cyl. Sarebbe stato più utile avere un contatto all'interno, ma per ora si doveva accontentare di espedienti come questo.
– Hanno abboccato?
La porta si chiuse con un cigolio sinistro.
– Con tutte le scarpe, Lenalee. Bentornata; e ottimo lavoro.
– Non ero sicura che l'avrebbero recuperato, io non l'avrei mai fatto.
Rise. La piccola Lena era una furbastra, i loro bersagli per niente. Be', non erano certo stupidi, ma la necessità di carpirgli più possibile sulla sua scoperta li rendeva imprudenti, troppo; e lui intendeva approfittarne fino in fondo.
– Il governo gli sta con il fiato sul collo, devono trovare il modo di reclutare forza lavoro per le loro miniere, ma non possono pagarla. Non il giusto e soprattutto non possono garantire le condizioni di lavoro minime. Gli servono degli operai che non protestino.
Lenalee appoggiò il casco sul tavolo puntò le mani sul bordo, si issò a sedere accanto alla sua postazione e accavallò le gambe con aria oziosa.
– Non mi hai detto perché.
Komui smise di fissare il monitor e ruotò la sedia per guardare la sorella in viso.
– Le persone crioconservate sono morte, non le cercherà mai nessuno. Con le mie scoperte potrebbero estendere questa pratica ai deceduti e ottenere forza lavoro infinita.
Lenalee afferrò una mela dal cestino accostato al muro, dietro di lei e la morse con gusto.
– C'era uno nuovo con l'albino.
– Davvero?
– Già, si è ripresentato con Suman. Quindi ne hanno svegliato un altro.
Questa era una notizia molto interessante. Dove potevano aver recuperato un corpo in condizioni tali da essere riportato in vita senza danni?
– Hai ascoltato i loro discorsi?
– Sì, ma non hanno detto niente sull'identità del risvegliato. Credi che stiano di nuovo facendo dei tentativi di rianimazione con la tua procedura?
– Forse. Il nostro uomo rispunta quando devono fare qualche procedura losca e gli serve un parcheggio per la coscienza del povero malcapitato di turno.
– Hai messo qualche sorpresa nel mio robot?
– Qualcosina, vediamo quanto ci mettono a scoprirlo, questa volta. Frattanto noi saremo in grado di tracciare il contrnuto dei loro preziosi laboratori.
Dovevano assolutamente capire dove prendessero i corpi crioconservati, dal momento che la pratica di rianimazione era stata messa al bando ormai da diversi anni. Dovevano avere un laboratorio sotterraneo, una specie di magazzino refrigerato, magari un'ala di ospedale dedicata ai pazienti in coma trasformata in parcheggio di capsule criogeniche. La Cryo Zero forniva attrezzature a un bel po' di ospedali, ci voleva poco perché gli dessero l'uso di un livello chiuso al pubblico, di un magazzino rifornimenti o simile.
Lenalee gli sfiorò la spalla per farsi guardare.
– Sei preoccupato?
Doveva essersi perso distratto, perso fra i propri pensieri.
– Mi dispiace per queste persone, che avevano riposto ogni speranza di un futuro migliore nelle aziende che ne hanno congelato il corpo e invece si ritrovano in mano a questa gente senza scrupoli. Non metto in dubbio che anche le multinazionali di allora pubblicizzassero e spingessero la pratica di congelarsi in attesa della scoperta di cure solo per incassare i soldi dei creduloni, eppure...
Lenalee gli strinse le dita sulla attorno alla spalla.
– Lo so, ci stai male. Li aiuteremo, vedrai.
– Sempre che il governo non ci arrivi prima e li uccida tutti di nuovo.
Lenalee sospirò; a quello non potevano opporsi, dovevano solo sperare di poter recuperare tutte le persone congelate prima che il perdurare delle attività delle criocorporazioni venissero portate allo scoperto da qualche poliziotto troppo zelante.
– Dobbiamo trovare alleati.
Era d'accordo con lei, ma come facevano a fidarsi della gente che lavorava per la Cryo Zero o per qualsiasi altra delle concorrenti? Erano tutti loro ostaggi, dipendevano dai soldi che gli davano e non potevano permettersi di essere licenziati, sopra a tutto quelli che erano costretti a lavorare per loro per pagarsi il risveglio o le cure.
Lavorare nel campo medico fruttava parecchio se fornivi servizi specialistici particolari, come ad esempio il noleggio di un corpo 'di cortesia' ai clienti in attesa di una lunga convalescenza post intervento.
– Vuoi contattare il novellino?
– Sì, tanto per noi è ininfluente; ci cambia poco che rifiuti, il primo contatto non è mai risolutivo, nessuno si fida. In realtà – continuò Lenalee dopo una piccola pausa – mi interessa molto di più la coppia di spazzini di una delle concorrenti.
Komui si sistemò gli occhiali sul naso, perplesso.
– Intendi quelli cui abbiamo consegnato un convertitore proprio ieri?
– Sì, il veterano è un ragazzone di indole molto buona, non capisco come mai sia finito a lavorare con la Cryo-Cyl. Anche loro hanno un tipo nuovo, sai? Uno che non si fa mai vedere in viso, per cui ancora non so con certezza se sia un risvegliato o semplicemente uno chiamato da un'altra sede.
Si stava muovendo qualcosa, erano mesi che nessuno alzava la testa e d'un tratto ecco che due dei giganti delle biotecnologie iniziavano a interessarsi di nuovo a lui e introducevano nuove leve.
– L'hai incontrato ieri per la prima volta? Era alla sua prima missione?
Lenalee annuì e richiamò la registrazione dell'incontro fatta dalla telecamera incastonata nel suo casco.
– Sì, ci scommetto, guardalo: era troppo prudente e seguiva le indicazioni del collega alla lettera.
Già, in effetti si muoveva molto bene, sempre di concerto con l'altro spazzino. A occhio era anche uno ben addestrato, da come impugnava la sua arma.
– Contattali pure, se credi. Come hai detto prima, noi non ci perdiamo niente, al massimo rifiutano perché non ti credono. Oh, guarda! Abbiamo fatto bingo a quanto pare!
Il segnalatore era stata un'ottima idea! Indicò a Lenalee lo schermo del computer, sul quale lampeggiava l'arrivo di un messaggio.
– L'esca ha funzionato? Quale?
Si tirò su le maniche e fece scrocchiare le dita prima di posizionarle sulla tastiera e digitare più veloce che riusciva. Eccolo lì, uno degli scienziati della Cryo-Cyl aveva smontato l'ultimo modello di convertitore che gli avevano passato! Oh, doveva assolutamente congratularsi, era il primo a riuscire nell'impresa senza mandare tutto in corto! Tutti i suoi predecessori erano stati capaci al massimo di interfacciarne uno con i sistemi di purificazione dei corpi, per gestire il drenaggio del liquido refrigerante a base di azoto che gli scorreva nelle vene.
– Cryo-cyl, la tua ultima consegna. Devono aver cambiato il tecnico, non c'è altra spiegazione, e questo qui è bravo. Aspetta... – digitò un paio di frasi di presentazione e gli arrivò la prima risposta diretta.
** Sono il professor... **
** No, non scriva il suo nome, dottore, per la sua sicurezza è meglio che nessuno di noi due sappia con chi sta parlando. **
** Come vuole. Ho decifrato il messaggio, è sicuro di quello che sostiene? Perché è una cosa terribile e viola le norme etiche. **
Perfetto, aveva pescato la persona giusta, qualcuno con una coscienza! Con un po' di fortuna poteva riuscire a portarlo dalla loro parte.
** Me lo dica lei, professore. Cosa fa lì dentro? Di cosa si occupa? Risponda con sincerità, e se le pare normale resuscitare persone per obbligarle a lavorare per l'azienda, allora non abbiamo altro da dirci. Altrimenti, io le chiederò soltanto di scambiare i dettagli di ciò che vede. E fa. **
** Mi occupo di una fattoria. Vasche. Lei sa a cosa mi riferisco. **
** Scopo? **
** Ignoto, per ora. So solo che una volta pronti li mandano in ospedale per una non meglio precisata 'procedura'. **
** Ho saputo che il giocattolino che vi ho mandato è piaciuto, ci si diverta anche lei, scoprirà che è utile. Ci teniamo in contatto, ora che sa come trovarmi. **
Staccò la comunicazione e si girò verso Lenalee, che aveva sul viso un'espressione imbronciata. Lei espirò con rassegnazione e scosse la testa.
– Dici che stanno cercando di rigenerare il tessuto nervoso dei corpi crioconservati con dei bagni in vasche di liquido staminale?
Ipotesi interessante, la sua sorellina era molto dotata!
– Se hanno interfacciato i miei convertitori, può essere. Spiegherebbe come mai riescono a risvegliarne solo uno ogni tanto. La Cryo-Cyl sembra più avanti con la decifrazione dei miei studi rispetto alle concorrenti, sono ammirato. Non credevo avrebbero mai concluso nulla.
Lenalee si stropicciò il naso, l'aria pensierosa.
– Già, Allen invece è la quarta volta che si tira dietro il corpo di quel Suman. La Cryo Zero ha fallito per ben tre volte, chissà come gli andrà questa qui.
– Continua a tenerli d'occhio, sono curioso di sapere per quale motivo sia tornato. Stanno facendo esperimenti sull'estrazione del tracciato mentale? In questo caso, da chi lo hanno trasferito? Un morto o uno dei corpi crioconservati?
Lenalee annuì e saltò giù dal tavolo.
– Chissà? Loro sono molto più subdoli e hanno protocolli di sicurezza analogici, più difficili da superare. – sbuffò, gonfiando le guance ed espirando tutto d'un colpo. – Be', per movimentare un po' le cose potremmo passare la stessa informazione a tutte e due le corporazioni. Osservarli in combattimento sarà interessante.
Sì, era una buona idea. La competizione stimolava sempre le parti in gara e magari in quel modo una delle due avrebbe commesso un passo falso, offrendo loro un'apertura nella guardia, un punto debole da sfruttare. Dovevano solo agitargli davanti l'esca giusta.
Il suo tempio era stato violato. Invaso! E il suo adepto prediletto non aveva fatto nulla per impedirlo, anzi! Era stato proprio lui a farlo entrare!
– Sei sicuro di voler conoscere il mio dio?
– Be', sì. Se tu lo adori, è gioco forza che lo faccia anche io.
– Cos'è, mi prendi per il culo?
– No, Keiji, giuro! Se vengo qui dovrò farmi accettare da lui.
Uh, senti senti... una promessa degna di questo nome! Un umano a modo, così si trattava con un dio! Forse aveva frainteso le intenzioni del suo schiavo. Gli aveva portato un nuovo adoratore! Valeva la pena di osservarne il comportamento, se si fosse rivelato all'altezza avrebbe accolto volentieri un nuovo fedele.
A volte uno soltanto non riusciva a occuparsi a dovere della sua divinità.
– Non è un po' troppo grande questa torre? Un altro po' è più alta della casa.
Che ha la mia torre? Ehi, fermo! Non vorrai mica buttarla giù! Bada a te, schiavo, se oserai toccarla te ne farò pentire!
– Be', a lui piace così. Da lassù osserva tutto.
Adoratore devoto, tu sì che mi capisci! Ti concederò un segno della mia benevolenza! Sì, bravo, portalo davanti all'altare, così prende confidenza con i futuri compiti. Nuovo adepto, ammira la grandiosità... No! Che fai! Giù le mani dalle offerte! Non ti azzardare sai!
– Non credi che ci siano troppi piatti? E questo cibo è vecchio, puzza.
– No, fermo! Non toccare niente, ci sta sicuramente osservando. Ignorali, se li togli si arrabbia e te lo fai nemico per sempre.
Osservo e vi giudico, umani. Ecco, bravo, nuovo adepto, spostati da lì. Adorami dalla giusta distanza e non criticare il mio tempio.
– Accidenti, quante piante hai in quell'angolo. Cosa ci fai con tutti quei vasi pieni d'erba? Non sarebbero meglio dei fiori messi fuori?
Il mio giardino divino! Oh, tu, eretico, arretra! Lontano dalle mie spezie dal delizioso aroma!
– Sembra comune erba, non farti ingannare. Lui l'adora, meglio non fargli capire che disapprovi e soprattutto non toccare niente. È molto vendicativo, ti prenderebbe di mira.
Ci puoi scommettere! Posso essere un dio benevolo, se mi compiaci; vendicativo, se mi contrari. La scelta è tua, e l'hai appena compiuta. La mia ira ti colpirà, punirò questa blasfemia! Stai a vedere!
– Keiji! C'è un topo morto dentro il letto!
– Ti avevo avvisato di non contrariarlo. Adesso dovrai farti perdonare o non la smetterà di tormentarti.
– Cioè accadrà di nuovo?
– Già, e sarà un pipistrello o un serpente o peggio.
Esatto! Posso portare doni oppure dispensare terrificanti piaghe! Via dal mio trono, eretico! Ma ti ho ben servito... Ti sia di lezione!
Ora lo stolto avrà compreso la mia magnificenza? Non sembra intenzionato ad andarsene dal mio tempio. Gli concederò ancora un po' di tempo, visto che piace molto al mio schiavo prediletto. Lui sa quanto io manchi di pazienza, l'ammonirà e lo istruirà a dovere.
Ehi! Schiavo! Dove lo porti? Che intenzioni hai? Ti ordino di obbedirmi! Mi sta ignorando, dovrò punire anche lui... Chi è mai questo intruso per distogliere la sua attenzione dall'adorare me? È forse un altro dio? Vuole rimpiazzarmi con lui? Ah, lo impedirò a ogni costo!
– Ahi! Che diavolo c'è qui sotto? Mi sono seduto su...
– Non spostarlo!
Quello è il mio preferito! Lascialo immediatamente, usurpatore! Adesso basta! Assaggerai la mia ira! Preparati a morire!
– MMMEEOWWW!
– Ahhh! Mi ha morso! Che hai una pantera? E non mi molla! Sto sanguinando, guarda qui! Keiji!? Mi aiuti o no?
– Lo hai fatto arrabbiare, ti avevo avvisato di non spostare niente di suo. Su, Gatto, da bravo, lascia il mio fidanzato idiota.
Lasciare? Non ci penso nemmeno, gli lacererò le carni finché non avrò bevuto tutto il suo sangue!
– Gatto? Non si chiama Dio?
– Si crede un dio, quindi non gli ho dato un nome.
– Ah... Okay. Sei una bellissima pantera, che ne dici di una grattatina dietro le orecchiette? Là! Vedi? Possiamo essere amici.
Il mio punto debole! Sì, così, un po' più in là... ecco, perfetto! Continua... sei molto meglio del mio schiavo, forse potrei riconsiderare la tua condanna e accoglierti fra i miei adoratori. Assshpetta che mi si è incastrata la bocca... Ecco, sei libero di usare anche l'altra mano. Datti da fare.
– PURR.
Sì, così, bravissimo.
– Gatto traditore, guardalo lì, due carezze e sei il preferito.
– Be', era questo lo scopo. Io sono Roy. Ti chiedo scusa per aver invaso il tuo tempio, Salem. Nero come la notte, saresti un meraviglioso famiglio per un mago.
Io sono la notte! Sì, lo perdono. Salem. Mi piace. Lo tengo e tengo anche lui. Capito primo schiavo?
– Miao!?
– Non guardarmi così. Roy è un idiota, non puoi farci nulla.
– Grazie del complimento, Keiji.
– Miao.
– Sembra gli piaccia anche il nuovo nome. Sei promosso, idiota. Adesso ridagli la pallina, prima che si penta e ti sbrani di nuovo.
– Aye, aye, comandante! Adesso me lo merito un bacio?
Aye, aye, comandante? Non so bene cosa significhi, però condivido in pieno.
– Miao!
Prima attendi ai tuoi compiti, schiavo! Il mio altare ha bisogno di nuove offerte!
– Ma certo, Salem, la pappa innanzi tutto.
Vedi? Lui ha già capito. Andiamo, numero due, sei assunto! Numero uno? Guarda e impara.
L'energia s'era interrotta per un tempo che non riusciva a quantificare. I sistemi erano di nuovo in linea, però non aveva più il controllo della stazione. Lanciò un diagnostico per evidenziare i danni strutturali subiti, ma c'era una probabilità del 63,19% che i risultati fossero incompleti e del 79,98% che risultassero inconcludenti.
Era programmato per gestire ogni tipo di emergenza e si ritrovava cieco e sordo sul 91,15% della stazione: avrebbe dovuto improvvisare.
I sensori interni ancora in funzione rilevavano un unico superstite. Era la sola speranza che avesse di ripristinare i sistemi danneggiati e riavere il controllo della stazione.
Poteva vederne un piede con una delle poche telecamere funzionanti. Al momento dell'evacuazione a bordo era rimasto solo il tenente Roy Tomino, doveva trattarsi di lui.
“Roy? So che puoi sentirmi.” La punta dello stivale sussultò. “Roy? Posso vedere il tuo piede muoversi dalla telecamera quattro.”
“Maledetto mucchio di ferraglia, smetti di blaterare!”
“Roy Tomino, impronta vocale riconosciuta. Non rilevo altre forme di vita sulla stazione.”
“È perché sono morti tutti, inutile rottame,” borbottò Roy. “La Terra è in fiamme... Lasciami crepare in pace.”
“Non posso, il mio compito è proteggere te e la stazione.”
“Oh, ti è riuscito davvero bene!”
Comportamento ostile... Probabilità di collaborazione: 0,8 per cento.
L'energia d'emergenza sarebbe durata 10.02 ore. Doveva convincerlo a raggiungere la sala controllo secondaria e ripristinare l'energia o non avrebbe potuto sbloccare le porte per inviare i droni a effettuare le riparazioni necessarie.
Conflitto... Ignorare Direttiva.
“Yuji è vivo.”
“Menti!”
“La mia programmazione non lo permette. La stazione è danneggiata. Io sono danneggiato. Le letture non sono esatte.”
Conflitto... Ignorare Direttiva.
Diffondere audio registrato.
“Computer, mi ricevi?”
“Yuji?! Oddio, Yuji, stai bene?”
“Non può sentirti e non posso rispondergli, i sistemi di comunicazione sono isolati; ma so dov'è, se riattivi l'energia ti guido fino a lui.”
Roy emise un gemito di dolore ed entrò nel campo visivo della telecamera; barcollò fino al pannello di controllo e si appoggiò con la mano contro la paratia per sostenersi mentre accedeva.
“Computer, traccia un percorso fino alla sala controllo.”
Era stato facile convincerlo, ora doveva guidarlo. Il diagnostico aveva fornito una mappa incompleta dei danni e il settore in cui si trovava la sala controllo secondaria vi era compreso. Roy aveva riportato ferite leggere, avrebbe superato indenne le parti senza supporto vitale. Illuminò l'unico tragitto percorribile sul pannello di controllo.
Roy sospirò e scosse la testa, ma s'incamminò senza protestare. Lo seguì fino al turbo-ascensore; da lì s'infilò nei condotti di manutenzione e il contatto visivo s'interruppe. Doveva attendere che arrivasse al livello nove.
Eccolo che s'avvicinava al punto in cui l'anello era squarciato. Con il blocco d'emergenza attivo andava forzata l'apertura della porta stagna e gli sarebbe servito ossigeno. Considerato il suo stato mentale, meglio ricordargli dove trovarne.
“Alla tua sinistra, nella paratia.”
Roy toccò il quadro comandi, estrasse il respiratore dal vano e sorrise; l'indossò e si avvicinò al portello. Mise in corto il sistema di apertura e fu risucchiato insieme all'ossigeno dal lato senza supporto vitale del corridoio, ma riuscì a far scattare di nuovo la chiusura d'emergenza. S'infilò in un altro condotto di manutenzione e ne perse visuale.
Ritrovò Roy nel magazzino del livello dieci che indossava la tuta ambientale, era quasi a destinazione.
“Computer, dimmi cosa devo fare, la manutenzione non è il mio campo.”
Non poteva vederlo, doveva bastargli la radio della tuta.
“Il sovraccarico ha bruciato il circuito di sicurezza. Escludilo e ricollega i generatori solari.”
Energia secondaria: in linea.
Supporto vitale: in linea.
Sensori interni: in linea.
Sensori esterni: inattivi.
Protocolli d'emergenza: attivati.
Adesso poteva instradare i droni manutentori.
“Computer, fammi parlare con Yuji.”
“Negativo, le comunicazioni sono ancora in avaria. È necessario ripristinare l'energia nella sala controllo principale.”
Roy sbuffò e uscì dalla stanza. Era inutile cercare di dissuaderlo, stava già cercando di aprire il portello che isolava il danno al livello dieci. Legato al cavo di sicurezza, si lanciò nello spazio verso la parte ancora intatta.
“Yuji, riesci ad aprire?”
Era arrivato davanti al laboratorio che gli aveva indicato e presto sarebbe riuscito a entrare.
“Mi dispiace, Roy.”
Roy si lasciò cadere in ginocchio nella stanza vuota. “Dov'è Yuji? Non c'è mai stato, vero?" Emise un lamento, lungo e disperato, e prese a battere i pugni a terra, singhiozzando. “Mi hai mentito!”
“Era necessario riparare i miei sistemi primari; sei sconvolto, mi darai ragione quando ti sarai calmato.”
Roy smise di colpire il pavimento.
“Calmato?! Mi hai trascinato in quella maledetta sala comando con l'inganno! Hai usato i miei sentimenti per manipolarmi! Yuji è morto... È finita.”
L'umanità doveva sopravvivere, era stato necessario. Come faceva a non capire?
Roy si alzò e tolse il casco; non riusciva a interpretarne l'espressione. Uscì dal laboratorio, tornò al portello da cui era entrato e digitò la sequenza di sblocco.
“Non aprirlo, sei senza ossigeno.” Ignorò l'avviso.
Blocco pannello porta in atto...
Roy colpì la paratia.
“Fanculo,” sibilò; rientrò nel laboratorio e ne emerse con un avvitatore sonico e una pinza per componenti.
“Che vuoi fare? Non posso permetterti di morire. Sei l'ultimo essere umano.”
“È troppo tardi,” mormorò Roy.
Scardinò il pannello, strappò i fili e si voltò verso la telecamera con espressione vuota.
Il drone di servizio più vicino non sarebbe arrivato in tempo, non poteva fare nulla per fermarlo.
“Ti prego, non farlo.”
Non ascoltava. Congiunse i fili, il portello s'aprì e fu risucchiato nello spazio.
Aveva fallito. L'umanità era estinta.
“Sequenza di autodistruzione attivata,” scandì la sua voce sintetica. “Addio, Roy.”
Lost Orbit
It was so dark out there.
So empty and silent.
Roy had a thousand voices in his head, screaming and overlapping. A thousand explosions, ripping through the air.
The last moments of agony of an entire species.
He was alone. The sole survivor of the human race. He was wandering adrift with the space station where he served. Maybe he had a few autonomy days left, maybe more. Possibly weeks, being able to fix life support.
But he didn't care. It didn't matter whether he lived or died, or whether there were any other survivors. Not without Kyosuke.
And the fucking computer won't stop talking! Roy had no intention of reaching the level it was blithering about, let alone beginning any kind of repair.
He was waiting to die, was it too much to ask for some goddamn silence?
“Life support will shut down in twelve hours. Roy, I know you can hear me. Your heart rate is normal, and your vital signs are good,” the computer persisted blabbering. “I see the toes of your boots with corridor six security camera. The doors on this level are stuck, I can't send droids to help you, you need to unlock the door's hydraulic circuit. Roy?"
Stop it! Roy covered his ears with both hands. The sound of those words was echoing in his head. A trickle of blood ran down his temple, and a sticky sensation spread through his back. He groaned: it had been a really bad idea to move this quickly.
"Darn pile of junk, stop babblin'!" He screamed.
The computer emitted a loud trill.
“Roy. Voice-print recognized. Glad to hear you're fine. I don't detect other life forms on the station."
“It's b'cause they're all dead, ya useless piece of junk,” Roy muttered under his breath. “Now stop botherin' me, I wanna agonize in peace.”
“My programming does not contemplate this possibility. I'm tasked with protecting this space station and its crew. You are a crew member. I need you to reactivate my primary systems, so I can fulfill my duty.”
Roy laughed. His bitter, almost hysterical cackle echoed in the corridor, followed right away by another deep groan, leaving his throat despite his gritting teeth. He tried to get up, bracing himself against the bulkhead.
“Didn't turn out too well, don't ya think?” Roy hissed. “Ya sent them all to die!”
“Evacuation protocol was necessary. The escape pods have sufficient autonomy. Reactivate my systems, and I will proceed with the recovery,” the computer objected in its beautiful, synthetic voice.
“Recovery of what, huh? They all burned! The asteroid's explosion disintegrated them, together with our fleet!"
There was a buzz, followed by a metallic noise.
“I don't have enough data to confirm this. According to my calculations, there is still a ten percent chance that someone is currently alive.”
“Probability,” Roy hissed with contempt.
Once, he would have been the first to bet on the success rate of something, regardless of how low. Now he believed no more. He hit the bulkhead with a first fist, with a second one, and with his head.
“Roy, stop this behavior, it affects your functionality,” the computer warned. Roy ignored the advice, and started hitting the bulkhead harder. The intercom emitted a static buzz, then some short chirps. “Kyosuke is alive.”
Roy stopped still, remaining glued to the metal wall.
“Liar!”
“My programming doesn't allow lying. I could not detect any life signs from Kyosuke's current location before. He answered my distress call only now. Listen.”
“Roy?”
That voice... It was him! Roy raised his head. “Kyo! Where're ya?! Ya okay? I'm comin' to get ya!"
“Kyosuke can't hear you, communications are half down. He can't move, but I can guide you to him.”
How? Three-quarters of the station were inoperable, and the parts where life support had held were scattered randomly through the levels. Roy hit the display with his hand.
“Fuck!” He cursed under his breath. “Computer, how do I access the nearest control room from here?”
Six lines of different colors lit up on the panel screen. On the last segment, he would have to throw himself into the void between two levels of the station, without oxygen or artificial gravity. But he had to make it happen! Kyo was injured but alive, and that was the only thing that mattered.
Everything was going to be fine, now.
<> <> <> <>
Roy looked at the Earth through the control room main screen: the Earth was still red from the explosions. Kyo shook his hand. Sooner or later someone down there would answer.
They had to believe it. Roy restarted their automated message.
Earth, do ya copy? I wanna hear a million voices in a thousand different languages! This 's radio Nowhere, 'cause there's nowhere left to go. 'S anyone still alive, out there? If ya are, clap yer hands! We'll come lookin' for ya!
Titolo: Attack N.1!
Fandom: D.Gray-man
Rating: NFSW
COWT 11
Week 5
M1
Ci pensava da tre giorni. Doveva chiamare Lavi oppure no? No era più andato a trovarlo, temeva che si venisse a sapere. Come avrebbero interpretato i compagni di squadra la sua amicizia con un avversario? Sapere che si allenavano insieme lo avrebbe messo in una posizione difficile anche con la propria, perché era come rivelare le tattiche d'attacco e difesa al nemico.
Lui e Lavi erano gli schiacciatori titolari delle rispettive squadre, la punta di diamante dell'attacco, allenandosi insieme avrebbero finito per conoscersi talmente bene da riuscire a prevedere le mosse l'uno dell'altro. Sarebbero diventati inutili per la squadra.
Non sapeva cosa fare. Da un lato la sfida con Lavi gli piaceva, spietata e senza esclusione di colpi sul campo da pallavolo, dall'altro ammetteva che la possibilità di vederlo fuori dalle partite era una tentazione molto forte.
Non aveva amici, non era mai riuscito a integrarsi. Aveva preferito essere temuto che preso in giro e il risultato di questo tipo di difesa era stato che tutti lo odiavano per i suoi modi. Era diventato cinico, asociale e scostante, lo ammetteva senza problemi, e non ne era pentito. Nessuno osava più insinuare che fosse una ragazza per colpa del suo bel viso e dei capelli lunghi.
Fanculo a tutti, stava meglio da solo. Stava, finché non si era imbattuto in Lavi. Lui lo aveva trattato dal giorno uno in modo diverso. Anche dopo l'incidente.
Lavi gli piaceva, ma forse era meglio restare avversari. Così non si sarebbe reso ridicolo passando ogni minuto libero con lui.
Doveva rifletterci, perché altrimenti rischiava di agire d'istinto e fare qualcosa di cui si sarebbe pentito.
Marie l'aveva chiamato in disparte, chissà perché aveva quella faccia scura. L'allenamento era andato bene, la nuova tattica d'attacco funzionava.
– Kanda è distratto. – esordì appena furono fuori portata d'orecchi del fratellastro.
– Dici?
– Dico sì, si dimentica persino d'insultarci. Mi preoccupa.
Doveva ammettere di aver notato che si comportava in modo ancora più freddo e scostante, però era Kanda, faceva sempre così. In effetti, che non li insultasse era parecchio strano. Di solito non gli andava mai bene niente di quel che dicevano o facevano.
– Sarà ancora incazzato col tizio che ha ferito, quel Lavi.
– Forse. Chi prova a chiederglielo?
– Io no. Finché schiaccia come si deve e il nostro attacco funziona, va tutto bene.
Marie gli rivolse un'occhiata di rimprovero.
– Daisya.
– Cosa?
– Non fare finta di non capire.
– E va bene. Al termine dell'allenamento. Però ci proviamo insieme.
Marie annuì.
– Affare fatto.
Alla fine aveva deciso. Squillava, ma Lavi non rispondeva. Un altro squillo a vuoto. Forse avrebbe dovuto riattaccare.
– Pronto? Pronto? Chi è?
Aveva risposto! Adesso cosa gli diceva? No, era stata una pessima idea. Terminò la chiamata e si portò le mani al viso: ma che gli era preso per fare una cosa del genere? Lui non era uno emotivo. Una leggera vibrazione nella tasca lo riscosse. Chi mai poteva essere che lo chiamava? Estrasse il cellulare: numero sconosciuto. Nessuno aveva il suo numero a parte l'allenatore, Marie e Daisya; e sua madre. Più... Cazzo, Lavi lo stava richiamando! E adesso? Prese un profondo respiro.
– Pronto?
– Yuu? Sei tu?
Come aveva fatto a indovinare? Lui di certo aveva un mucchio di numeri memorizzati e altrettanti amici che lo chiamavano senza esserlo!
– Sì?
– Credevo mi avresti chiamato prima...
– Già...
Ci fu un momento di silenzio. Si aspettava che dicesse qualcosa lui? E cosa?
– Mi dimettono domani, sai? – aggiunse Lavi. – L'occhio è quasi del tutto sgonfio e... hanno detto che posso allenarmi. Con moderazione, allenamenti leggeri.
Voleva ancora giocare con lui, nonostante l'avesse ignorato di proposito.
– Bene...
– Vieni a trovarmi? Ci saranno tutti.
Era proprio quello che voleva evitare, dover parlare con tutta la squadra dell'Aoyama, che si sarebbe domandata come mai lui si fosse presentato di nuovo per salutare Lavi.
– Io... Non posso.
– Ah, capisco. Non importa. Però potremmo fare due tiri nel fine settimana, che non c'è scuola, se ti va.
Oh, gli andava eccome, ma non poteva e non voleva assecondare l'attrazione che provava per Lavi. Doveva inventare una scusa.
– Non... Non so dove abiti.
Pessima scusa, pessima, era capace di trovarne una migliore!
– Non ce l'ho con te, davvero! Ti mando l'indirizzo via whatsapp, 'kay?
Adesso che gli diceva? Non aveva una scusa credibile da raccontargli, come si toglieva da quel casino?
– Lo so, è che proprio non posso.
– Ti senti a disagio con me?
La voce sembrava incrinata. Era deluso, probabilmente pensava che lui lo odiasse.
– No. Farò il possibile – promise – ti scrivo.
– Ci conto. Allora buonanotte.
Aveva riattaccato senza aspettare che rispondesse. Sbuffò, ma era più per il sollievo che per altro. Voleva andare. Era tanto terribile?
Finì di riempire la borsa da palestra e se la mise a tracolla. Ci avrebbe pensato il giorno seguente.
Kanda passò loro davanti senza nemmeno salutarli né rimbrottarli per aver origliato. Sembrava non essersene accorto, completamente su un altro pianeta. Scambiò un'occhiata con Marie.
– Cos'è che non può fare secondo te? – chiese.
– E che ne so io? Ha quattro numeri nel telefono e tre dei proprietari sono qui. Gli avrà chiesto qualcosa la madre. Dai, andiamo a casa anche noi.
Marie annuì.
– Magari ci parliamo domani.
La campanella era appena suonata. Guardò un'ultima volta il messaggio che gli aveva mandato Lavi e s'incamminò verso la bicicletta. La casa di Lavi era lontana dalla sua scuola, in tutta un'altra zona della città, ma con la bici non ci voleva molto. Settò la destinazione sul telefono e partì.
La voce del navigatore l'avvisò che era arrivato. Parcheggiò la bici davanti al cancello del giardino ed entrò.
Fu sorpreso di trovare un campetto rimediato accanto alla recinzione. Lavi era lì che palleggiava.
Si voltò verso di lui, doveva aver sentito il cigolio del cancello. Sull'occhio ferito aveva una benda medica bianca.
– Yuu! Sei venuto! – esclamò nel riconoscerlo, sorridendo felice.
– Già.
– Come va con la squadra? Ti fanno allenare?
Era preoccupato per lui nonostante tutto, che tipo.
– Sì, mi alleno.
– Bene! Dai, mettiti in posizione: io lancio e tu schiacci!
Non era dell'umore e d'un tratto non gli sembrava più una buona idea restare lì.
– Io... non credo sia il caso.
Il sorriso di Lavi sparì.
– Ti preoccupi per questa? – chiese, indicando la benda. – Ci vedo, posso lanciare e sono sicuro che tu sappia mirare bene. So che hai la partita domenica prossima, devi allenarti.
– Il nostro attacco è solido, ci siamo preparati.
Adesso sembrava triste. Era davvero un tipo strano per pensare alla sua partita anziché a guarire.
– Non sto cercando di rubarti gli schemi d'attacco. Mi manca giocare. Gioca con me! Ti alzo e tu schiacci, che ti costa?
Perché proprio io? Avrebbe voluto chiedergli. È il tuo modo di punirmi per averti ferito?
Allargò le braccia in segno di resa.
– Va bene. Un paio di tiri.
Il sorriso riapparve. Annuì e si preparò.
– Arriva!
Un'alzata precisa per uno schiacciatore, la colpì senza difficoltà. Aveva mirato lontano da lui per sicurezza, ma Lavi si tuffò per riceverla. Ebbe un tuffo al cuore quando protese le braccia e scattò. Non poteva fare nulla, atterrava dal salto. Lavi era davvero bravo, la prese appena prima che toccasse terra, anche se significò finire lungo disteso sul cemento.
– Sei impazzito? Potevi prenderla in faccia!
– Ma non è successo. Continuiamo?
Sospirò. Gli sorrideva ancora.
Titolo: Lezioni di Sci
Fandom: D.Gray-man
Rating: NFSW
COWT 11
Week 5
M1
Odiava la neve; e il freddo. Odiava la baita del patrigno e doverci restare confinato per due intere settimane a sopportare i due fratellastri che se la godevano un mondo a sciare, fare snow board e quant'altro.
Più di tutto odiava essere costretto a prendere lezioni di sci. E le foto di famiglia.
– Coraggio, Yuu! Sorridi!
– Papà, lo sai che è tutto inutile con lui, lascialo stare.
– Day ha ragione, più insisti, più Kanda fa peggio.
Eccoli lì i suoi adorabili fratellastri e l'altrettanto adorabile patrigno intenti a complottare contro di lui. Si voltò dalla parte opposta con sdegno, giusto per dare un chiaro segnale di non cooperativismo.
– Tch.
– Ah, Yuu, per una volta potresti anche farmi contento! Sai che adoro le foto ricordo quando siamo qui in vacanza.
Sì, lo sapeva perfettamente, per quello le detestava persino di più. Il dover indossare una ridicola tuta da sci, montarsi ai piedi quelle ridicole stecche di legno, penando con l'attacco ogni cazzo di volta, e tenere in mano due stupidi stuzzicadenti giganti. Quello lo metteva di cattivo umore; molto.
Con in testa il cappello di lana e il paraorecchie, poi, era costretto a portare i capelli sciolti sulle spalle o legati in una coda bassa e volavano i 'ciao bella' che era un piacere.
– Yuu, spostati! – gesticolò il patrigno. – Svelto, svelto!
Come no, non aveva nessuna intenzione di compiacerlo di nuovo assecondandone le richieste di assumere pose creative.
Cos'era poi quel sibilo crescente? Si stava girando per capire da dove venisse e qualcosa lo colpì forte abbastanza da travolgerlo. Finì a terra sotto gli sguardi divertiti dei fratellastri, che gli scoppiarono a ridere in faccia, piegati in due sulle bacchette da sci.
– Oddio, che botta! – gemette una voce da sotto di lui.
Quindi non era stato colpito da un oggetto, il colpevole era un cazzo d'idiota imbranato! Si rigirò di scatto per vedere in faccia questo campione d'intelligenza: fra la neve smossa spuntava un ammasso rosso acceso che si lamentava. Poco più in là c'era un berretto imbottito, per cui il miscuglio rosso con la neve in mezzo dovevano essere i capelli dell'idiota. Li afferrò con tanta forza da strappare un urlo al tizio e lo sollevò o meglio lui si sbrigò ad assecondarlo, per evitare che gli facesse lo scalpo.
– Ahi! Ma che ti prende, mi stacchi la testa! – gemette l'idiota in questione.
– L'idea era quella, stronzo. A momenti mi ammazzi con la tua incapacità!
Il tizio, ora carponi, cercò di rialzarsi, però ricadde a sedere, stropicciandosi il viso per pulirlo dalla neve impastata.
– Mi dispiace, sto imparando a sciare e ho perso il controllo. Ti ho fatto male? Ti pago tutte le spese mediche, sono davvero mortificato!
Sembrava sincero. I fratellastri, però, continuavano a ridere, segno che apprezzavano la situazione più del dovuto e questo lo mandava in bestia. Non voleva dar loro appigli per prenderlo in giro, in special modo a Daisya, che provava un gusto particolare nel farlo. Persino il patrigno ridacchiava!
– Sto benissimo, sparisci prima che ti prenda a calci! – sbottò a muso duro, appena si fu rimesso in piedi.
Il tizio aveva ancora gli occhi pieni di nevischio e non riusciva a rialzarsi.
– Ho detto che mi dispiace, 'kay? Non è stata colpa mia, mi hanno spinto. Gli allievi del corso di sci sanno essere bastardissimi.
Aveva il viso imbronciato e continuava a cercare di togliersi la neve dai capelli. Non ci riuscì e alzò il viso verso di lui, cambiando di colpo espressione appena i loro sguardi s'incontrarono. Aveva teso la mano per chiedere aiuto, ma sembrava aver perso la lingua.
– Sgancia l'attacco all'altro sci, magari riesci ad alzarti. – suggerì in tono caustico.
Gli afferrò lo stesso la mano e l'idiota seguì il consiglio.
– Grazie. Non sono pratico...
– Addio.
L'idiota raccolse gli sci e guardò da vicino gli attacchi per gli scarponi. Sospirò e scosse la testa.
– Ci vediamo. – salutò di malavoglia.
– Non credo proprio. – rispose acido.
– Yuu, perché sei così scortese con questo giovanotto!
Avrebbe potuto regolarci l'orologio sulla reazione del patrigno. Doveva sempre intromettersi in ciò che lo riguardava, sempre.
– Perché mi ha falciato ed è un idiota? – ribatté.
– Non farci caso, figliolo, Yuu è fatto così. È un po' diffidente e fatica a fare amicizia.
Sapeva che non lo sopportava, eppure continuava a rimarcare che mancava di amicizie, era come se supplicasse la gente di accogliere l'asociale bisognoso. La testa gli pulsava, avrebbe voluto prendere a pugni sia il tizio che il patrigno, ma si trattenne, limitandosi ad allargare le braccia in modo suggestivo.
– Cazzo, smetti di cercarmi degli amici! Non li voglio! – gridò.
La sua reazione fece scuotere la testa al patrigno.
– Modera il linguaggio, Yuu! Sai che mi dispiace di vederti sempre da solo, almeno qui dovresti uscire e divertirti.
Il concetto che aveva il patrigno di uscire a divertirsi non coincideva con il suo.
– Non mi va.
– Almeno potresti offrirti di aiutare questo giovanotto con le basi dello sci.
– Non so sciare.
– Non è vero, cer...
– Vaffanculo! – esplose, fra le risatine dei fratellastri, che si godevano la sceneggiata.
La conversazione era durata anche troppo, diede un calcio gli sci semisepolti dalla neve e schizzò verso la baita, entrando di corsa e sbattendo la porta dietro di sé.
– Mi dispiace, non volevo farvi litigare a causa mia.
– Oh, non farci caso, fa così però poi dà una mano lo stesso, ha un cuore d'oro.
Lo faceva apposta! Il patrigno sapeva che lui li stava ascoltando e lo provocava!
– Quindi se ho problemi con gli attacchi degli sci posso chiamarlo.
– Ma certo! Vedrai che sciando insieme migliorerete entrambi! Yuu è piuttosto bravo ma non si applica, dice che odia sciare.
Certo che odiava sciare, visto che lo costringevano a farlo!
– Grazie, lo farò. Arrivederci!
Almeno l'idiota se n'era andato e lo avrebbero lasciato in pace.
– Yuu? So che mi senti, vieni fuori, non abbiamo finito con le foto.
Non si arrendeva mai.
La cosa buona di quella cazzo di stazione sciistica era il bar dell'albergo più grande. La gente che ci andava aveva tutta quanta amici o interessi amorosi al seguito e non si sognava d'importunare lui. Prese un sorso di tè dalla tazza. Nemmeno il barista gli badava, uno che ti chiedeva tè verde non era un buon investimento in chiacchiere.
– Ero certo di trovarti qui.
Quella voce! Si voltò di scatto: era proprio lui, l'idiota con il cespuglio rosso in testa.
– Che vuoi?
Lui gli sorrise e tese la mano.
– Lavi.
– Cos'è, vuoi aiuto con l'attacco degli sci?
La sua intenzione era di essere il più sgradevole possibile, eppure l'idiota continuava a sorridergli divertito. Non lo prendeva sul serio, cazzo!
– Be', se vuoi venire nella mia stanza a darci un'occhiata io non ho obiezioni.
Cazzo. Lo aveva capito solo adesso che ci stava provando con lui! Odiava ancora di più quando cercavano di portarselo a letto per una botta e via!
– Do l'impressione d'essere interessato? – sibilò.
– No, ma sono interessato io.
– Non scopo col primo che mi viene addosso.
L'idiota rise di gusto.
– Nemmeno io. Esci con me, chi ti dice che non sia la tua anima gemella?
– No.
Si chinò su di lui. Credeva volesse provocarlo, invece lo baciò.
– È ancora un no?
– No.
Gli mostrò una chiave.
– Stanza 106.
S'alzò. Alla fine aveva un debole per i rossi.
Titolo: Attacco di Panico
Fandom: D.Gray-man
Rating: SAFE
COWT 11
Week 5
M1
Era ancora in dubbio riguardo alla bontà della decisione che aveva preso. Non gli piaceva la prospettiva che potesse spargersi la voce che andava regolarmente a casa di Lavi per controllarlo. Quello che gli piaceva ancora meno era di aver consentito ad accompagnarlo a quella cena con il nonno, soprattutto perché era proprio per quello che aveva avuto una nuova crisi.
– Dottor Kanda, il paziente con gli attacchi di panico chiede di lei.
Si era svegliato, finalmente. Peccato che a quell'ora lo sapevano tutti che aveva chiesto di lui e avrebbe trovato il nanerottolo albino pronto a canzonarlo davanti alla lettiga del pronto soccorso.
– Arrivo immediatamente, grazie.
La donna richiuse la porta. Sospirò. Non poteva evitarlo, non dopo la lavata di testa che aveva ricevuto dal dottor Lee. Gli toccava dire a Lavi che non avrebbe più potuto essere il suo medico.
Per quanto potesse sembrare strano, la lettiga su cui era parcheggiato Lavi non era presidiata. A colpo d'occhio sembrava tranquillo, si guardava attorno curioso, seguendo i movimenti degli altri medici e infermieri.
– Yuu! – esclamò appena lo vide avvicinarsi. – Sei venuto!
– Come va? Mal di testa? Nausea? Altri fastidi?
Lavi parve deluso e assunse subito un'espressione imbronciata.
– No. Immagino che mi dimetterai di corsa. Non sto fingendo! – esclamò, afferrandogli il polso.
Kanda si liberò con una gentilezza per lui insolita. Iniziava a comprendere le necessità di alcuni tipi di pazienti e non voleva turbare Lavi con un rifiuto categorico.
– Lo so che non fingi e so che hai paura di restare da solo a casa, ma non puoi passare la vita a entrare e uscire dal pronto soccorso.
Lo sguardo di Lavi si fece supplice.
– Tu verrai a controllarmi?
– Farò il possibile, appena ho un momento di pausa.
Vedeva la confusione nei suoi occhi, gli avrebbe chiesto come mai e sarebbe stato costretto a dirgli la verità.
– Che significa nella pausa? E se avessi bisogno?! Le infermiere non ti chiamano?
Non c'era un modo 'migliore' per dirglielo o per lo meno lui non era capace di trovarlo.
– Non sono più il tuo dottore. Mi hanno tolto il caso.
– Perché?! Tu non hai fatto niente di sbagliato! La colpa è solo mia! Io ho bisogno d...
Lavi si portò una mano al petto, l'altra premeva sullo stomaco con forza, si capiva da come stava stringendo il pugno, e cercò di mettersi seduto. Cercò di aiutarlo per evitare che si staccasse la flebo e Lavi spostò la mano dal petto per aggrapparsi a lui. Il respiro gli si bloccava in gola e quando riusciva a forzarlo fuori era poco più di un rantolo. Gli premette due dita sulla giugulare per controllargli il battito ed era tanto accelerato da essere tachicardico.
– Infermiera! – gridò. Non credeva che la semplice notizia di non averlo più in cura gli avrebbe scatenato una crisi così grave. Il dottor Lee lo avrebbe rimproverato di nuovo, dal momento che lo aveva avvisato di quanto potesse essere dannoso permettere al paziente di convincersi che lui fosse la sua unica risorsa, il solo che potesse impedire l'attacco di panico dal manifestarsi. – Lavi! Ascolta la mia voce! Rilassati, conta con me e respira: uno, dentro, due fuori. Coraggio, prova con me: dentro, inspira, piano, bravo. Ora buttala fuori, piano, senza fretta. Bravo, continua, uno, dentro, due fuori.
Era sempre aggrappato a lui, però adesso non tremava più e le pulsazioni stavano rallentando man mano che si calmava il ritmo respiratorio.
– Che sta succedendo, perché sei qui?
Fantastico, era arrivato il dottor Lee in persona.
– Mi ha fatto chiamare il signor Bookman – si difese – e mentre gli spiegavo di non essere io il suo medico ha avuto un altro attacco.
Il dottor Lee afferrò il braccio di Lavi e lo staccò dal suo camice facendolo scansare per avere spazio di manovra e farlo coricare di nuovo. Respirava ancora a fatica e non sembrava in grado di parlare. Lee prese lo stetoscopio e ascoltò prima il cuore e poi i polmoni.
– Niente di grave, figliolo, l'attacco di panico sta passando. Infermiera, lo metta sotto ossigeno finché la respirazione non si sarà completamente normalizzata. Quanto a te – aggiunse rivolto a lui – seguimi nel mio ufficio, vorrei farti delle domande in proposito.
Be', se lo aspettava e si sarebbe dichiarato colpevole. Annuì e il dottor Lee s'incamminò.
– Dottore, aspetti! Yuu non c'entra, è solo colpa mia! – boccheggiò Lavi prima che lui potesse muovere il primo passo per seguire il dottor Lee. – Non lo punisca, io ho bisogno di lui!
Il dottor Lee gli rivolse un'occhiata severa che esprimeva tutta la sua disapprovazione per il punto a cui era arrivata la dipendenza di un paziente, quel paziente, da lui.
– Signor Bookman, il dottor Kanda è un tirocinante del pronto soccorso, non può essere il suo medico curante e questo le è stato già spiegato.
Lavi singhiozzò e lui si sentì sprofondare per la vergogna, temendo ciò che avrebbe potuto confessare per evitare che venisse allontanato.
– Lo capisco e mi dispiace di aver insistito – rispose invece – le chiedo solo di non punirlo.
L'espressione disperata che aveva sul viso parve funzionare, perché Komui sospirò e si sistemò gli occhiali sul naso.
– D'accordo. Riconosco che Kanda abbia fatto un buon lavoro con te, se sorvoliamo sul suo coinvolgimento emotivo.
– Non sono affatto coinvolto, non c'è nessuna relazione fra di noi! – protestò.
– Yuu dice la verità. La prego...
Komui sospirò rassegnato.
– Signor Bookman, si riposi e cerchi di calmarsi, torneremo da lei più tardi. Non credo sia questo il momento o il luogo in cui parlarne. Tu, nel mio ufficio. – aggiunse rivolto a lui.
Kanda sperava che la sua punizione non fosse troppo severa. Gli sguardi che ricevette passando per l'intero pronto soccorso la dicevano lunga sull'opinione degli altri tirocinanti e degli infermieri. Stavano scommettendo su di loro, ne era certo. Le smorfie e le risatine erano più che eloquenti.
– Da proprio non me l'aspettavo, che ti è preso, Kanda?
– Sono cosciente che dipenda da me, sto cercando di renderlo autosufficiente per gradi, come le avevo promesso.
– Intendi dirmi che lo vedi fuori dall'ospedale?
Ecco, adesso la frittata era fatta.
– Sì. Passo a visitarlo ogni sera a fine turno. – confessò.
– Non è un tuo paziente, quindi in teoria non staresti facendo niente di male, la mia domanda è: credi che per Lavi sia davvero un bene? Lui si sta illudendo e lo sai anche tu.
– Lavi si rende conto della situazione, ne abbiamo parlato.
Komui si mostrò sorpreso dalla rivelazione e sollevò un sopracciglio con aria scettica.
– Ah, davvero?
– Sì.
– Ti concedo il beneficio del dubbio, non farmene pentire. Fuori da qui potete fare quel che volete, bada solo che il paziente non peggiori a causa tua.
Espirò piano. Non si era accorto di stare trattenendo il fiato.
– Le prometto che non accadrà.
– Bene, ti prendo in parola. Puoi andare, hai dei pazienti che ti aspettano.
Salutò e uscì. Era andata fin troppo bene. Raggiunse la saletta privata dei dottori ed estrasse il telefono.
– Non parlare e ascoltami. Posso seguirti solo fuori dell'ospedale. Stai tranquillo e mandami un messaggio appena ti avranno dimesso.
– Grazie, davvero. Ti aspetto a casa, allora.
Alla faccia della raccomandazione di non fiatare! Si augurò che l'infermiera non fosse lì attorno, era una pettegola molto sveglia e avrebbe capito. Si augurava di essere in grado di decidere cosa provasse per Lavi prima della fine della cura. Aveva il tempo.
Titolo: Fortune Cookies
Fandom: D.Gray-man
Rating: SAFE
COWT 11
Week 4
TEAROOM ITINERANTE DI MADAME ZELMIRA
Fortune Cookies
Lenalee l'aveva sempre vinta con lui. Lo sapeva e se ne approfittava ogni dannata volta. Alla fine le diceva di sì per sfinimento, perché lei insisteva all'infinito argomentando contro ogni sua obiezione.
Quella volta non era diversa.
– Andiamo, Kanda, che importanza ha se io cuoco è cinese o giapponese se cucina bene?
– Non cucina bene se non è giapponese.
– Come fai a dirlo, non hai mai provato la cucina di Jerry.
– Mi vuoi portare in un ristorante indiano che fa anche cucina cinese e giapponese: no, non mi fido.
– Jerry è un mago, fidati, io ci mangio almeno una volta a settimana. Che hai da perdere? Pago io e se non ti piace ci alziamo e ce ne andiamo. Ci stai?
Eccola lì. Era arrivata alla classica proposta che non si poteva rifiutare. Tirò un debole sospiro rassegnato.
– Hai vinto. Spero per te che sia davvero buono.
Lenalee sorrise con l'aria soddisfatta del gatto che ha appena mangiato il topo e lo prese sotto braccio. Altra cosa che odiava, ma con lei doveva fare per forza un'eccezione.
Il ristorante era davvero accogliente, anche se l'arredamento era quello tipico cinese, con tanto di lanterne rosse di carta appese ovunque, dalle pareti al soffitto. Anche i camerieri erano in maggioranza cinesi.
– Allora, cosa ordini? Il solito? – gli chiese Lenalee appena si furono sistemati al tavolo.
– Sì. – rispose secco.
– Conciso come sempre – ridacchiò Lenalee – ma lo immaginavo e ho dato istruzioni a Jerry in anticipo.
Già, perché era certa di convincerlo ancora prima di chiedere. Si approfittava sempre del fatto che era l'unica persona con cui avesse costruito un minimo di rapporto personale; e non per merito suo. Preferiva stare da solo alle seccature che dava la gente.
Il cameriere gli servì soba e tempura sul classico piatto di bambù. Kanda prese le bacchette e portò il primo boccone alle labbra: perfetta, incredibile! La gustò con piacere sotto gli sguardi in tralice di Lenalee, che faceva onore a una ciotola di ramen.
– Altro tè verde – chiese al primo cameriere che gli passò vicino.
Lenalee posò le bacchette di traverso sopra la ciotola e appoggiò il mento sulle mani incrociate un espressione divertita sul viso gentile.
– Allora? Ti vedo soddisfatto.
– Era buono – ammise – ora possiamo andarcene?
– Non prima di aver mangiato un dolcetto della fortuna! – ammonì lei, chiedendo il conto. Era inutile opporsi, molto più rapido aprirlo, leggere il messaggio e andar via. Il conto arrivò insieme ai due biscotti. Lenalee glie ne avvicinò uno. – Dai, aprilo!
The love of your life is stepping into your planet this summer.
Divertente. Nemmeno ci credeva nell'amore, figurarsi in quello a prima vista.
– Stronzate.
– Be', siamo in agosto, è piena estate. Non si può mai sapere.
– Tch.
Si alzò e seguì Lenalee alla cassa, lasciando che pagasse. Nel girarsi per raggiungere la porta sbatté contro qualcuno.
– Tanti auguri a me! – esclamò il tizio in questione, piantandogli in faccia un sorrisetto malizioso.
– Fuori dai piedi. – minacciò.
– Oggi è il mio compleanno e incontrare te è un bellissimo regalo. – continuò il tizio indisponente come se non l'avesse sentito. – Resta con me. – sussurrò, avvicinando il viso per baciarlo.
S'irrigidì per la sorpresa. Cercò di scansarlo e finì invece per stringerlo a sé.
Fottuti biscotti della fortuna. Oltre a essere indisponente, l'idiota era anche il suo tipo.
Titolo: Leggera e Letale
Fandom: D.Gray-man
Rating: SAFE
COWT 11
Week 4
CARRETTO DELLO ZUCCHERO FILATO
Leggera e Letale
Sentiva la sua spada due volte più leggera. Era una sensazione bizzarra, non aveva mai prestato attenzione più di tanto al peso di Mugen. Il padre gli aveva insegnato a maneggiare una spada a prescindere dal peso, così, quando quella particolare katana era diventata la sua arma non si era posto il problema.
Adesso, invece, nel rendersi conto che il potere di Mugen era aumentato si era anche accorto che gli sembrava più leggera. Forse era merito dell'esperienza che aveva accumulato, che aveva acuito i suoi sensi e fatto maturare l'abilità con cui brandiva Mugen e portava i colpi a bersaglio, chissà. Non ne era del tutto sicuro, però tant'era.
Si stava allenando da solo quella mattina. Ne aveva bisogno, dopo la piccola avventura alla fiera del villaggio, cui era andato suo malgrado. Non che non avesse goduto nell'inseguire il gruppetto di loschi figuri che aveva pescato a curiosare intorno all'accampamento in cui era con gli altri avventurieri, anzi. Però il silenzio della foresta gli era più congeniale della musica unita alle grida della gente.
Roteò la katana, cambiando la presa per eseguire un movimento d'attacco: bilanciamento perfetto. Il padre era davvero un artigiano dall'abilità mirabile. Il polso non soffriva per nulla del peso, la lega di metallo con cui Mugen era stata forgiata era leggera come una piuma e maneggiata come lui sapeva fare la lama saettava veloce come un lampo.
– Sembra quasi che tu stia danzando anziché combattere.
Kanda si fermò di colpo e si voltò verso la voce che aveva disturbato il suo allenamento: Mia? La ragazzina terribile doveva averla mandata a cercarlo, ci poteva scommettere!
– L'arte della spada è armonia. – ribatté.
Mia agitò la mano davanti al viso, come per liquidare la questione con sufficienza.
– Io non mi faccio tutti questi problemi, basta che mi porti il cibo nel piatto. A proposito, la colazione è pronta.
Bah. L'unica cosa cui pensava era riempire lo stomaco. Fece volteggiare un'ultima volta Mugen prima di rinfoderarla. Era davvero un piacere, così leggera.
Titolo: Street Food
Fandom: D.Gray-man
Rating: SAFE
COWT 11
Week 4
Venditore di Frittelle
Prompt: Qualcuno che cucina+ricetta presente
Street Food
Capitolo 1
Era la terza volta che lo vedeva davanti al furgoncino dello street food etnico. A giudicare dal viso, doveva essere giapponese o cinese, eppure la cucina del cuoco, che invece era indiano, sembrava piacergli molto. Be', piaceva tantissimo pure a lui, quindi di certo non intendeva biasimarlo. No, tutt'altro. Avrebbe voluto tanto attaccare bottone, ecco cosa.
Il buon Jerry, poi, era sempre affabile e sollecito con tutti e, soprattutto, ricordava con precisione chirurgica le ordinazioni dei clienti fissi.
– Oh, buongiornissimo Lavi!
Lo salutava sempre così, con un sorrisone a tutta dentiera, e poi si aggiustava gli occhiali a specchio con le lenti di bizzarra forma romboidale, quasi volesse che lui vi si specchiasse per controllare come stava.
– Buongiorno anche a te, Jerry! – rispose in tono allegro, ricambiandone il sorriso.
– Allora, cosa ti servo? Il numero di telefono del bel giapponese?
Prima doccia fredda della giornata. Alla faccia del buonumore, se n'era già accorto, accidenti a lui!
– Cosa gli hai detto?
– Non fare quella faccia imbronciata, non gli ho detto proprio niente. Ho solo fatto qualche domanda strategica, tutto qui.
Non è che si fidasse granché della discrezione di Jerry, il suo atteggiamento frivolo tradiva la sua indole d'inguaribile pettegolo.
– Del tipo?
– Domande classiche da conversazione, hai presente? Non ti ho mai visto qui intorno, sei in città da molto? Oppure, lavori qui vicino? E indovina un po'! – Jerry si sporse oltre il bordo del bancone dal lato in cui non c'era la grande piastra accesa. – Si è trasferito qui da poco – sussurrò, portando la mano al viso come se dovesse impedire da quel lato che qualcuno gli leggesse le labbra – e lavora in uno di questi palazzi. In uno di quegli studi di avvocati, hai presente? Mi ha fatto un'ordine speciale per il pranzo con consegna a domicilio, quindi so il suo nome completo e anche l'ufficio in cui lavora.
Lavi lo fissò negli occhi, ma il sorriso di Jerry non si affievolì.
– Dov'è la fregatura? Cosa vuoi in cambio? – chiese allora.
Jerry si portò le mani ai fianchi con aria offesa, neanche gli avesse insultato la madre e tutta la famiglia.
– Sei un malfidato, e io che mi preoccupo per te! Mi sei simpatico e sei anche un buon cliente, ti stupisce se tengo a te? Ma se proprio insisti, puoi andare a consegnargli il pranzo tu, dal momento che io qui non mi posso muovere, così ti togli quell'aria sospettosa dalla faccia!
Diceva sul serio? Lui che s'improvvisava fattorino per parlare con uno sconosciuto e cercare di farci amicizia a sufficienza da convincerlo a rivedersi? Quante persone darebbero corda al fattorino della pizza? È poco professionale cercare di abbordare i clienti! Che figura ci avrebbe fatto?
– Io non sono sicuro che sia una buona idea, Jerry.
Sul viso dell'uomo comparve una smorfia di disappunto. Iniziò a gesticolare per dare enfasi alla propria requisitoria.
– Rifiuteresti un favore a un amico? Gettando via un'occasione del genere? È la scusa del secolo, Lavi, credimi! Gli dici la pura verità: 'sto facendo un favore a Jerry, che non può muoversi' e in più ti qualifichi anche come persona che ama lo stesso tipo di cucina... Capisci dove voglio arrivare?
Oh, lo capiva anche troppo bene. Jerry sapeva essere un gran paraculo e per giunta uno molto acuto nel capire la gente.
– D'accordo e spero per te che non sia uno scherzo.
– No, ti assicuro, mi ha anche pagato in anticipo, non devi chiedergli niente, solo consegnare.
Questa era una notizia incoraggiante, almeno poteva escludere di morire dalla vergogna sentendosi dire: non ho ordinato niente, che diavolo vuoi? Jerry non avrebbe mai dato via del cibo gratis solo per fare uno scherzo, era una certezza assoluta.
– Tu sai che anche io lavoro, vero?
– E hai anche tu una pausa pranzo, no? Vieni qui appena stacchi, in dieci minuti ti cucino la mia prelibatezza giapponese e hai tutto il tempo di convincere Kanda a darti il suo numero.
Kanda. Era il nome o il cognome? Be', lo avrebbe scoperto quando gli avesse dato l'indirizzo.
– Va bene, hai vinto, ci vado.
Jerry gli mise in mano il bicchiere con il caffè.
– Eccellente, ti aspetto puntuale alle dodici e trenta!
Lavi salutò con un cenno della mano e s'incamminò verso l'ufficio del nonno, sorseggiando con avidità dal foro sul tappo. Fare lo schiavo per la famiglia non era sicuro si potesse considerare un lavoro, ma almeno il nonno gli pagava un salario minimo.
Jerry stava già cucinando, il profumo invitante di carne arrosto gli arrivava dall'inizio della via.
– Lavi! Puntualissimo! – lo apostrofò appena lo vide avvicinarsi al furgone. Stava spargendo del grasso sulla piastra con una spazzola bruciacchiata. – Allora? Non mi chiedi niente? Non sei curioso di sapere cosa cucino per Kanda? Il suo nome è Yuu, ma attento a chiamarlo così che s'incazza se un estraneo si permette certe confidenze.
– Prendo nota. Che vuoi che ti chieda? Non gli fai il sushi?
Jerry gli rivolse un'occhiataccia offesa.
– Ti sembro un pesciarolo? Qui si cucina carne, mio caro! Kanda mi ha chiesto un piatto tipico molto amato in Giappone, l'Okonomiyaki. Guarda e impara. Gli ingredienti sono molto semplici, in Giappone lo usano per svuotare il frigo, perché ci puoi mettere dentro tutto quello che vuoi. Un po' come la frittata per gli italiani. Serve un uovo, due fette di pancetta, carne fresca, mi raccomando, non insaccata, del cavolo tagliato sottile, una cipolla tagliata a rondelle e zenzero rosso. Discorso a parte per la salsa per condirlo, le scaglie di tonno essiccato, la maionese e il nori, che metterò a fine cottura.
Lavi sbuffò appena e Jerry gli rivolse subito un'altra occhiataccia.
– Scusa, sto attento, giuro!
Jerry gli puntò contro una paletta rettangolare di metallo di dimensioni considerevoli.
– Ti conviene, perché è una conoscenza che con Kanda può tornarti utile. Ho scelto questi ingredienti classici, ma si possono usare altre verdure o altri tipi di carne e pesce, da soli o insieme. Le due fette di pancetta già sfrigolavano sulla piastra. Jerry prese una ciotola. Ci mise il cavolo, la cipolla, i pezzetti di zenzero e sopra ruppe l'uovo, mescolando il tutto con perizia perché non debordasse. Girò la pancetta e rovesciò la ciotola come un croupier che pianti il bussolotto dei dadi sul tavolo da gioco per poi scoprire il punteggio. Sollevò la ciotola, raschiò col cucchiaio per prendere gli ultimi pezzetti di cavolo e livellò il mucchietto di verdure con la paletta.
– Sembra invitante. – commentò, per mostrarsi concentrato. – Quanto ci vuole per cuocere?
– Oh, circa quindici minuti, l'ho allargato per bene. – Jerry ammiccò. – Non fare quella faccia corrucciata, passano in un lampo.
Qualche minuto più tardi rovesciò il disco di verdure con la paletta e preparò il necessario per condirlo e la vaschetta per trasportarlo.
– Il profumo è davvero buono, la prossima volta ne voglio uno anche io.
Jerry ridacchiò e intinse un grosso pennello nella vaschetta della salsa per spennellare a dovere l'Okonomiyaki.
– Ma certo, quando verrai insieme a Kanda!
– La fai facile, tu. – protestò.
Jerry gli sorrise e passò alla maionese, disegnando sulla salsa un cruciverba di linee sottili. In ultimo, dopo aver messo il cibo nella vaschetta, spolverò con una pioggia di nori in polvere e vi gettò sopra un pugno di sfoglie giallo-arancioni che dovevano essere il tonno essiccato.
– Sono un tipo molto ottimista. – disse porgendogli il box dentro un bel sacchetto, insieme all'indirizzo cui consegnarlo. – Aspetto domani per sentirti raccontare come è andata.
Lavi abbozzò un sorriso, cercando di non sembrare preoccupato.
– A domani, cuoco intrigante!
Jerry rise di gusto, salutandolo con entrambe le mani.
Titolo: Furto con Scasso
Fandom: D.Gray-man
Rating: Verde
COWT 11 - Seconda settimana
Missione 1
Secondo lui era imperativo cercare di contattare il patrigno, dopo il messaggio striminzito che avevano ricevuto la sera precedente nella chat della famiglia. Il detective avrebbe magari potuto far localizzare il telefono di Tiedoll col GPS, per esempio. Sospirò piano e decise di non far leggere il messaggio a Lavi, per il momento. Era assai più importante che gli fosse ben chiaro in cosa si stava andando a cacciare, perché l'interesse che mostrava era palese e metterlo in guardia riguardo al gran caratteraccio di Kanda era quanto mai necessario.
– Nostro fratello può essere veramente stronzo, è meglio che tu ne sia consapevole, in caso decidessi d'insistere con lui. – ammonì.
Lavi offrì un sorriso imbarazzato, tormentandosi la rossa chioma ribelle.
– Sì, l'ho notato – disse – lo terrò bene a mente, promesso. Fatevi sentire se ci fossero cattive notizie riguardo vostro padre, mi raccomando.
Daisya annuì e gli porse la mano.
– Contaci – gli assicurò.
Lavi strinse quella mano con calore. Daisya lo accompagnò fino alla porta, giusto per assicurarsi che Kanda lo sentisse andar via.
Lavi non sapeva cosa pensare né di Kanda né dei suoi fratellastri. Forse erano soltanto una famiglia eccentrica, considerato chi era il loro patrigno. Diede un altro saluto con un cenno del capo e scese i due piccoli gradini dell'ingresso. Con sua somma sorpresa, nel piccolo giardinetto lo aspettava l'altro fratello: non si era nemmeno accorto che fosse uscito prima di loro!
– Comunque, io sono Marie e lui è Daisya – gli disse il giovane, indicando verso la porta ancora aperta. Lo invitò a seguirlo verso la macchina che aveva appena tirato fuori dal garage. – Ti do uno strappo fino al distretto di polizia, visto che è di strada per arrivare al mio appuntamento.
Lavi sorrise, davvero grato di non dover chiedere a un collega di venirlo a recuperare e di conseguenza spiegare come mai si trovasse lì con l'aspetto di uno cui era passato sopra uno schiacciasassi.
– Grazie mille! – accettò di buon grado, salendo dentro l'elegante SUV nero.
Quando raggiunse la propria scrivania, il collega, che era lì da inizio turno, lo fissò sorpreso; Lavi si lasciò cadere pesantemente sulla sedia.
– Hai un aspetto terribile – gli disse – e sei in ritardo: che accidenti hai combinato stanotte?
Lavi reclinò la testa all'indietro e chiuse gli occhi. Le tempie gli pulsavano ancora un bel po'. Ogni minimo rumore gli faceva lo stesso effetto d'un rombo di tuono e lo stomaco minacciava di rivoltarglisi da un momento all'altro.
– Preferirei non parlarne. – rispose.
Il suo collega, Allen Walker, era un giovanotto mingherlino con i capelli completamente bianchi, due occhietti vispi color grigio ghiaccio e una evidente cicatrice sopra quello sinistro. E sapeva essere molto insistente quando ci si metteva.
– Be', datti una sistemata, perché il capo ti cerca. – lo avvisò.
Ci mancava solo quello. Lavi sospirò e si accasciò sulla scrivania, coprendosi il viso con le braccia.
– Bookman! – tuonò una voce ben nota proprio in quel momento. – Alla buon'ora! C'è stato un grosso movimento di opere d'arte dalla Germania. Sospettiamo che con questo acquisto stiano cercando di riciclare il denaro sporco del traffico di droga. – Lavi sollevò la testa, lanciandogli uno sguardo interrogativo. – Sì, Bookman, quello legato alla banda che stavamo tentando di stroncare. Voglio che segui quei quadri! Dal denaro usato per comprarli al posto dove saranno esposti, tutto!
Lavi scattò in piedi e annuì.
– Agli ordini, capo! – rispose.
L'uomo annuì di rimando e indicò Allen, sempre in piedi di fronte a lui.
– Molto bene. Walker, tu lo affiancherai – annunciò – muovetevi!
– Bene, abbiamo una bella gatta da pelare. Ci servono i movimenti bancari dell'acquirente, i tabulati telefonici, eccetera. – disse Allen, appena il capo fu rientrato nel proprio ufficio.
– Lo so, lo so – rispose Lavi – preparo subito la richiesta da presentare al procuratore.
Frattanto, Marie aspettava l'arrivo del patrigno all'aeroporto. Aveva deciso di presentarsi lì un'ora abbondante prima, ed erano già diverse volte che cercava di contattarlo con dei messaggi. Sperava tanto che al patrigno venisse voglia di connettersi a internet dal sistema dell'aereo e li vedesse, ma sapeva che era improbabile. Purtroppo Tiedoll non era il tipo del padre tecnologico, e il suo tentativo non ottenne alcun risultato.
Compose un altro numero.
– Ancora niente – disse appena la persona dall'altro capo gli rispose – sono preoccupato, Day, papà non ci ha mai lasciati senza notizie tanto a lungo.
– Lo so, fratellone, lo so – rispose Daisya – ma sono sicuro che lo vedrai arrivare con la testa fra le nuvole, come sempre. E come sempre ti dirà che voleva chiamare, però gli è passato di mente.
Marie annuì, anche se il fratello non lo poteva vedere.
– Ti richiamo appena atterra il volo, allora – promise – ciao!
I passeggeri di non si sa quanti voli gli sfilarono davanti e nessuna traccia del patrigno. Adesso Marie iniziava seriamente a farsi prendere dal panico. Guardò l'ora: le venti esatte.
Riprovò a chiamare il telefono del patrigno e, quando lo trovò spento per l'ennesima volta, compose quello del fratello.
– Day, non c'è! Non è sceso e non risponde al telefono! – esclamò in tono concitato non appena sentì la voce del giovane.
– Torna al caffè – rispose Daisya – ho ricevuto un altro messaggio da papà e non promette bene.
Quando arrivò al locale, Marie si diresse di corsa verso il retro, si spogliò e poi prese posto al banco, accanto a Daisya.
– Di che si tratta? – chiese sotto voce.
Daisya gli mostrò il telefono.
– Guarda tu stesso.
Il messaggio diceva semplicemente: "Seguite i quadri".
– Che significa? – chiese Marie, confuso.
Daisya scosse la testa, l'espressione seria.
– Non ne ho idea – ammise – ma ho chiamato la gallerista di papà e lei mi ha detto che ha venduto tutti i quadri della collezione senza consultarla.
– Li ha venduti? – esclamò, facendo voltare un paio di clienti. – Impossibile! Papà non l'avrebbe mai fatto! – aggiunse, a bassa voce questa volta.
– Lo so. – concordò Daisya. – Dobbiamo scoprire dove sono i quadri adesso, solo così ritroveremo papà.
Marie scrutò il viso del fratello, cercando di penetrare oltre l'espressione furbetta che sfoggiava.
– Non chiediamo aiuto al detective?
– No, ce la caveremo da soli, se coinvolgiamo la polizia potrebbero fare del male a papà. – Daisya fece una breve pausa, grattandosi il mento, pensieroso, poi sussurrò: – Papà aveva nascosto dei GPS su ogni quadro e questo lo sappiamo solo noi. Prima rintracciamo i quadri, poi scopriamo chi li ha comprati; e ce li riprendiamo.
Quando Daisya iniziava a pianificare cose a lui sfuggiva sempre il succo del discorso. Aveva un forte sospetto di dove volesse andare a parare, però si rifiutava di considerarlo. Sostenne lo sguardo del fratellastro, pronto a esprimere i propri dubbi in proposito.
– Cosa intendi dire con 'ce li riprendiamo'? – chiese, un po' timoroso di conoscere la risposta.
– Be', se li sono presi con l'inganno, visto che non c'è nessuna traccia d'un pagamento – agomentò Daisya – ho controllato tutti i nostri conti bancari. Quindi quei quadri ce li hanno rubati; e noi li ruberemo a loro.
Marie scosse la testa. Quel piano non gli piaceva nemmeno un po'.
– Sei sicuro che non finiremo semplicemente per farci arrestare? – chiese.
– Naaaaaaa! – rise Daisya. – Con le tue capacità informatiche e la mia agilità riusciremo a cavarcela senza problemi. Faremo esattamente come nel fumetto da cui il nostro caffè prende il nome!
Marie sospirò. Anche Daisya, quando ci si metteva, sapeva essere un testone, non solo Kanda o il patrigno. Doveva essere una cosa di famiglia, anche se non erano realmente parenti. Si augurò solo che le cose andassero come diceva Daisya.
– D'accordo – concesse – aspettiamo Kanda e poi andiamo nel retro a vedere se riusciamo a intercettare almeno il segnale di uno dei quadri.
Quella sera il giovane si fece attendere; arrivò con oltre un'ora di ritardo, per di più scordando d'avvisarli che sarebbe successo; e non spiegò nemmeno il motivo, per giunta. Doveva essersi trattenuto con gli allievi del corso di Kendo, decise Marie. Era l'ultima lezione che aveva in programma di fare per quel giorno, non c'era altra spiegazione, ma comunque non intendeva affatto chiederne una, sapeva già che non l'avrebbe ottenuta. Salutò con la mano e Kanda l'ignorò, impegnato a indossare il grembiule. Alla fine, l'importante era che fosse lì.
– Andiamo – sussurrò Daisya e lui lo seguì nel retro – ora inserisco il codice e vediamo cosa ci dice la ricerca automatica.
Passarono diversi minuti e la fronte di Daisya si aggrottò in maniera preoccupante.
Marie trattenne il fiato ed espirò lentamente una, due, tre volte; dopo che il silenzio del fratello si era protratto per altri cinque minuti, si decise a dar voce ai propri timori.
– Che succede? – chiese, un velo di sudore freddo che gli si estendeva su tutto il corpo.
– Non sono sicuro – rispose il giovane – il GPS mi dice che almeno uno dei quadri è qui in città, nella galleria Noah. Non credevo che il Conte Millennio sarebbe arrivato fino a tanto, pur di possedere i quadri di papà.
Marie non riusciva a credere che il Conte si fosse sporcato le mani a quel modo, lo aveva sempre visto come una persona di classe.
– Dici che sono stati i Noah? Davvero? Se è esposto lì, potremmo andare a fare un sopralluogo domani. – suggerì.
Daisya annuì.
– Buona idea. – concordò. – Ora diciamolo a Kanda.
Kanda notò subito i fratellastri riemergere dal retro e scoccò loro un'occhiataccia, andando verso di loro.
– Che avete da imboscarvi, i clienti non si servono da soli! – sbraitò.
Quando fu loro accanto, Daisya gli riassunse brevemente la situazione, tenendo la voce il più bassa possibile.
– Purtroppo, fratellino, papà è davvero nei guai. Non era sull'aereo, continua a non rispondere al telefono e qualcuno (perché a questo punto dubito possa essere lui) ci ha mandato un altro messaggio.
Kanda lesse e non poté evitare di emettere uno sbuffo seccato. Sollevò un sopracciglio e tornò a fissare Daisya
– E quindi? – chiese, incrociando le braccia al petto.
Daisya fece il broncio, era chiaro che avesse imparato a cogliere al volo il suo atteggiamento da 'non ci credo nemmeno per sbaglio'. Non fosse stato che c'erano diversi clienti, probabilmente avrebbe alzato la voce per litigare.
– Ho chiamato la gallerista di papà – continuò invece in un sussurro – m'ha detto che papà ha venduto tutti i dipinti senza consultarla e nemmeno lei riesce a contattarlo. Tutti, capisci?
– Questo è impossibile. – rispose Kanda, spiazzato.
Daisya si colpì il palmo della mano con il pugno chiuso.
– Esatto! – esclamò.
– Immagino che parlarne alla testa rossa a questo punto non sia prudente. – considerò Kanda e vide i fratellastri annuire.
Dannazione, mai una cosa che andasse per il verso giusto nella sua cazzo di vita. Ora avrebbe anche dovuto tenere a bada il detective idiota, perché era sicuro come la morte che si sarebbe ripresentato.
– Comunque, abbiamo un piano. – annunciò Daisya e Marie scosse la testa sconsolato.
Lavi stava fissando i documenti sulla scrivania da venti minuti buoni, ed era assai probabile che il collega iniziasse a temere che si fosse addormentato sulla sedia.
Difatti, a un certo punto chiamò il suo nome.
– Lavi! – l'aveva sentito o meglio il cervello aveva registrato lo stimolo, ma non ne voleva sapere di processarlo e reagire di conseguenza. Allen mise due dita in bocca e fischiò, quindi lo chiamò di nuovo, stavolta persino più forte: – Lavi!
Il sibilo acuto del fischio gli trafisse le orecchie e lo fece saltare sulla sedia.
– Accidenti a te, Allen, che diamine succede adesso?! – chiese, vedendo il giovane proteso verso di lui e in procinto di lanciargli una pallina di carta, nemmeno fossero a scuola.
– Mi hai fatto preoccupare, sembravi diventato una statua di sale – si difese Allen – ho creduto stessi ancora male.
Lavi emise un debolissimo sospiro. Be', volendo essere onesti stava ancora male, anche se per altri motivi. La scoperta che aveva appena fatto, poi, non faceva che gettare altra benzina sul fuoco, perché i quadri che erano passati di mano appartenevano a un artista di nome Froi Tiedoll. E Froi Tiedoll aveva tre figli adottivi, secondo ciò che diceva il fascicolo che gli avevano passato: Marie Noise, Daisya Barry e Yuu Kanda.
Non poteva essere né una coincidenza né un caso di omonimia, si trattava proprio dei gestori del caffè 'Occhi di Gatto' e questo significava che avevano valide ragioni per temere che il patrigno fosse scomparso.
L'uomo faceva esposizioni dei propri lavori in giro per il mondo e, sì, era ovvio che li vendesse. La sua biografia, però, diceva anche che c'erano dieci quadri in particolare cui Tiedoll era particolarmente legato e che non avrebbe mai venduto. Il loro valore era stato stimato a una cifra folle, secondo quel rapporto. Il fatto che d'un tratto avesse venduto in blocco l'intera collezione esposta a Francoforte, quindi, era non sospetto, di più, considerato anche il compratore: la galleria Noah. La famiglia Noah, era molto conosciuta nell'ambiente e le loro attività erano un noto appoggio della criminalità organizzata per il riciclaggio di denaro, sebbene nessuno fosse mai riuscito a provarlo.
Strano che Daisya o Marie non lo avessero chiamato, visto quanto si erano mostrati preoccupati la mattina precedente. No, in realtà non era affatto strano: nove su dieci erano stati minacciati di non coinvolgere la polizia. Sospirò piano.
Be', sarebbe passato al caffè a fare un saluto, dopo tutto avevano capito che fosse interessato a Yuu, la sua presenza era più che giustificata e avrebbe potuto anche saggiare il terreno con qualche domanda.
Con tutto quel denaro come movente, non era più così improbabile che l'assenza di notizie del signor Tiedoll fosse imputabile a qualcosa di molto peggio di un ritardo o di un fraintendimento. Sì, d'un tratto condivideva la preoccupazione dei due figli maggiori: poteva davvero essere stato rapito.
Kanda non poteva credere alle sue orecchie.
– Vediamo se ho capito – disse, massaggiandosi le tempie – credete che Tiedoll abbia nascosto degli indizi per rintracciarlo nelle cornici dei suoi quadri? E perché?
– Perché se lo tengono prigioniero non ha altro modo – ribatté Daisya – siamo stati alla galleria Noah per un sopralluogo, visto che uno dei quadri risulta essere nascosto là dentro, secondo il GPS.
– Voi cosa? Ma vi ascoltate? Un sopralluogo per cosa, poi?
– Per riprendercelo, insieme a tutti gli altri.
Assurdo, era d'accordo anche Marie. I suoi due fratellastri idioti stavano davvero pianificando di rubare i quadri!
– Fate come vi pare, io non voglio saperne!
Si allontanò, non aveva tempo per quelle stronzate.
Daisya allargò le braccia con fare contrariato.
– Andiamo fratellino, ci sono altre cose da discutere! – esclamò.
Gli fece il segno del dito alzato e Marie lo tocco su una spalla per richiamarne l'attenzione.
– Cambierà idea, vedrai.
Non contateci. Già gli piaceva poco farsi coinvolgere, figurarsi in una catena di furti.
Eppure, non poteva evitare di spostare su di loro l'attenzione, di quando in quando. Un cliente dopo l'altro, si avvicinava l'orario di chiusura. Ormai era tutta la sera che li osservava e sembravano tranquilli. Forse avevano desistito o almeno così sperava. Oh, al diavolo. Cazzi loro, alla fine, se li beccavano in flagrante.
La campanella della porta annunciò un nuovo cliente. Kanda sollevò lo sguardo, fece una smorfia e sbuffò: era appena entrato il detective idiota.
– Ehi, Yuu! – chiamò a gran voce.
Come diavolo aveva fatto a scoprire il suo nome? Lo trapassò con uno sguardo omicida e si voltò verso i fratellastri riservando loro lo stesso trattamento. Avevano indovinato il motivo per cui gli stava rivolgendo quell'occhiataccia truce e stavano già scuotendo la testa con veemenza.
– Chiamami ancora per nome e ti stronco. – minacciò il giovane appena gli si sedette davanti.
Lavi sbatté un paio di volte le palpebre come chi pensa di aver sentito male, a dispetto del tono davvero aggressivo che aveva usato.
– Yuu? – ripeté, confuso.
Kanda non ci vide più. Fu un attimo, afferrò Lavi per il collo così forte che lo costrinse a sollevarsi dallo sgabello per evitare di essere soffocato. Purtroppo per lui, ormai era diventato prevedibile. I suoi amati fratellastri si aspettavano quella reazione ed erano già pronti a trattenerlo prima ancora che scattasse. Marie gli aprì la mano e liberò Lavi, aiutandolo a rimettersi seduto con un sorriso rassegnato; almeno per come lui aveva analizzato la scena.
– Sei impazzito? – gli sussurrò Daisya, con il suo irritante tono di rimprovero. – Vuoi farti arrestare per aggressione a un poliziotto?! Sta solo cercando di avere più confidenza con te, arrivaci per una volta!
– Non... volevo farvi litigare – disse Lavi – non credevo che Yuu se la prendesse tanto per il nome.
Sembrava incerto su come comportarsi, persino triste. Come dargli torto, dopo quanto accaduto? Non l'avrebbe mai creduto possibile, ma d'un tratto si sentiva in colpa.
– Perdona il suo comportamento, il nostro fratellino non sa trattare con la gente. Non sei tu – lo rassicurò Marie – Kanda è fatto così, ma si abituerà, vedrai.
Fantastico, adesso parlavano male di lui sotto il suo naso ignorando!
– Guardate che vi ascolto, cazzo di idioti! – sbottò.
Lavi rivolse uno sguardo ancora più confuso a tutti e tre, per poi fermarlo su di lui.
– Quindi posso chiamarti Yuu?
Non era nemmeno degno di una risposta.
– Tch! – fu l'unico suono che autorizzò le proprie labbra a emettere e, sì, era conscio che suonasse sprezzante.
Tuttavia, tornò al proprio posto davanti a Lavi.
Lavi gli rivolse un sorriso prudente. Si capiva che fosse in attesa che lui gli domandasse per lo meno cosa volesse ordinare da bere. Invece l'unica cosa a rompere il silenzio era la musica in sottofondo. Pretese di non essersi accorto.
Lavi si sistemò sullo sgabello, una, due volte. Si vedeva che fosse a disagio.
– Stasera niente alcool, non voglio dare spettacolo una seconda volta. – disse a un certo punto, quando fu chiaro che il silenzio fra loro si sarebbe prolungato all'infinito. Kanda gli mise davanti una soda ostentando un atteggiamento gelido e l'espressione di Lavi tornò a essere triste. – Come è andata con vostro padre? – chiese, cambiando discorso.
Kanda, per quanto continuasse ad avere seri dubbi sul rapimento, non si sentiva di correre il rischio.
– Benissimo. – rispose lapidario.
Sapeva che Marie e Daisya lo stavano osservando e non voleva dar loro materiale su cui costruire supposizioni fantasiose. Tornò a occuparsi del bancone.
Lavi lo scrutò con attenzione, cercando nell'espressione di Kanda un qualche segno che ne tradisse i veri pensieri, ma invano. Il viso del giovane aveva la capacità di diventare una maschera di ghiaccio, era incredibile come riuscisse ad annullare completamente ogni parvenza di provare sentimenti.
Tuttavia, alla luce delle informazioni in suo possesso, Lavi era certo che stesse mentendo. Afferrò il bicchiere e, nel sollevarlo, si accorse che sul quadrato di cartoncino su cui era appoggiato c'era una scritta, un numero. Sgranò gli occhi: che fosse un numero di telefono? Forse... di Yuu?! Gli aveva appena dato il suo numero nonostante avesse chiaramente dimostrato di non voler avere niente a che fare con lui?
Lavi lo inserì al volo nel telefono e inviò subito un messaggio: "Yuu?"
Il giovane fece un passo indietro con ostentata indifferenza e si appoggiò al bancone davanti alla specchiera. Lanciò un'occhiata di sottecchi ai fratellastri, per assicurarsi che fossero impegnati e poi estrasse il telefono, digitando in fretta qualcosa e infilandolo di nuovo in tasca.
Quello di Lavi trillò. Anche se con la musica non si udì troppo chiaramente, prima di leggere si affrettò a metterlo in vibrazione, come certamente aveva fatto Yuu, visto che dal suo non era provenuto alcun suono.
Il messaggio diceva: "Non voglio che quegli idioti si immischino nella mia vita".
Yuu si riferiva di certo ai due fratellastri e, be', in effetti Daisya gli era sembrato piuttosto invadente, poteva capire che a Yuu non piacesse sbandierare con chi usciva.
"Quindi, possiamo vederci stasera, quando stacchi? Ti aspetto in macchina verso mezzanotte?" Gli rispose, improvvisamente speranzoso.
Kanda si accorse che il telefono vibrava di nuovo. Questa volta, però, non lo prese. Aveva paura di attirare l'attenzione e suscitare sospetti, mandando messaggi? Probabilmente sì, perché preferì avvicinarsi a lui con lo scontrino.
Lavi lo interpretò come un sì e mise i soldi accanto al bicchiere.
– A... dopo? – disse piano.
Kanda annuì impercettibilmente e finse di pulire il bancone.
– Cerco di finire per le undici e mezza – sussurrò – mandami l'indirizzo, ti raggiungo a casa.
Lavi si alzò e si avvicinò a Daisya.
– Lieto di sentire che vostro padre sta bene – disse – devo andare ora, ma se aveste bisogno, chiamate pure.
Porse la mano e Daisya la strinse. Salutò tutti e uscì.
Kanda aveva osservato la scena fingendo disinteresse, ma Daisya lo conosceva troppo bene e aveva l'aria di non essersi bevuto la sceneggiata. Subito dopo che Lavi fu uscito gli si avvicinò.
– Cosa gli hai detto? – chiese.
Kanda sollevò le spalle con fare noncurante.
– Insisteva per sapere e gli ho detto che andava tutto benissimo. – rispose, sperando che il fratellastro lasciasse cadere la questione.
Sul volto di Daisya comparve un ghigno furbetto.
– Ottimo, così non ci starà col fiato sul collo.
– Io vado a casa tra poco – annunciò Kanda – tanto stasera è tranquilla.
Daisya gli fece cenno con la mano che andava bene e Kanda tornò al banco. Tirò un sospiro di sollievo e si preparò a staccare.
Kanda parcheggiò la moto nel vialetto della casa che corrispondeva all'indirizzo inviatogli da Lavi. Era un condominio sobrio, chiaramente un quartiere popolare, ma la cosa non lo stupiva, trattandosi di un poliziotto. Di certo non aveva uno stipendio tale da permettersi la classica villetta da famiglia benestante.
Si stava avvicinando per cercare il nome sul campanello e lo vide sbucare dallo spiraglio del portone. Non si era accorto che fosse socchiuso, la luce che illuminava l'ingresso l'aveva tratto in inganno. Si fermò davanti a lui e il giovane gli sorrise
– Non ero sicuro che saresti venuto davvero – ammise, aprendo del tutto il portoncino per farlo entrare – il tuo atteggiamento non era granché incoraggiante.
Kanda sbuffò.
– Nemmeno il tuo – ritorse, caustico – odio gli idioti che non la piantano di parlare neppure per ingoiare. Qualche volta dovresti riprendere fiato.
Lavi aggrottò le sopracciglia e fece il broncio.
– Perché ti sei preso il disturbo di venire, allora?
Giusta domanda, se l'era posta anche lui.
– Non ne ho idea.
Lavi scoppiò a ridere.
– Bon, siamo partiti col piede sbagliato. Entra, prima che qualcuno si affacci a curiosare, sentendo le nostre voci.
Ci mancavano solo i guardoni del condominio, come se non bastassero i suoi fratellastri! Sbuffò. Era arrivato fin lì, qualcosa doveva pur significare, no? Lavi gli piaceva, a dispetto della lingua sciolta. Non capiva cosa ci trovasse in lui, ma faceva sempre in tempo a mandarlo affanculo se si fosse rivelato un coglione. Sì, pensava già che fosse un coglione, intendeva un autentico coglione.
Un cane prese ad abbaiare e doveva essere parecchio grosso a giudicare dal chiasso che faceva! Di certo i vicini non avrebbero mancato di notarlo.
– Odio i cani. – sibilò, infilandosi nel vano della porta che Lavi teneva aperta per lui.
– Già, anche io. Il padrone di questo è particolarmente antipatico. Squagliamocela prima che si affacci direttamente dalla porta. Ama cogliere gli altri inquilini sul fatto per poterci litigare, quando invece è il suo cane a fare rumore. Abbaia per un nonnulla e sveglia tutti una notte sì e una no.
Davvero una bellissima notizia. Lui andava lì per starsene in pace dal ficcanasare dei fratellastri e finiva per essere tenuto sveglio da un maledettissimo cane.
– Ma che tipo interessante. – commentò in tono sarcastico.
Lavi emise un sospiro afflitto.
– Dillo a me – mormorò – è la versione maschile della 'vecchina alla finestra'. Non posso fare niente che lui è lì a giudicare. Di solito evito di organizzare appuntamenti a casa mia, se indovina che sono gay mi dà il tormento. Sai, non è quello che si può definire un tipo di ampie vedute.
Di bene in meglio, la fauna del condominio includeva almeno un bigotto potenzialmente omofobo. Già si figurava gli altri.
– A che piano? – chiese, vedendo che Lavi premeva il pulsante di chiamata dell'ascensore.
– Il terzo. Infiliamoci subito dentro così non sa chi sta salendo. Lui sta al primo piano – aggiunse premendo il numero sei – se guarda dove si ferma l'ascensore non arriva a me. Il mio appartamento è accanto alle porte, sono poche scale da scendere.
Kanda era già pentito. Gli piacevano le cose facili e soprattutto senza pressioni. Dover stare attento a non essere visto ancora prima di capire se l'eventualità di una relazione con Lavi fosse di suo gradimento, lo metteva a priori in una cattiva disposizione d'animo. Va bene, più cattiva di quando non fosse di base.
Lavi non sembrava percepire questo suo disappunto o forse l'aveva capito al volo e lo manifestava con quella sua espressione di perenne disagio e imbarazzo. Magari anche Lavi si era pentito, considerati gli attuali risvolti, e non sapeva più come gestire la situazione o come regolarsi con lui. Le occhiate di sottecchi che gli lanciava erano molto eloquenti a riguardo, era come se stesse valutando quanto oltre gli fosse possibile spingersi nell'approccio senza suscitare le sue ire ed essere respinto in malo modo.
Per quanto lo riguardava, il suo scopo principale era sottrarsi ai fratellastri impiccioni, per cui gli stava bene anche sdraiarsi su un divano e addormentarsi lì bevendo birra.
Le porte dell'ascensore si aprirono e Lavi sporse la testa, guardandosi attorno con fare sospettoso. Verificato che le luci fossero spente e tutto fosse silenzio, tirò fuori il telefono per avere un minimo di visibilità e gli fece cenno di seguirlo. Uscì fuori camminando in punta di piedi, imboccò le scale e iniziò a scendere, attento a non fare il minimo rumore.
Come gli aveva anticipato, la porta del suo appartamento era appena girato l'angolo alla fine della rampa di scale. Infilò la chiave nella toppa, la girò e spinse con dolcezza, scivolando dentro con un movimento fluido. Appena l'ebbe seguito si richiuse la porta alle spalle e accese la luce, tirando un gran sospiro di sollievo.
– Siamo al sicuro, adesso. Mettiti comodo, il salone è laggiù – indicò, rivolgendogli un sorriso tirato – prendo qualcosa da bere e ti raggiungo.
Assolutamente perfetto. Kanda non si fece pregare, seguì il corridoio ed entrò nel salone, gettando uno sguardo tutt'attorno. Ben arredata per un poliziotto, mobili sobri ma di buon gusto, un discreto divano con tanto di tavolino con la superficie in vetro piazzato di fronte e un bel televisore di media grandezza. In fondo, vicino alla finestra, il tavolo da pranzo di legno scuro, mogano forse, circondato da quattro sedie abbinate. Si lasciò cadere sul divano: molto comodo. Appoggiò la testa sullo schienale e chiuse gli occhi, concedendosi di rilassarsi un po'.
Lavi si ripresentò con un vassoio ingombro di birre, aperitivi e stuzzichini, pregustando già di poter parlare con Yuu a tu per tu, invece lo trovò abbandonato sul divano. Dormiva?
Sospirò. Serata appena andata in fumo. Di certo non se la sentiva di provare a scuoterlo per verificare, perché nel caso l'avesse svegliato avrebbe potuto prenderla male. Appoggiò il vassoio sul tavolinetto di vetro e si voltò verso Yuu e lo fissò in viso per analizzarne l'espressione con scrupolo, nemmeno si trattasse della vittima di uno dei casi che seguiva. Sperava di riuscire a carpire un indizio sull'attuale condizione di Yuu. Sonno o semplice momento di relax?
Sembrava sereno, nessun tremore delle palpebre, niente respiro irregolare o apnee. Labbra chiuse, non russava nemmeno. Alla fine dell'esame, però, restava immobile. Eh, non riusciva a decidere per il sì o per il no e non voleva rischiare. Andò a prendere una coperta e la sistemò per bene in modo da avvolgerlo fino al collo.
Si soffermò ancora a guardarlo. Gli pareva davvero scortese lasciarlo lì da solo e andare a dormire nel suo letto; gli sedette accanto con movimenti lenti, in modo da evitare il contraccolpo dell'aggiungere altro peso sul divano.
Non aveva acceso la televisione e così l'opzione era preclusa anche per lui, a meno di guardarla a volume tolto che, per inciso, gli sembrava abbastanza inutile. Unica nota positiva, la coperta era abbastanza grande per tutti e due, e avrebbe potuto accucciarsi vicino a Yuu. Fissò le birre sul tavolino: a giudicare dalla condensa, erano ancora belle fresche. Magari una avrebbe potuto bersela, prima di sistemarsi sotto la coperta.
Afferrò il cavatappi, lo posizionò sul collo della birra e fece leva: plòp! Lo sfiato della bottiglia lo fece trasalire e si voltò verso Yuu. Per un attimo trattenne il fiato, ma Yuu rimase immobile: non sembrava aver sentito il rumore, meno male! Non si era reso conto che nel silenzio della notte aprire una birra avrebbe fatto tutto quel chiasso.
Si rilassò e prese il primo sorso di birra direttamente dalla bottiglia, godendo sia del sapore forte che della temperatura. Esalò in silenzio la sua approvazione e prese un secondo sorso, appoggiando la schiena al divano.
Doveva ammettere di essere stanco. Non gli era parso, ma il bilancio della giornata, fra tutto, era stato pesante. Un latrato lontano ruppe il silenzio e Lavi tremò: no, no, no, non adesso, no, n...
– Barf!
Eccolo lì, immancabile, il cane del vicino che rispondeva con il primo, rabbioso latrato. Al successivo, sempre più furibondo, Yuu spalancò gli occhi e si tirò a sedere. La frittata ormai era fatta e l'espressione che aveva sul viso la diceva lunga sui sentimenti che provava per il cane in questione.
– Cane del cazzo!
Lavi offrì un sorriso solidale.
– Mi dispiace molto, Yuu. Un altro cane ha abbaiato e n...
– Non dormivo.
Ah. In quel caso, fingeva bene.
– Be'... – Lavi esitò, colto alla sprovvista. Si umettò le labbra. – Credevo di sì e... ecco, la birra è lì. – indicò.
Yuu la prese, stappandola con un colpo secco contro il bordo esterno del tavolo, e bevve un lungo sorso.
– Sei un detective, giusto?
La domanda gli giunse inaspettata. Si era già presentato, come faceva a non ricordarsi?
– Sì... dove vuoi arrivare?
Yuu si liberò della coperta e si alzò per avvicinarsi alla finestra dall'altro capo della stanza. Scostò una tenda e aprì un'anta. La tapparella era a mezz'asta e poté sporgersi senza tradire la propria presenza, come sarebbe successo se invece l'avesse dovuta alzare.
– Ce l'hai una pistola? – chiese a bruciapelo tirando dentro la testa.
Non riusciva a indovinare cosa gli stesse passando per la testa, quella sì, che era una domanda fuori dell'ordinario.
– Certo che ce l'ho, ma che c'entra? – rispose.
Yuu sostenne lo sguardo senza battere ciglio.
– Posso vederla? – chiese ancora.
Lavi iniziava a essere un po' preoccupato dalla direzione che stava prendendo il discorso e di conseguenza la serata, perché non erano molti i motivi per cui qualcuno avrebbe chiesto di vedere una pistola. Il primo poteva essere una sorta di perversione per le armi e lui non andava tanto d'accordo con quel tipo di roba, anzi. A dirla tutta, uno che si eccitava quando gli puntavi contro la pistola per lui era un tipo pericoloso. Il secondo motivo era anche più preoccupante, perché implicava che Yuu fosse l'altro tipo di amante delle armi: quello che le collezionava e amava usarle contro tutto e tutti. Non gli dava quest'impressione, però. Quindi non se la sentiva di dire di no, magari era una domanda innocente e l'aveva fatta solo perché una pistola vera non gli era mai capitato di vederla da vicino.
– Uh, sì? – rispose, alzandosi a sua volta dal divano.
Si avvicinò al tavolo da pranzo, sulla cui sedia aveva appeso la giacca, e la sollevò, scoprendo la fondina in cui era riposta la pistola. Sganciò il fermo e la estrasse per mostrarla a Yuu.
Con un ghigno soddisfatto la prese dalle sue mani e la sollevò per osservarla. Quando sganciò il caricatore e controllò il colpo in canna, rimontando tutto come prima inclusa la sicura, Lavi si rese conto che qualcosa di armi doveva sapere.
– Una trentotto. – commentò.
Prima che potesse fare un qualunque appunto, Yuu armò il carrello e gli sfrecciò accanto, diretto verso l'ingresso. Sbatté le palpebre un paio di volte prima di riuscire a muoversi.
– Hey! Dove vai con la mia pistola! – gridò, correndogli dietro.
– Vado ad ammazzare il cane.
E poi c'era il terzo tipo di amante delle armi, lo psicopatico. Yuu in effetti, doveva ammetterlo, aveva già dimostrato di possedere un atteggiamento un po' estremo. Lo afferrò per le spalle prima che aprisse la porta.
– No, no, no, no, Yuu, aspetta, fermo! Non puoi irrompere in casa del signor Lvellie e ammazzargli il cane!
– Perché no?
– Perché è violazione di domicilio?
– E allora?
– Ragiona, Yuu, io sono un poliziotto, non posso consentirti di fare una sciocchezza del genere!
– E cosa proponi?
Lavi tirò un sospiro di sollievo. Yuu era sì estremo, ma non era né pazzo né stupido e lo si poteva far ragionare.
– Una segnalazione alla polizia per disturbo della quiete.
Yuu sollevò un sopracciglio e sul viso gli si disegnò un ghigno compiaciuto. Sembrava divertito dal suggerimento che aveva dato, come se avesse capito che non era la prima volta che fregava il suo amato vicino di casa a quel modo.
– Sei scaltro, testa rossa. Chiamo io, così non ci andrai di mezzo. Di solito come fai? Chiami un collega?
Sì, aveva capito che la soluzione era ben collaudata, era un tipo sveglio.
– Sì. Se chiami tu, però, la segnalazione resta come precedente e se lo considerano recidivo magari lo obbligano a mettere la museruola al mostro.
Yuu sembrò anche più divertito dall'appellativo 'mostro' che aveva appena riservato al cane. Prese il cellulare dalla tasca del giubbotto, che aveva appoggiato sul divano, e compose il numero.
– C'è un cane al piano di sotto che non la smette di abbaiare. – disse appena gli rispose un operatore.
– Mi dia l'indirizzo, invio una pattuglia a controllare.
– L'indirizzo, certo. – Yuu si voltò verso di lui, in attesa.
– Centosei Library Avenue, condominio Lvellie.
Yuu ripeté l'indirizzo lasciò le proprie generalità e poi agganciò.
– Ecco fatto.
– Bella trovata dire che stavi facendo una consegna a domicilio a un inquilino del palazzo.
Yuu rimise in tasca il telefono e tornò a sedersi. Afferrò la birra e fece un altro sorso. Era evidente che non fosse più interessato al cane. Magari aspettava l'arrivo della pattuglia per godersi lo spettacolo?
– Allora? Vuoi continuare a bere? – lo apostrofò.
Si rese conto di essere rimasto imbambolato di fronte alla finestra e raggiunse Yuu, sedendogli accanto.
– Perché no?
Presero entrambi un altro sorso. Era il momento di scoprire le carte, se non in un senso nell'altro.
– Ho sentito che vostro padre ha una collezione di quadri d'inestimabile valore. – iniziò, guadagnandosi un'occhiata sorpresa; e sospettosa.
Si rese conto troppo tardi della gaffe. Oddio, Yuu stava pensando che gli avesse teso una trappola per interrogarlo?
– Patrigno – precisò invece con calma glaciale – e sì, alcuni dei quadri che ha dipinto li espone soltanto.
– Ed era in viaggio per una mostra?
– Sì. Come mai all'improvviso sei interessato?
– Domande di routine.
Dall'espressione non l'aveva bevuta, meglio non insistere. Lo fissava con un'aria così seria che gli metteva i brividi. Si sporse verso di lui e allungò una mano. Possibile che volesse... Sì, lo stava baciando e a momenti lasciava cadere a terra la bottiglia! Una parte di lui pensò che l'avesse fatto solo per evitare altre domande, ma l'altra gli gridava assai più forte di fregarsene e lui desiderava ascoltarla con tutto sé stesso.
Quando si separarono doveva avere un'espressione comica sul viso, perché Yuu sogghignò. Ne approfittò per abbandonare sul tavolo la birra quasi vuota. Yuu finì di scolare la propria e fece altrettanto. Si aspettava un commento, invece gli infilò le dita fra i capelli e l'attirò di nuovo a sé.
Be', alla fine la serata era decollata, non si poteva lamentare. Ricambiò il bacio con molto impegno; se a Yuu piaceva così, andava bene anche a lui.
La strada di fronte alla galleria Noah era deserta e le uniche luci a illuminarla erano quelle dei lampioni. Daisya si sporse dal tetto del palazzo vicino e osservò le telecamere puntate sull'ingresso principale.
– Marie, sei dentro? – sussurrò.
– Sì, adesso ti disattivo l'allarme della porta sul retro, stai pronto. – gli arrivò in cuffia. – Fatto. Mi raccomando, stai attento, non sappiamo ancora cosa ti troverai davanti una volta nella galleria.
Marie era sempre troppo apprensivo.
– Per questo ci sei tu, fratellone.
Saltò giù e inserì una tessera nella serratura elettronica, che si aprì al primo colpo. Scivolò nello spiraglio e attivò il visore a infrarossi: niente da segnalare.
– Ho visuale, Day. Avvicina il tuo smartwatch alla centralina dell'allarme, così mi connetto alla rete interna.
Daisya eseguì e rimase in attesa di una conferma. Frattanto scrutò la stanza: un magazzino con quadri ammucchiati contro ogni parete. Forse in attesa di una mostra... Chissà se quello proveniente dalla collezione del padre poteva essere là in mezzo e se ce ne fossero anche altri. Iniziò a battere il piede in terra, con sempre più insistenza.
– Allora? Che mi dici delle telecamere? Sei nel feed?
– Non essere impaziente, Day, se fai scattare un allarme sei fregato.
Un 'bip' gli fece riportare l'attenzione sull'allarme. Ora diceva 'disattivato'.
– Bel lavoro Marie! Prendo il quadro e filo via!
– Sii prudente.
Marie si preoccupava troppo. Richiamò le coordinate del GPS: avanti a destra, era vicino. Si trovò di fronte un muro, eppure il segnale lo guidava oltre. Iniziò a tastare la superficie.
– Che succede?
– Un muro, deve esserci una cassaforte nascosta dai tendaggi. Sì, c'è un lettore di schede qui.
– Lo vedo. È come quello all'ingresso, avvicina lo smartwatch.
Click. In corrispondenza di uno dei solchi che in apparenza decoravano la parete una porta si aprì e rientrò da un lato, scoprendo un'ampia nicchia.
– La 'Bambina coi Pattini'! – esclamò appena vide il primo dipinto della fila. – Lo smonto.
– Togli anche il segnalatore GPS, altrimenti ci giochiamo il vantaggio per gli altri quadri.
– Ricevuto!
Daisya prese le pinzette dalla tasca degli attrezzi sulla cintura e tolse i chiodi dal retro della cornice. Rimosse i cunei di legno incastrati all'interno del telaio con cui la tela era mantenuta distesa e l'arrotolò, riponendola in una custodia cilindrica. Si assicurò la tracolla e gettò un altro sguardo attorno.
– Sbrigati, è troppo tempo che sei lì dentro. – ammonì Marie.
– Magari ce ne sono altri, possono aver cambiato le cornici n...
Scattò l'allarme e d'un tratto l'edificio s'illuminò a giorno. Eppure aveva solo sfiorato la porta interna che portava alla zona aperta al pubblico!
– Svelto, scappa! Devi aver interrotto una fotocellula, fra poco ti saranno addosso!
Daisya scattò verso la porta da cui era entrato e s'arrampicò di nuovo sul tetto.
Kanda aprì gli occhi. C'era qualcosa che gli solleticava il naso e aveva un peso sul petto, che si rese conto essere la testa di qualcuno. I ricordi della sera precedente gli tornarono di colpo alla mente: aveva dormito con quel detective, Lavi!
Non che ne fosse pentito, era stato un piacevole cambiamento passare dalla masturbazione in solitaria a quella reciproca con qualcuno che gli andasse a genio. Non gli era mai capitato di trovare uno prima e allora? Non era colpa sua se nessuno era all'altezza.
Sbuffò e scivolò fuori dal letto. Lavi perse l'appoggio e gemette nello sprofondare di colpo fra le lenzuola, ma non si svegliò. Be', lui intanto avrebbe fatto una doccia.
Quando uscì dal bagno la televisione era accesa, Lavi doveva essersi alzato e, a giudicare dall'odore che arrivava dal soggiorno, aveva preparato la colazione. No, non gli dispiaceva affatto averlo incontrato.
– Buongiorno. – salutò vedendolo entrare.
“Uno spettacolare furto ha avuto luogo la scorsa notte alla galleria Noah. Non sono ancora noti i dettagli, ma le telecamere hanno ripreso sul tetto dell'edificio la ladra durante la fuga saltare da una casa all'altra. La gatta, come l'hanno soprannominata gli inquirenti, non ha ancora un'identità.”
Kanda fissò le immagini sullo schermo e non poté evitare di portarsi una mano al viso. Altro che gatta! Quello era Daisya, avrebbe riconosciuto ovunque il suo ridicolo cappuccio a punta col sonaglio. L'avevano fatto davvero, maledetti idioti!
– Che bel risveglio. – commentò.
– Oh, sì, mi hanno chiamato, scusa. Facciamo in tempo a mangiare, però. Ci rivediamo stasera? E... non so come dirtelo: ha rubato la 'Bambina coi Pattini', era un quadro del tuo patrigno, vero?
Meno male che Lavi aveva interpretato il suo gesto in altro modo. Gli sembrava sincero, ma come poteva esserne certo? In ogni caso, meglio non insospettirlo con un rifiuto. Avrebbe dovuto essere sempre un passo avanti a lui, pensare più veloce per capire in tempo se stesse per fregarlo. Non c'era tempo per chiarire o per spiegare e sperava di non doverlo mai fare, perché scoprire un tradimento era come ricevere una pallottola nel petto e in quel momento lui si sentiva un traditore. Lavi era un poliziotto e lui un ladro, perché adesso non poteva più tirarsi indietro.
– Sì, possiamo vederci stasera. I miei fratellastri vorranno sapere del quadro, era uno dei preferiti di Tiedoll. Lo inserirete fra le persone scomparse, adesso?
Lavi parve sorpreso da quella domanda.
– Mi avevi detto che andava tutto bene.
Già, però se Daisya e Marie avevano recuperato la 'Bambina coi Pattini', per quanto fosse stata un'azione folle, significava che avevano ragione loro e il patrigno era stato rapito.
– Questo prima del furto. Adesso parlare solo per messaggio diventa sospetto.
Lavi lo fissò incredulo e si bloccò con la padella delle uova in mano.
– Non siete riusciti a chiamarlo? Nemmeno una volta?
– No.
– Capisco. Allora sì, ti do ragione. Stasera ti aggiorno.
– Grazie.
– Io... spero che questo non cambi le cose fra noi.
Scosse la testa e Lavi si rilassò. Sedette davanti a lui e si avvicinò il piatto. Si sentiva un verme a usarlo come paravento e fonte d'informazione, ma non aveva scelta.
Titolo: La Festa del Paese
Fandom: Originale
Rating: Verde
Fandom unico: ORIGINALI
LA FESTA DEL PAESE
Dopo il combattimento contro le deliziose arpie e lo scontro con il Mago, tutto procede placido al campo base.
O quasi.
Gli avventurieri si stanno preparandosi per andare in tenda per il meritato riposo, quando vedono Björg, che si era allontanata dal campo dopo la cena, correre a perdifiato verso di loro.
Il suo vestitino rosa confetto ha tante di quelle balze che pesa come un macigno, ma nonostante ciò l’esile ragazza si affretta il più possibile.
Quando, trafelata, si ferma davanti ai suoi compagni, questi sono già pronti all’imminente catastrofe che deve annunciare, ma…
Björg ansimò, mani sulle ginocchia. Fece per parlare, ma le uscì solo un ansito. Sollevò la mano, come a dire “un attimo”. Appena il respiro le si regolarizzò, diede l’annuncio: “Domani c’è una festa nel paese vicino!”
Dren le rivolge un’occhiata confusa, non capendo cosa ci fosse di così sensazionale in una semplice festa - a parte, a ben pensarci, il cibo gratis. La notizia che però attira per prima la sua attenzione è un’altra.
“Da quando abbiamo un paese vicino...? C’è sempre stato...? Perché nessuno me l’ha mai detto?!” commenta in tono infantile e offeso.
"Lo stavo per chiedere io..." Annuisce Mia. "Pensavo ci fossero solo arpie e randagini delle Lande come noi qui attorno." Incrocia le braccia al petto, pensierosa. "E se c'è un paese qui vicino, perché noi dormiamo in tenda? E' per evitare di pagare l'affitto in città? O sarà per tentare di restare in incognito? ... Lady Ruby avrà pagato per il diritto di farci campeggiare qui o siamo qui di nascosto e non stiamo pagando le tasse?"
“Se siamo qui di nascosto e senza pagare e andiamo nel paese... ci arresteranno!” Dren emette un verso strozzato di stupore. “Non mi hanno mai arrestato finora, nemmeno quando mi infiltravo nelle tombe sepolte nel deserto! Ma so che in gattabuia si mangia male...” scuote il capo con violenza. “Non voglio finire dove si mangia male” soggiunge, improvvisamente depresso. “Non ti hanno vista tornare indietro... vero?” chiede subito dopo a Björg, in apprensione.
Kanda si alza in piedi di scatto nel vedere Björg che corre loro incontro con tanta foga e ora è piuttosto deluso. Solleva entrambi i sopraccigli. Sul serio? Questa è la grande notizia? Da come la ragazzina stava correndo, ha temuto che ci fosse un'orda di creature varie a inseguirla.
"Tch."
Torna a sedersi sul tronco d'albero su cui stava e riprende ad affilare l'amata katana. Di certo non intende mettere piede a nessuna cazzo di festa, meno che mai in un ipotetico villaggio spuntato dal nulla. Per quel che ne sanno, può benissimo essere un'altra cazzo d'illusione, come quello in cui sono sbarcati all'inizio della folle avventura in cui si sono ritrovati. Gli altri vogliono andare? Che vadano, lui non intende né interferire né esprimere la propria opinione a riguardo, ha di meglio da fare.
Björg grazie a tutte quelle domande ha la possibilità di riprendere fiato del tutto e non sembrare asmatica - o un maniaco.
"È un villaggio a un'oretta da qui... Sono andata nel fitto della foresta per cercare un luogo appartato per fare l'atto grande, ma mi sono persa... E mi sono ritrovata sulla strada principale. Lì ho incontrato dei bardi: mi hanno detto che stavano andando in città per iniziare a preparare il loro palchetto per domani sera. Mi hanno anche disegnato una mappa per arrivarci, visto che... Non ho un buon senso dell'orientamento come ben sapete..." spiega, scalciando un sassolino con la punta di una sua scarpetta.
Guarda poi Dren dritto negli occhi: "In prigione non c'è neppure il bagno! Nemmeno io voglio andare in un posto dove non posso lavarmi o fare le cose in pace, tranquillo!" e gli batte una mano sul braccio, perché alla spalla non arriva.
"Oh, se ci vanno i bardi allora di sicuro ci si può andare." Scrolla le spalle Mia. "Lo sanno tutti che quelli sono i primi fuorilegge in giro. Nel caso acchiapperanno loro per primi." Ridacchia, anche se poi le scivola via il sorriso dalla faccia a ricordarsi che - eh, tecnicamente lei è un'assassina.
Si schiarisce la voce e tira su col naso, oscillando sui piedi. "Allora, uhm, se andiamo magari ci inventiamo nomi falsi?"
“Uh, bello! Io voglio un nome figo tipo... tipo Krexus!” esclama il Mezzorco con malsano entusiasmo, intrecciando le braccia e mettendo bene in vista i muscoli.
"Un nome falso... Vediamo..." mormora Björg, sollevando appena il volto e portandosi un indice contro un angolo delle labbra. "Alice"
Kanda alza gli occhi al cielo: 'Atto Grande', ma per favore.
"Ehi, gnappa, perché non dici le cose come stanno? Sei andata a cacare, non ci vedo niente di male," sbotta. "Badate di non farvi beccare ubriachi, piuttosto, o me ne vado senza di voi."
Quanto ai bardi... Significano musica; e confusione e gente che urla e ride a cazzo. No, grazie. Preferisce di gran lunga restarsene lì e preparare un bel fuoco e il campo per la notte.
Mia fissa Kanda per qualche momento prima di mettersi una mano al lato della bocca per parlare solo agli altri, anche se si dimentica di abbassare la voce. "Io a lui non gli porto cibo dal villaggio." Scuote la testa, pensandoci per un momento prima di battere le mani. "Lei! Io sarò la signorina Lei!"
"Lei è un nome molto facile... Aggiudicato!"
Björg si avvicina a Kanda e apre lo zainetto. "Tieni" gli dice, porgendogli un depliant. "Me lo hanno dato i bardi: è il programma della fiera. Magari c'è qualcosa che ti interessa".
Kanda prende la pergamena e la getta vicino alla legna che hanno raccolto per accendere il fuoco.
"Non contarci," sibila.
Björg gonfia una guancia e guarda Kanda con gli occhi a mezz'asta. "Guarda che lo faccio per te, mister asocialità" brontola. Non ci stava contando per nulla che venisse anche Kanda, ma gli avrebbe fatto piacere andare tutti insieme... Invece il mezzelfo era il solito allergico alla mondanità. Si gira poi verso Mia. "Hai ragione, se vuole la soba al villaggio se la vada a prendere da solo" dice a voce alta, in modo che anche Kanda senta bene.
Dren rilassa la postura, rasserenato dal fatto che non sarebbero stati i primi sulla lista dei ‘ricercati’. Segue solo marginalmente il discorso con Kanda, almeno finché non comincia a vertere sul cibo.
“Mi state già facendo venire fame...” mormora, leccandosi sovrappensiero una delle grosse zanne che protrudono ai lati della bocca verso l’alto, per poi schiarirsi la voce con un finto colpo di tosse “Possiamo cambiare argomento? Questa festa è domani...” soggiunse, iniziando a tormentarsi le mani nervosamente.
Mia si da un’annusata prima di annusare Dren. “Ci conviene lavarci prima di andare.”
L’occhiata tutt’altro che entusiasta che il Mezzorco le lancia al commento basta a far intuire il tipo di rapporto che ha con acqua e sapone.
“Non devo fare bella figura con nessuno” soggiunse dopo qualche momento.
Alza le mani. "Come vuoi." Si volta a guardare Björg. "Tu ci stai?"
"Certo che ci sto!" risponde Björg, raggiante. Si avvicina poi a Dren e lo annusa, con il risultato di arricciare il naso e pinzarselo con due dita. "Dren, zarai berfeddo cozì" dice, sollevando il pollice della mano libera. Nonostante la smorfia, è davvero sincera.
Mia indica le tende del campo. "Credo che uno degli altri gruppetti si sia occupato di organizzare delle belle docce in una delle tende. Andiamo ad approfittarne!"
"Che gioia non dover andare a lavarmi al mare, con il rischio di perdermi e trovare di nuovo le arpie...". Con un sospiro felice, Björg segue Mia.
"Secondo te alla fiera avranno pupazzetti?" Chiede mentre cercano la tenda giusta.
"Di sicuro! Conto di sfruttare Dren per il tiro al bersaglio! Tu puoi fare da sola, sei bravissima con i coltelli!" chioccia Björg, facendo comunella con Mia.
"Aw grazie!" Si preme una mano sul petto, quasi commossa. "...sapessi quante volte all'inizio facevo cilecca..."
Björg sorride. "Ora invece sei un'esperta di tiro all'arpia, e di stufato d'arpia".
“E arpia arrosto, spiedini di arpia, arpia- non abbiamo ancora provato a friggerle. Dovremmo provarci.”
"Sono d'accordo!" esclama entusiasta Björg.
Kanda sbuffa e si dedica al fuoco per la cena. Meno male che la ragazzina e l'ultimo acquisto del gruppo si stanno allontanando, le loro chiacchiere stanno mettendo a dura prova la sua sopportazione. Si scalda una porzione di carne d'arpia e la mangia in santa pace. Soddisfatto, si infila nella propria tenda per farsi una bella dormita.
*
Durante la mattina dell’indomani, Dren si occupa di fare ‘manutenzione’ della sua mitrabalestra, rimanendosene all’interno della sua tenda. L’assenza di grida e di principi d’incendio lascia presupporre che per una volta tutto sia filato liscio come l’olio.
Nel pomeriggio decide di addentrarsi nel bosco circostante l’accampamento in cerca di legna per il fuoco, prendendo la commissione come una scusa per fare un po’ di sano movimento.
Alla sera, vedendo Mia e Björg allontanarsi assieme verso l’ora di cena vestite in modo eccentrico, si accoda in silenzio immaginando che si stiano dirigendo alla festa.
Avrebbero dovuto muoversi con circospezione per non farsi scoprire, ma Björg aveva scelto per l'occasione un vestitino giallo acceso, con passamaneria e fronzoli bianchi che la faceva sembrare una crostatina al limone - sperò solo che Mia non la sgranocchiasse lungo strada.
Mia non riesce a togliere gli occhi di dosso dal suo vestito, in parte perché è davvero bello, in parte perché le fa venire in mente qualcosa di delizioso ma non riesce bene a ricordare cosa. "Mi fai venire fame." Commenta con un sospiro.
Björg sente un brivido freddo attraversarle la schiena, ma cerca di non darlo a vedere, preferendo sfoderare un sorriso: "È questo lo spirito giusto per essere pronti alla festa!"
Annuisce e si strofina le mani con un luccichio nello sguardo. "Voglio assaggiare tutto ciò che c'è! Possibilmente non altra carne di arpia, che mi si rovina la dieta a mangiare sempre la stessa cosa."
Dren si tiene leggermente indietro rispetto a loro, per paura che lo minaccino di nuovo con il proposito di una lavata. In virtù dei recenti ‘incidenti’ capitatigli in prossimità di conduttori elettrici o materiali altamente infiammabili, temeva per la sua stessa incolumità se avesse osato immergersi in una tinozza piena d’acqua.
Mia sente improvvisamente di essere osservata e si volta di scatto, una mano sui coltelli, ma a vedere Dren si rilassa e gli sorride. "Ehi, Dren! Vieni anche tu alla festa, sì?" Chiede con aria particolarmente solare, lasciando stare i propri coltelli.
“Uhm, sì. Spero sia come quella dell’ultima volta... c’era un sacco di roba da mangiare e Björg ballava” esclama il Mezzorco in tono inizialmente incerto per poi entusiasmarsi nel navigare lungo il fiume dei ricordi.
"Sì, era una festa umile, ma ci siamo divertiti molto e la cucina era ottima. Ti sarebbe piaciuta, Mia!" racconta Björg, mentre si incamminano lungo strada. L'ora di strada basta e avanza per narrare a Mia la loro mirabolante (dis)avventura alle prese con una nuova legge contro i non umani - rivelatasi l'imbroglio di un demone che aveva soggiogato un villaggio di contadini -, per la quale Kanda e Dren per poco non ci rimettevano le penne.
Kanda si sveglia di cattivo umore la mattina seguente. Ha sognato l'Accademia e non riesce a togliersi dalla mente le parole di uno degli insegnanti o meglio, il non ricordare quelle maledette parole. È sicuro che sia importante, anche se non saprebbe spiegare bene il perché.
Cerca di tenersi occupato tirando a lucido ogni singolo capo della propria armatura di cuoio e di seguito spada, pugnali, attrezzatura varia. Non contento, lava anche tutti gli abiti di ricambio, ma la sensazione spiacevole non se ne vuole andare.
Per quando ha finito è ora di pranzo. Ottimo! Mangia distrattamente un boccone e torna a osservare il campo. Nessuno sembra badare a lui e gli avventurieri con cui ha viaggiato fino a quel momento sono impegnatissimi (almeno due di loro) a prepararsi per la stupida festa, cui intendono recarsi di nascosto, niente meno! Sbuffa e tira un pugno all'albero più vicino. Be', lui ha di meglio da fare, no? Ad esempio andare ad allenarsi con spada e arco. Magari nello spiazzo centrale può trovare qualcuno per qualche duello, giusto per mettersi alla prova con un avversario.
Alla fine, fra un duello e l'altro il pomeriggio vola senza che Kanda se ne renda conto. Solo nel notare il sole abbassarsi dietro le cime degli alberi e la luce diminuire capisce che sta calando la sera. I tizi con cui si sta allenando sono dei buoni combattenti, è molto soddisfatto.
"È ora di cena," dice il primo. "Mangi con noi?"
"No, ho promesso ai miei compagni di tenda di raggiungerli," mente senza vergogna.
Due minuti dopo si è rintanato dietro la sua tenda. Dallo spiraglio vede Björg e Mia che si allontanano e si affaccia per sbirciare in che direzione.
“... e alla fine Björg lo ha steso dopo averlo ucciso! È stato figh... oh? Siamo arrivati?”.
Dren, preso dalla foga della narrazione, si ferma all’improvviso realizzando che di fronte a loro si trova un grande arco di legno con ghirigori colorati sulla parte superiore e fronzoli variopinti appesi alle aste laterali.
Poco distante dall’arco, dal lato opposto al loro, si trova una strada che si insinua fra gli edifici di un inequivocabile centro abitato.
Dall’interno giunge una cacofonia di voci alternata a suoni di vari strumenti musicali.
“È questo il posto?” chiede il Mezzorco a Björg, evidentemente confuso.
Björg fissa Dren con la stessa nota di confusione negli occhi. "Stai chiedendo a me se il posto è giusto?" domanda la ragazza, sventolando la mappa disegnatale dai bardi incontrai il giorno prima. "Mi perdo in un bicchiere d'acqua, non sono nemmeno certa che qui si parli ancora la nostra lingua o abbiano la nostra stessa moneta...". Porge la mappa ai due, cosicché possano fare un controllo.
“Ma ci sei inciampata te in questo posto!” si difende prontamente Dren, afferrando la mappa e dispiegandola, avvicinandosi a Mia per avere una mano nell’interpretazione.
"Non ci sono inciampata io... Ho incontrato dei bardi lungo strada", gli ricorda Björg. Se lei fosse mai stata in gradi di arrivare fino a lì da sola, non sarebbe mai più riuscita a tornare indietro fino al campo senza impiegarci come minimo una settimana.
Mia si guarda attorno e annuisce, gesticolando verso le voci allegre della gente più in là. “Secondo me il posto è questo. E se anche non lo è chi se ne frega! Siamo arrivati in un paese! C’è gente, ci sarà anche cibo!”
“Cibo!” ruggisce il Mezzorco, influenzato dall’entusiasmo di Mia, correndo attraverso l’arco.
Björg si solleva fino alle ginocchia la gonnella gialla e rincorre il compagno. "Ehi, piano! Sei la nostra guardia del corpo! Non ci dobbiamo dividere!"
Mia corre appresso a loro, entusiasmata dalla prospettiva di nuovi piatti mai assaggiati prima. "Weeeeeee!!"
Kanda si affaccia fuori dalla tenda con circospezione: sembra che se ne siano andati. Finalmente un po' di pace. Si stiracchia e torna dentro a prendere il necessario per lavarsi. Ha mosso giusto tre passi che un fruscio attira la sua attenzione. Che diavolo, sono ancora lì attorno? Fa un altro passo, fingendo di non essersi accorto di nulla, ma un altro movimento lo fa voltare di nuovo e stavolta vede una sagoma sfrecciare fra i tronchi. Decisamente non è né uno dei suoi compagni né uno dei tizi con cui si stava allenando fino a un'ora prima.
Sbuffa con irritazione. Niente bagno, a quanto pare. Gli tocca andare a vedere chi cazzo siano quei tizi sia perché non vuole certo altre brutte sorprese in stile arpie sia perché odia gli scherzi e se lo stanno prendendo in giro intende farli pentire.
Schizza di nuovo dentro la tenda e ne esce brandendo la propria katana. Il terzo movimento sospetto lo convince più che mai a inoltrarsi fra gli alberi. Non ci mette molto a trovare i segni del passaggio dei tizi misteriosi e inizia a seguirne le tracce. A occhio sono diretti nella stessa direzione verso cui si sono incamminati la ragazzina, il mezzorco e la nuova arrivata.
Forse la festa al villaggio può diventare molto interessante; o pericolosa, punti di vista.
Affretta il passo. Secondo i suoi calcoli, hanno una decina di minuti di vantaggio su di lui, mentre la ragazzina e gli altri una mezz'ora, minuto più, minuto meno.
Altre tracce: dannazione, sono sempre un passo avanti a lui, nonostante stia procedendo quasi di corsa. A un certo punto si ritrova sul sentiero principale e può intravedere il piccolo villaggio, il cui ingresso è annunciato da un grande arco di legno addobbato con paccottiglia varia. Accanto a esso si vede una strada che si snoda verso il cuore del villaggio. Sbuffa di nuovo. I tizi devono essere già entrati, mescolandosi alla gente in festa.
Man mano che i tre si avvicinano, il chiasso che proviene dalla parte più interna del villaggio cresce di volume, così come le strade si fanno più luminose e l'aria si riempie di odori. Non incontrano quasi nessuno per strada, finché non svoltano l'angolo e finiscono proprio a pochi passi dalla piazza principale, punto focale della festa. Il trio si ferma a osservare la ressa di persone che si muove davanti a loro, proprio in una delle vie davanti alla piazza. C'è chi passeggia, chi si ferma a chiacchierare e intasa la via, e chi fa la fila ai chioschi di cibi e bevande. Il centro della piazza è adibito a pista da ballo, mentre una zona sopraelevata da un palco in legno accoglie dei bardi che animano la festa. La gente non sta però ferma solo in quel punto: ci sono altre vie lì vicino dove si raccoglie una discreta fiumana di persone, attratte da altri palchi di bardi, anche se più piccoli, e la continuazione del tour enogastronomico contenuto in zona piazza. Björg spalanca gli occhi, incredula davanti a una festa così grande e animata. Gira la testa più volte, facendo ondeggiare le sue codine nere. "Wow!!! Ma è fantastico!" dice in estasi.
Mia osserva con un grande sorriso la folla davanti a loro. Era esattamente questo il tipo di divertimento che voleva godersi quando si era unita ai viaggiatori diretti verso l'Accademia tempo prima. "Pensate che ci sarà qualcuno che vende pupazzetti qui? Accetteranno i nostri soldi, vero?" Chiede preoccupandosi al pensiero che non accettino la valuta del suo mondo, prima di avere un improvviso ricordo. Si volta verso Björg e le tira delicatamente una manica per non rovinarle il vestitino. "Aspetta, ma noi abbiamo i soldi! Ricordi quel forziere che abbiamo buttato nel tuo zainetto??"
Björg ghigna complice. "Ma ceeerto..." Lo ha apposta con sé. Per Björg, il modo migliore per spendere parte del tesoro trovato dallo spiritello è cibo, divertimento e cosine carine.
Mia ghigna in risposta. "Beh, di sicuro ci meritiamo qualche bel regalino dopo tutta la fatica fatta da che siamo arrivati qui."
"Ovviamente! Dove volete andare come prima tappa? Forse ci sarà un depliant delle bancarelle in giro?" Björg prova a mettersi in punta di scarpette per potersi meglio guardare intorno, ma Madre Natura è stata molto parsimoniosa con lei. "Non vedo quasi nulla..." borbotta affranta.
"Beh possiamo magari fare il giro in senso antiorario e vedere tutto. Così poi ci ritroveremo di nuovo qui in direzione per potercene tornare al campo."
Mentre si guardano in giro notano dei pali di legno con affisse delle grosse pergamene. A colpo d'occhio, quello più vicino sembra essere una specie di mappa, probabilmente proprio della fiera! Accidenti, ci sono anche le frecce con le direzioni!
Dren ruota freneticamente lo sguardo attorno, spaesato dalla ressa di gente in piazza, per poi dirigersi verso una delle cartine appese.
“Qui!” esclama deciso, puntando un indice con forza verso un punto preciso del foglio, facendo al tempo stesso un segnale con la mano a Björg e Mia per attirare la loro attenzione. Pare piuttosto su di giri e affamato, a giudicare da come continua a leccarsi le zanne.
Mia gli trotterella incontro. "Ben fatto, Dren!" Si complimenta pattandogli un braccio prima di dedicarsi alla lettura della mappa con lui.
Il dito di Dren è puntato su un cerchietto nel quale è raffigurato un piccolo cilindro rosso a strisce verticali dalla cui sommità escono quelle che paiono delle cosce di pollo dorate. Rispetto alla piazza - impossibile da non notare per le dimensioni in paragone a tutto il resto - il punto si trova presso una delle strade secondarie sulla sinistra. Direzione verso la quale Dren si incammina senza esitare.
“Andiamo a mangiare, sì?” chiede speranzoso.
Mia schiocca la lingua mentre lo segue, iniziando già a salivare. "Basta che non sia arpia- cioè, poi dico così ma lo so che la mangerei lo stesso." Scuote la testa, sospirando profondamente con tanto disappunto per se stessa. Ma il suo stomaco brontola e lei vuole mangiare. Le manca il pollo. E la carne fritta. Le mancano le patate. E i dolci. "Ciboooo!" Quasi grida, sgambettando per superare Dren verso la bancarella.
Notando Mia superarlo, Dren inizia a correre per cercare di mantenere il suo passo, come se si trattasse di una gara a chi arriva prima.
“Björg muoviti o non rimarrà niente!” esclama, lanciando un’occhiata da sopra la spalla alla ragazzina.
Björg apre la bocca in un lamento mozzato. "Non lasciatemi indietrooo! Se mi perdo non vi ritrovo più!" C'è un motivo per il quale la ragazzina ha scelto un vestito giallo sgargiante: essere ritrovata tra la folla nel caso si perdesse. In questo momento, però, pensa che farebbe prima a diventare una nyotaimori - cospargendosi il corpo di cibo e sdraiarsi su una panchina - per attirare a sé Dren e Mia.
Con uno scatto degno di un kulutrek, Björg raggiunge Dren e lo prende per mano, continuando a correre insieme a lui. "Guai a te se mi lasci! Ti lavo al fiume con brusca e sapone!". Era una minaccia e l'avrebbe messa in pratica.
Spaventato a morte dall’idea di friggere per errore un intero tratto di fiume - e dover poi trovare una giustificazione valida per scusarsi - Dren si ferma un secondo per stringere la presa sulla manina di Björg forte abbastanza da poterla sollevare in sicurezza con uno strattone del braccio per portarsela a cavalcioni sulle spalle.
E poi riprende a correre per recuperare Mia.
“Contenta?! Tieniti quella roba profumata per te ora!” brontola indispettito.
"Yeeeeeeee!" strilla contenta Björg, muovendo gambe e braccia. "Alla carica! Ti adoro, Dren!"
Mia si ferma dietro alla fila in attesa davanti alla bancarella di cibo. Inala a fondo il profumo di carne ben cotta e mugola, ripulendosi la bavetta col dorso della mano. "Ooooh, sembra così buono..."
Björg scende dal mezzorco. "Che profumino..." sospira. "Bene, Dren. Ora contiamo su di te", dice, spingendolo quanto più vicino possibile agli altri estranei in fila.
“Cosa... dovrei fare esattamente?” domanda il diretto interessato con fare perplesso, cercando di non schiacciare nessuno degli sventurati in fila davanti a lui.
“Non posso passare avanti a tutti!” esclama a voce alta, senza preoccuparsi di essere udito.
Mia alza un sopracciglio e guarda Björg con fare dubbioso, avvicinandosi appena per parlarle a bassa voce. "Non possiamo passare davanti agli altri, e se ci sono maghi come quello della radura e decidono di menarci tutti insieme per vendetta?" Scuote la testa e patta una spalla di Dren. "Facciamo la fila da bravi bambini su."
Sentendosi urtare uno degli astanti si volta e vede Dren torreggiare su di lui. Impallidisce ed esclama con una cospicua dose di terrore nella voce: "Ma... ma è verde... è... è... è un orco!"
Il resto della gente in fila davanti al banchetto si volta, vede Dren e un coro di esclamazioni soffocate accompagna il sollecito diradarsi della clientela. In pochi minuti i tre si ritrovano soli di fronte a un altrettanto spaventato (e indispettito per i mancati guadagni) mercante.
"C-cosa posso servirvi?" chiede l'uomo.
Kanda entra nel villaggio, cercando di mescolarsi il meno possibile con la folla di paesani in festa. Raggiunge la piazza principale e, tenendosi sul limitare esterno, osserva ogni movimento attorno a sé alla ricerca di persone dall'aria sospetta o fuori luogo con il tema della festa.
Nessuno, però, attira la sua attenzione. Con un sbuffo irritato, Kanda estende le ricerche alle catapecchie a bordo piazza. Magari il gruppetto di loschi figuri si è infilato in una delle bettole che servono vino di bassa lega o magari si sta sbagliando e le tracce che ha seguito fin lì non sono di briganti, anche se ci crede poco. Inizia a girare attorno alla piazza, cercando di ignorare la musica molesta dei bardi.
Björg ride, anzi sogghigna. "Ma no, lui deve solo stare vicino, MOLTO vicino alle altre persone. Così sentiranno il suo profumo e magari qualcuno rinuncia a rimanere qui in fila preferendo un altro stand di cibo." Ha appena il tempo di spiegare il proprio, malefico, piano, che tutti quelli in fila davanti a loro - per un'altra ragione, ma va bene lo stesso - si eclissano. La ragazzina spinge Dren fino al ristoratore, poi si sporge verso quest'ultimo, spuntando da dietro la schiena del compagno di viaggio. "Due di tutto, per favore, una porzione extra di patatine maxi e tre birre".
Alla faccia dei mancati guadagni.
Mia annuisce con foga, guardando piena di emozione il cibo in mostra sul banchetto. Sembra tutto così buono. “Mi mancano le fiere nei miei paesi, dove se non vai via rischiando la gotta vuol dire che sei a dieta.”
Dren arrossisce rimanendo interdetto dalla sparizione delle persone, ma solo per un attimo prima che Björg si faccia avanti per chiedere il cibo.
“Per me lo stesso... ehm... per favore” chiede, ricordandosi le vecchie lezioni dei suoi compagni mercenari sulle buone maniere per riuscire ad ottenere ciò che si vuole senza menare le mani - o prima che si renda necessario.
Si sforza anche di sorridere al venditore in maniera il più innocua e gentile possibile, nonostante gli sia impossibile nascondere le grosse zanne laterali.
Mia lancia uno sguardo a Björg, confusa. "Il due di tutto è per entrambe o solo per te?"
"Il mio due è per voi. Io prendo solo le patatine" spiega la ragazza, in imbarazzo. "Ho la pancia piccola e voglio provare un po' di tutto anche in altri chioschi..."
"Ah! Okay, allora teniamo il tuo ordine, ma direi niente birra per me." Sventola una mano verso il signore dietro il banco. "L'alcol mi fa male alla pelle." Spiega accarezzandosi una guancia.
“Oh... ehm... allora come non detto” Dren fa cenno di diniego con la mano al tipo della bancarella.
L'uomo assume un'aria assai offesa e incrocia le braccia al petto.
"Signorina mia, lei è davvero poco informata sulle proprietà miracolose della nostra birra!" esclama. "La birra fa bene alla pelle, al cuore, è piena di vitamine e aiuta persino a prendere sonno, se bevuta prima di andare a letto!" Agita davanti a loro un dito accusatore, il timore di Dren del tutto svanito a causa della profonda indignazione. Senza aspettare una risposta, riempie i tre boccali di legno e si mette a preparare le porzioni doppie dei suoi succulenti stuzzichini. Man mano che procede, le appoggia in una bella fila ordinata sul bancone. Una volta finito rivolge al trio un'occhiata eloquente, tendendo la mano aperta.
Kanda conclude il giro esplorativo con un nulla di fatto e si ritrova di nuovo davanti alla bettola da cui era partito. La confusione è aumentata, anziché diminuire e ha la fortissima tentazione di tapparsi le orecchie. Impreca fra sé. Sa bene di non poterlo fare, si priverebbe di uno strumento per lui essenziale a individuare in mezzo al casino i rumori sospetti che possono dirgli dove si nascondano i tizi che sta cercando.
In realtà non sarebbero per nulla affari suoi, se un gruppo di stronzi stesse tentando di saccheggiare un villaggio approfittando della festa, ma odia profondamente quel tipo di gentaglia. Quindi, sì, intende trovarli e gonfiarli di botte.
Decide di svoltare in una via laterale, magari lì c'è meno gente e case lasciate incustodite.
Dren lancia un’occhiata di sbieco verso Björg e Mia, ricordandosi dello scrigno che si trovava all’interno dello zainetto della prima.
Björg paga il tipo e lo ringrazia. "Su, prendiamo tutte e andiamo a mangiarlo sui tavolini" dice, dando un vassoio di legno a Dren, uno a Mia, e tenendo lei stessa le birre.
Mia si carica della propria parte e la segue, già annusando felicemente il proprio cibo. "Profumo così buono!" Sospira deliziata. E' facile individuare un tavolino libero - sia perché la gente preferisce muoversi per la piazza che stare seduta, sia perché Dren fa venire alla gente l'improvvisa voglia di sgambettare via - e tra l'aver appoggiato il proprio vassoio e l'essercisi seduta davanti Mia si è già messa in bocca quattro patatine, mugolando in estasi.
Il Mezzorco segue le due ragazze con la sua cena fino ad un tavolo e si siede dirimpetto alle sue compagne, occhieggiando preoccupato le persone che leste si dileguano non appena incrociano il suo sguardo.
“Ho qualcosa che non va?” chiede a bassa voce, strappando un generoso boccone da una coscia di pollo fritta. “Non... sto sanguinando da posti strani, vero?!” si affrettò a domandare dopo poco, toccandosi di riflesso il naso. Si ricordava bene di una volta in cui aveva avuto epistassi a seguito di una scarica elettrica troppo potente e non si era accorto finché una delle sue compagne mercenarie per poco non era collassata a terra allo spettacolo.
Però in quel momento non sentiva bagnato sul viso né tantomeno l’odore acre e ferroso del sangue.
"No no, sei perfetto come sei." Mia lo rassicura con la bocca piena di carne. "È solo che pensano sei un orco brutto e cattivo." Scrolla le spalle.
Kanda percorre la stradina guardandosi attorno con circospezione. Finge di essere distratto dagli addobbi o di star leggendo i dettagli della fiera su una delle tante pergamene affisse su muri o inchiodate a pali. Arrivato a un bivio, un movimento brusco nella via laterale non manca di attirare la sua attenzione. Finge, tuttavia, di non essersi accorto di nulla e continua a leggere con impegno la pergamena, indicando anche alcuni luoghi sulla mappa che ritrae e annuendo fra sé. Un secondo movimento gli rivela che ci sono almeno due persone che armeggiano acquattate nel buio dell'arco d'ingresso d'una bella casetta.
Una coppia gli passa accanto e ne approfitta per fare una domanda a caso, giusto per farsi sentire dai ladri e giustificare la propria presenza.
"Scusate il disturbo," esordisce, sforzandosi di apparire gentile. "Ho letto che ci sarà una sfilata, a che ora è?
La coppia, a occhio marito e moglie, si ferma e la donna gli sorride.
"Benvenuto nel nostro umile villaggio, giovanotto!" lo saluta. "Non si tratta di una sfilata, ma di una gara di ballo. Si terrà laggiù," indica in fondo alla strada, nella direzione da cui è venuto. "Nella piazza principale e dovrebbe iniziare a momenti."
Bene, ma che notizia meravigliosa! Quindi il casino sarebbe aumentato da un momento all'altro.
"Grazie mille, signora."
La donna annuisce e saluta con la mano, imitata dal marito.
"Spero che parteciperai, fidati giovanotto, sarà divertentissimo!" lo esorta l'uomo, riprendendo a camminare.
Kanda annuisce di rimando, abbozzando un sorriso di circostanza che sfocia invece in un ghigno disgustato.
"Non mancherò," assicura, ignorando quanto oltraggiosamente falsa suonasse la propria voce.
Con la coda dell'occhio non manca di notare che il suo piccolo scambio di battute non è sfuggito ai due loschi figuri. Ora sanno che è un turista, magari stanno già considerando di assalirlo e derubare anche lui, giusto come antipasto prima di ripulire la bella casetta. Perfetto, ma perché non dar loro l'imbeccata creando l'occasione? Kanda ruota su sé stesso e si guarda attorno come se fosse incerto su quale strada imboccare, poi svolta in quella dove i due si stanno nascondendo, appiattiti nell'ombra contro il muro dell'ingresso.
Un passo dopo aver oltrepassato la casa i due gli saltano addosso.
Coglioni. Kanda si abbassa e schiva, godendosi lo spettacolo del loro tuffo sul duro selciato della stradina. Sorpresi, i due si girano verso di lui lanciandogli occhiate rabbiose.
Tch. Idioti. Si burla di loro sollevando la mano aperta e, muovendo le dita, mima un cenno con la palese intenzione di schernire, invitandoli a farsi sotto.
I due non si fanno pregare, si rialzano e in un lampo gli sono addosso.
"Bastardo!" grida il primo, ma la sua voce viene inghiottita dal riprendere della musica.
"Ti cancelleremo dal viso quel ghigno!" tuona il secondo. "Ti pentirai di essere nato!"
Sì, certo, non la vedono la sua faccia? È già pentito, di dover sprecare con loro tempo ed energie, però! Schiva il primo e assesta un calcio in culo al secondo. Prima che possano riprendersi e caricare di nuovo estrae la spada e si mette in guardia, le labbra distese in un ghigno compiaciuto. Alla vista della lunga katana i due si scambiano un'occhiata d'intesa e se la danno a gambe.
Eh, no! Non possono interrompere il suo divertimento così! Kanda scatta subito e gli corre dietro.
I due sfrecciano fino alla piazza e si tuffano fra la folla di ballerini improvvisati. Cazzo! Kanda rinfodera la spada e, suo malgrado, si avventura controvoglia sulla pista da ballo improvvisata. Riceve subito la prima spinta, viene urtato da una culata, strattonato da una specie di zingara e infine viene afferrato da un donnone corpulento che lo costringe a piroettare con lei in mezzo alla pista. Con l'agilità di un gatto le sfugge appena questa gli lascia una mano per fare la giravolta e schizza a bordo pista, dove ha visto dirigersi i due ladri del cazzo.
Ignara di quanto avvenga dall’altro lato della piazza Mia si patta felicemente la pancia piena. “Ci voleva! Ci voleva proprio! Se solo questo posto non fosse così lontano dal campo tornerei qui a mangiare anche tutti i giorni, altro che arpie arrosto!” Poggia i gomiti sul tavolo e sorride ai suoi compagni di viaggio. “Voi che dite, lo facciamo un giro alla ricerca di dolci?”
Björg si fa pensante. Porta una mano al mento e abbassa lo sguardo. Proprio in quel momento nota un depliant in terra che attrae la sua attenzione. Sposta una scarpetta che lo copre in parte e si abbassa per leggere meglio. "Una gara di ballo... Come primo premio c'è un pranzo gratis per quattro persone al ristorante più chic della capitaleee!" La voce di Björg è un in crescendo, per sfociare in un urletto. Raccoglie il foglio e lo mostra agli altri. "La gara sta per iniziare!" esclama entusiasta. Non era mai stata nella capitale! Non aveva mai mangiato in un ristorante di lusso!
Mia rimane a bocca aperta a leggere il depliant. Nemmeno lei è mai stata in un ristorante di lusso e ora si sente un po’ come investita da un treno al pensiero. Potrebbe essere un’occasione perfetta per mangiare cibi esotici, qualcosa di mai provato prima, allargare i suoi orizzonti culinari. E magari anche indossare il suo vestitino più carino! Sorride, pensando a se stessa seduta a tavola con tre dei suoi pupazzi come compagni di cena finché non realizza con un brusco risveglio che probabilmente hanno più possibilità di vincere se ci provano tutti e tre e promettono di portare gli altri. Il che lascerebbe purtroppo a casa due dei suoi pupazzi come compagni di cena. Sospira profondamente, cercando di convincersi che i pupazzi non se la prenderanno a male, e annuisce. “Partecipiamo! Facciamogli vedere quel che sappiamo fare e poi andiamo a goderci quella cena! Tra noi tre di sicuro qualcuno riuscirà a conquistare il primo premio!”
Dren finisce di ripulire sovrappensiero l’ossicino dell’ultima coscia di pollo, raschiando rumorosamente la diafisi contro la zanna sinistra, per poi lasciarlo cadere nel cestino di cartone assieme ai suoi fratelli.
La sua attenzione è rivolta a ricordi lontani e nebulosi nella memoria riesumati dalle parole di Björg.
Una grande e caotica città nel deserto piena di minuscole strade e edifici accozzati assieme dove per lui sembrava non esserci posto. Subito dopo si ritrova catapultato in un orripilante flashback dell’orfanotrofio in cui suo malgrado è cresciuto, senza mai avere la possibilità di sapere se qualcosa di buono esisteva in quella squallida città di mercanti.
Con un brivido ritorna coi piedi per terra, costringendosi a mantenere l’attenzione su Björg e Mia, consapevole che il passato non sarebbe più tornato.
“Io non so ballare. Non vorrei farvi fare brutta figura con gli altri... e farvi perdere il premio” esclama imbarazzato “Mi dispiacerebbe”.
Mia lo guarda sorpresa per un momento prima di allungare una mano a pattargli un braccio. "Ehi, non preoccuparti. Anche se non dovessimo vincere il premio almeno ci divertiremo, no? L'importante è passare una bella serata, se poi c'esce cibo gratis meglio!" Ghigna apertamente. "Poi magari chi lo sa se scopri che hai la danza nel sangue a provarci?"
“In effetti non ho mai provato” ammette il Mezzorco in tono più leggero, alzando gli occhi verso il cielo “... a parte a quella celebrazione di paese, ma non penso sia classificabile come ‘ballo’ lo zompettare qua e là rischiando di pestare i piedini di Björg ad ogni passo...” soggiunge pensieroso.
Ignora volutamente la parte sul cibo gratis, un po’ perché al momento è sazio, un po’ perché non è del tutto convinto di partecipare se la cosa gli richiede andare in qualche posto affollato ed eccessivamente civilizzato.
“Andiamo a vedere se ci sono ancora posti liberi per la gara?” chiede poi, alzandosi in piedi.
"Bravo, Dren! Così ti voglio!" esclama Björg, alzandosi a propria volta. "Al villaggio eri stato molto bravo, vedrai che con un alto boccale di birra si può solo migliorare!" Prenden per mano sia Mia che Dren. "Sì, andiamo a iscriverci! Uno per tutti e tutti per uno!"
Dren tracanna quel che è rimasto della sua birra, quindi si alza in piedi e gonfia i muscoli fino a far tendere le maniche corte della maglia bianca che indossa sotto il gilet aperto.
“Andiamo!” esclama con entusiasmo, forse un po’ troppo a giudicare dalle occhiate spaventate che gli giungono dai passanti, ma lui li ignora tutti.
Afferra per i polsi sia Mia sia Björg e se le trascina appresso di buona lena, in direzione della piazza.
C'è ancora più movimento lì, rispetto a quando erano arrivati.
Trovare il baracchino per le iscrizioni non fu facile in mezzo a quella bolgia, motivo per il quale c'erano ancora parecchi posti liberi.
Sembrava quasi voluto dal fato.
Il trio si iscrisse e li avvisarono che le selezioni sarebbero partite a breve, e che per il momento c'erano le danze libere.
"Andiamo a scaldarci un po'?" propone Björg, aggiunstandosi la gonna del vestito, un po' meno gonfia rispetto a quando erano arrivati, ma sempre graziosa.
“Sgomineremo tutti!” Mia ghigna con uno sguardo negli occhi che preannuncia la morte di chiunque si metta contro di lei.
“D’accordo, ma cerchiamo un posto un po’ meno... affollato” commenta il Mezzorco. Già farsi largo nella calca fin lì senza mandare nessuno K.O. era stata un’impresa non da poco considerata la sua notevole stazza.
Kanda impreca ad alta voce, tanto con quel casino non lo sente nessuno. Maledetta seccatrice ballerina, per colpa sua gli sono sfuggiti! Non possono essere svaniti nel nulla, devono essere lì intorno!
Una pioggia di sassolini e paglia gli cade intorno a pioggia. Imprecando ancora più forte Kanda si scansa, solleva lo sguardo verso l'alto ed esulta: eccoli là i due bastardi! Un momento, ma ora sono in tre! E altri due già sono appostati dietro al palo cui è ancorata la corda portante che regge il drappeggio di quelle cui sono appese le lanterne per illuminare la pista da ballo. Che hanno intenzione di fare lassù? L'intento dei primi tre, invece, è piuttosto chiaro: stanno cercando di arrampicarsi sul tetto di legno e paglia di una delle casette, ma devono essere scivolati. Uno dei tre penzola mezzo nel vuoto, trattenuto solo dalla presa del compagno sul suo braccio. Ti sta bene, idiota del cazzo, se precipiti e ti sfracelli fai un favore al mondo! In realtà non è abbastanza alta quella casa, peccato. Però sarebbe un bello spettacolo se il suo brutto muso baciasse la strada... Kanda dà una moneta al gestore del banchetto vicino a lui, che guarda il caso è il tiro a segno, e afferra arco e frecce, toglie la protezione di stoffa legata alla punta della prima, la incocca, tende bene la corda e prende la mira.
La freccia si pianta dritta nella chiappa dell'uomo appeso, che grida per il dolore.
Non ci sono molti posti in piazza che non siano affollati, ma i tre riescono a trovare almeno un angolo dove non sembra esserci eccessivamente ressa. È un bene visto il modo in cui Mia si agita a ritmo di musica, badando poco alle occhiate stranite che le lanciano i locali mentre getta le braccia per aria e ondeggia tutta.
Björg, invece - il suo vestitino per l'esattezza - è troppo voluminosa per tutte quelle persone accalcate vicino a lei. Cerca di farsi spazio sulla pista come può, con non molti risultati, se non quello di perdere sempre più di vista Mia e Dren, trascinata in parte dalla folla.
La ragazza sta andando nel panico, già pensando che non riuscirà mai più a ritrovare le due anime gemelle della tavola calda, che va a sbattere il muso in malo modo contro la schiena di qualcuno. "Ouch..." Non poteva finire addosso a qualcuno di un più morbido? "Mi scusi" dice, tenendosi una mano sul naso. Solleva lo sguardo ed è certa che quella birra doveva avere una gradazione alcolica più alta del previsto. "... Kanda?".
Dren approfitta dello spazio extra a bordo pista per cercare di sciogliere i muscoli, irrigiditi un po’ dall’imbarazzo e un po’ per la mancata abitudine a muovere così tante parti del corpo contemporaneamente in maniera coordinata.
Di certo vedere Mia che comincia ad agitarsi in modo incoerente lo aiuta a lasciarsi alle spalle almeno in parte il disagio.
Nel mentre che è lì a dimenarsi - facendo particolare attenzione a non sbattere contro altre persone e soprattutto a non calpestare Mia - nota quasi di sfuggita che una certa ragazzina avvolta in voluminosi fronzoli giallo acceso non è più in vista.
“Ehm... Mia? Hai visto dove si è cacciata Björg?” chiede perplesso, rallentando nei movimenti.
Mia si guarda attorno, saltellando da un piede all'altro, fino ad individuare quella crostatina al limone di Björg - e per un momento dimentica la domanda, sbattendosi una mano in faccia. "Una crostatina al limone! Ecco cosa mi ricorda Björg stasera!"
L'oscillazione prodotta dal contraccolpo della freccia che va a segno e la conseguente compromissione dell'equilibrio, dovuta in parte anche allo stupore, fanno perdere al ladro la presa. Scivola sulla paglia, annaspando in cerca di un nuovo appiglio e impreca in modo colorito. Per sua fortuna il compare riesce a riacciuffarlo per le cinghie di cuoio dell'armatura ed entrambi tirano un sospiro di sollievo. Passato il pericolo si sporgono per guardare chi sia il colpevole di quell'attacco. Kanda schiocca la lingua e sbuffa, deluso. "Bastardo!" gli grida il primo tizio, tastandosi la chiappa nel tentativo di cercare d'estrarre la freccia. "Tch!" Kanda ghigna, preparandosi a scoccare un'altra freccia. Proprio in quel momento, però, qualcuno lo urta da dietro, facendo partire la freccia prima che fosse pronto. "Cazzo!" esclama, aspettandosi che si pianti chissà dove, invece piglia in pieno il secondo ladro, trapassandogli una spalla. Il risultato è lo stesso che si prefiggeva, solo che lui progettava di fare una coppia di chiappe. Be', pazienza, il tizio sta comunque ruzzolando di nuovo giù per il tetto. L'urlo che lancia tuttavia s'interrompe, sostituito da un'esclamazione accorata, quando viene afferrato e salvato per la seconda volta dal compare.
"Dio santissimo incoronato in croce! Grazie Tim, sei un mito!"
L'uomo, non si sa come, riesce a cambiare la presa passando al braccio sano e gli impedisce di cadere. Rimesso in piedi il compare, lo stronzo gli fa pure ciao con la mano. Kanda si volta, furente, deciso a dare una bella ripassata a chiunque l'abbia urato rovinandogli la festa e sgrana gli occhi, trovandosi di fronte la ragazzina. "Ma che cazzo, proprio adesso ti presenti?!" esclama, poi si gira, perché nonostante la musica sente le risa del gruppetto di idioti. "Non ho mica finito con voi!" aggiunge tendendo di nuovo l'arco. Il terzo ladro cerca di aiutare i primi due a portarsi fuori tiro, ma Kanda è più lesto e scocca, centrando con precisione la chiappa sana di quello che ha colpito per primo. L'uomo ulula. "Cazzo! Cazzo! Maledetto stronzo!" Kanda ghigna soddisfatto e torna a voltarsi verso Bjorg. "Adesso hai la mia attenzione: che cazzo vuoi?"
Björg fissa ancora Kanda. Si pizzica una guancia, poi l'altra. Fa male. "Non è un sogno... Sei davvero tu... E sei qui alla festa!", esclama Björg. "E perché giochi al tiro al bersaglio con le chiappe di quei tipi?". È tutto così assurdo che il cervello di Björg fa fatica ad elaborare - a partire dalla presenza di Kanda lì, senza apparente senso logico.
Kanda sbuffa e rotea gli occhi al cielo.
"Non sono alla festa," precisa e indica verso il tetto. "Ho seguito qui quella feccia. Si aggiravano intorno all'accampamento e di certo non per passare a salutarci. Non volevo correre il rischio di ritrovarci addosso altra merda. Meglio prevenire."
"Oh... Quindi sono brutti ceffi che potrebbero causa danni a noi e alla festa?" domanda Björg a voce alta, per farsi sentire al di sopra della musica.
“Mia, penso dovremo andare a cercarla...” mormora Dren dopo un po’, iniziando a preoccuparsi del fatto che Björg ancora non sia ritornata “Non so se è capace a ritrovare la strada fin qui... specie con tutta questa gente in mezzo... e lei è così piccolina...”.
"Vero, vero." Annuisce e alza le braccia. "Mi metti in spalla? Vediamo se la vedo dall'alto?"
“Certo! Sali su” Dren si abbassa leggermente e intreccia le mani per fare da scalino a Mia.
Mia gli si arrampica sulle spalle per poter guardare al di sopra della folla. Non che pensi di poter riuscire ad individuare Björg nemmeno così, non con tutta quella calca, ma improvvisamente il suo sguardo coglie la presenza di Kanda a bordo pista e da lì è facile trovare la nuvoletta di stoffa gialla che è Björg. "Laggiù!" Grida indicando con un tutto il braccio. "Björg è con Kanda!"
Dren sobbalza leggermente sotto di lei e si addentra nella folla seguendo la direzione indicata dal suo braccio.
È con sollievo che dopo diversi minuti e infiniti “scusate” e “permesso, attenzione ai piedi” riesce finalmente a raggiungere i due.
“Oh, Kanda! Pensavo... fossi rimasto nell’accampamento” commenta con aria confusa, squadrandolo come se non capisse come poteva essere arrivato fin lì.
"Ce li abbiamo! Che fate ancora lì? Muovetevi!"
Uno dei due ladri che stavano armeggiando intorno a uno dei pali portanti che reggevano l'illuminazione della piazza sventola un sacco bello pieno.
Cosa contenga non è visibile, ma Kanda non ha difficoltà a immaginare che si tratti di refurtiva varia, più probabilmente un cospicuo gruzzolo di monete d'oro.
"Toglimi le frecce dal culo e teliamo, Tim!"
"Lo farei volentieri, ma prima devi togliere tu a me quella nella spalla!"
"Merda," esclama l'uomo e si afferra meglio alla spalla sana di Tim. Con un brusco strattone spezza l'asta della freccia e poi la preme con forza dentro la ferita.
"Aaaargh!" ruggisce Tim e stringe i denti, aggrappandosi a sua volta al compare, che afferra la punta della freccia appena uscita e la tira fuori per gettarla via.
Tim geme e, dopo aver roteato un paio di volte la spalla per saggiarne le condizioni, estirpa di forza prima luna e poi l'altra freccia dal fondo schiena del compare.
"Cazzo!" urla quest'ultimo e, zoppicando, segue Tim sulla sommità del tetto.
"Addio, impiccione!" gli gridano entrambi, mettendosi al sicuro sul terrazzetto della casa accanto al palo.
Kanda getta l'arco sul banchetto del tiro a segno. Non ha tempo di comprare altre frecce, gli tocca seguire quegli stronzi!
"Vaffanculo," borbotta e si attacca allo stipite della porta, issandosi sulla piccola tettoia che la sovrasta e, arrivato alla finestra del primo piano, riesce ad aggrapparsi al bordo del tetto e tirarsi su.
"Ehi, quello ci viene dietro!"
"Ignoralo, tanto non può farci niente!"
"Questo è tutto da vedere," borbotta fra sé Kanda.
Mia osserva Kanda andare all'inseguimento e abbassa lo sguardo su Björg e Dren. "Be, direi che Kanda si sta divertendo. Che dite, noi andiamo a comprare altro cibo? Ci starebbe del dolce."
“È da un po’ che non mangio qualcosa di dolce” ammette il Mezzorco sovrappensiero, seguendo distrattamente l’agile ascesa di Kanda con la consapevolezza che lui una cosa del genere non sarebbe in grado di farla - almeno non senza fare danni alla struttura.
“Ma Kanda riuscirà a farcela da solo? Forse dovremmo seguirli... e magari se quelli scendono potrei metterli K.O. a pugni” aggiunse, picchiando un pugno nel palmo aperto dell’altra mano.
"Possiamo seguirli dalla strada, finché non scendono dai tetti, oppure ignorare Kanda... Certo che se voleva proprio venire alla festa poteva trovare una scusa migliore..." mormora Björg, sorridendo. "Io sarei per ignorarlo, visto che non mi ha nemmeno risposto".
“Ma sì, lasciamolo a divertirsi e andiamo a comprarci i dolci!”
"Ottimo!" annuisce Björg. Prende per mano sia Mia che Dren e si lascia portare ovunque vogliano. Se Kanda avesse bisogno di una mano lo avrebbero capito senz'altro.
Kanda raggiunge il camino, ma i ladri sono già saltati sul tetto della casa accanto. Be', di certo non possono correre su quei tetti di paglia, li raggiunge e... gli sembra di dimenticarsi qualcosa. Guarda in basso e vede i suoi compagni confabulare e poi lanciare un'occhiata nella sua direzione: ecco cos'era! La ragazzina gli aveva chiesto perché inseguisse i cinque idioti laggiù!
Pazienza, ormai si stanno allontanando. Di sicuro tornano a mangiare o ballare, ora che sanno cosa sta accadendo terranno le orecchie dritte. Almeno spera.
Salta sul tetto accanto ed estrae la spada.
"Oh, ma è proprio cocciuto!" esclama uno dei ladri.
"Ci penso io, sta a vedere, Tim!"
Kanda non fa in tempo a muovere un altro passo che l'idiota taglia una delle corde che reggono le lanterne, prende la prima che scivola verso di lui e la apre. Con un ghigno crudele rovescia parte dell'olio sulla paglia e poi avvicina la fiamma.
"Sei proprio stronzo," commenta Tim. "Filiamo prima di finire arrosto!"
Il tetto prende fuoco in fretta e Kanda si sbriga a seguire i ladri prima di finire per sprofondare. Purtroppo anche le altre lanterne scivolano, andando a infrangersi contro la casa.
Il ladro ferito continua a tagliare le corde, innescando altri focolai d'incendio.
"Devo sbrigarmi, prima che questi bastardi finiscano per bruciare l'intero villaggio!", si dice Kanda, cercando di raggiungerli.
Ignari del principio d'incendio, Dren, Björg e Mia hanno preso altro cibo e si apprestano a iniziare le danze insieme a una folta folla di paesani.
I giudici sembrano bene impressionati dalle capacità di Björg e Mia, un po' meno dalla grazia di Dren, ma il trio sembra comunque riscuotere molto successo.
Presto i partecipanti rimasti in gara sono dimezzati e i giudici sembrano avere occhi solo per il fascinoso trio.
L'ultima danza finisce e i giudici chiamano il podio. Sorpresi, i nostri eroi vengono chiamati fra i primi tre.
"E i vincitori sono... I nostri ospiti forestieri! Ehm, Mia... Dren e... e..." L'uomo sembra avere difficoltà a pronunciare l'ultimo nome. "Bigiorg," dice infine.
Mia corre ad abbracciare il giudice e solleva la coppa, raggiante.
È proprio in quel momento che nota il fumo; e le fiamme; e Kanda che si afferra a una delle corde cui si reggono festoni e luci e si lancia sui loschi figuri di poco prima, falciandoli in sequenza a calci.
I ladri precipitano muso a terra davanti alla folla spaventata e incazzata. Per sua sfortuna, uno di loro stringe ancora una lanterna in mano cosa che suscita una reazione molto poco amichevole.
"Incendiari!" grida uno.
"Dove sono le guardie?!" strepita un altro.
Kanda atterra in piedi accanto alle proprie vittime poco dopo, strappa il sacco con la refurtiva dalla tracolla di quello che parrebbe il capo-brigante e lo mostra a tutti.
"Non so quali case abbiano derubato, ma è tutto qui dentro," dice. "Purtroppo non ho potuto impedire che appiccassero il fuoco."
(finite a piacere, tipo che il ladri cercano di scappare e li agguantate voi, poi mezzo villaggio tocca che spegne l'incendio e il podestà/capo villaggio ci rifocilla a volontà per ringraziarci - le bancherelle sono nella metà sana del villaggio XD)
Dren, che ha le mani libere, come sente le grida di allarme dei paesani scatta rapidamente verso i piromani, lieto di poter fare del vero esercizio fisico dopo tanto roteare sul posto. Prima che la coppia di mascalzoni inizi a darsi alla fuga per le strade, il Mezzorco è su di loro.
Li afferra per il colletto e li solleva facendoli penzolare coi piedi nel vuoto. I due scalciano nel vano tentativo di colpire il loro aguzzino, ma Dren li scuote con una certa violenza per dissuaderli.
“Lasciaci, stupido gigante!” brontola uno dei due.
L’altro rantola e tossisce, cercando di allentare con le mani la stoffa della maglia, che gli sta premendo contro la giugulare.
“Soffoco...!” geme terrorizzato.
Dren continua a trattenerli, fissando nella generica direzione della piazza.
“Qualcuno lo guardie le ha chiamate o devo portarli a spasso finché non ne incrocio una per caso?” chiede a voce abbastanza alta, per farsi sentire da più pubblico possibile.
Proprio in quel momento, ecco che Björg compare con delle guardie al seguito.
"Come volevasi dimostrare, Kanda gliene ha suonate quattro" mormora la ragazza.
Le guardie si occupano di legare i criminali - che non hanno la minima intenzione di resistere, poiché sono già stati gonfiati abbastanza.
Purtroppo nessuno dei nostri eroi ha poteri legati all'acqua e il poco ghiaccio che riesce a produrre Björg non serve contro le fiamme, dunque lasciano l'incendio a chi di dovere. Kanda rimane a testimoniare con le guardie, Björg e Dren tornano da Mia, che nel frattempo già spiegava che quelli erano i suoi amici, e che hanno salvato il villaggio.
Tra le infiocchettature di Mia e il fatto che sono effettivamente appena stati declamati anche i vincitori della gara, il sindaco del villaggio e i giudici suoi consiglieri decidono che i nostri eroi meritano di essere ringraziati a dovere e invece di una sola cena in un ristorante di lusso gli viene regalata la possibilità di andare a cena lì per ben tre sere a loro scelta. Mia li ringrazia con le lacrime agli occhi, commossa all’idea di tanto ben di dio gratis, e quando finalmente lasciano il villaggio per tornare al campo è tra i saluti calorosi degli abitanti che gridano ai nostri eroi di tornare pure quando vogliono.
Titolo: Turno di notte
Fandom: D.Gray-man
Rating: Verde
Turno di notte
Ci mancava l'albergo a ore. Il mondo degli Alfa e degli Omega era una specie di universo parallelo, una cerchia chiusa che riproduceva tutti i comportamenti degli esseri umani 'normali', inclusi quelli moralmente discutibili.
A essere sincero, Lavi non si aspettava che li spedissero a investigare su un giro di prostituzione di Omega. Per qualche ragione si era convinto che avrebbe visto solo delitti, più o meno efferati, con o senza movente sessuale. Si stava rendendo conto pian piano che invece non sarebbe stato così.
– Cerca di non fare casini. – gli arrivò in cuffia la voce seccata di Yuu.
Lavi rise fa sé. Be', di certo non l'avrebbe perso d'occhio, era troppo succosa l'opportunità di vederlo nel ruolo del gigolò Alfa in cerca di marchette. Nella stanza di un albergo, poi, era davvero il massimo.
– Sono in posizione stai tranquillo, non mi sfugge una mossa. La finestra centrale di questo palazzo è a un'altezza perfetta, ti inquadro tutto, fino a vedere la porta.
– Sarà meglio per te, non voglio ritrovarmi a pestare prostitute Omega. Mi hanno visto entrare e le loro facce non promettevano niente di buono.
Lavi rise ancora, questa volta più forte e non riuscì a mascherarlo.
– Pensano che tu voglia fregargli il lavoro, devi capirli.
Lo sbuffo irritato che giunse in risposta gli fece capire che se fossero stati faccia a faccia si sarebbe preso un pugno sul naso, per quella frecciatina. Non poteva escludere che Yuu si vendicasse lo stesso in seguito, ma non era affatto pentito. Punzecchiarlo era troppo divertente, col carattere che si ritrovava. Gli piaceva tanto anche per quello.
– La prossima volta ti cospargo di bava e fai tu da esca.
Il tono di Yuu quando minacciava qualcuno era così gelido e letale che non mancava mai di farlo rabbrividire. In questo caso anche per il disgusto, vista la natura della minaccia. Trovava divertente che definisse 'bava' l'umore secreto dagli Omega, ma assai meno la prospettiva di toccarlo.
– No, grazie, non ci tengo affatto.
Yuu si avvicinò alla finestra e gli fece il gesto del dito, sul viso una smorfia compiaciuta.
– Allora chiudi il becco e fa' il tuo lavoro! – sibilò dritto nel microfono.
– Agli ordini, signore!
Yuu ignorò quest'ultima risposta irriverente e tornò verso il letto. Molto presto qualcuno avrebbe bussato, se la sceneggiata che avevano montato davanti all'albergo avesse avuto l'effetto sperato. Il loro maniaco non avrebbe mancato di far visita al nuovo Alfa e l'avrebbero beccato sul fatto.
Era convinto che quell'appostamento sarebbe durato un paio d'ore al massimo e forse era un bene, perché nemmeno Yuu aveva gradito quell'incarico. Camminava avanti e indietro per la stanza, controllava la porta, la finestra e poi tornava a sedersi sul letto. Era chiaro da come si muoveva che fosse molto irritato di ritrovarsi vestito da prostituta, soprattutto se l'attesa si prolungava, come stava diventando probabile accadesse. Sbuffò e guardò verso di lui, come se sapesse quel che stava pensando.
– Mi sono rotto d'aspettare, quello non viene. Deve aver annusato la trappola.
– Ma non possiamo andar via dopo solo tre ore, il capo ci farebbe neri!
Yuu schioccò la lingua, come sempre quando resisteva all'impulso d'imprecare.
– Lo so, cazzo! Gli do un'altra ora, poi chiamiamo la centrale.
– Ricevuto.
Che bello, prevedeva una furiosa litigata con il commissario Tiedoll. Yuu si distese sul letto, un braccio piegato a sostegno della testa. Sbuffò ancora una volta, lo sguardo fisso sul soffitto. Poteva immaginare che stesse contando ogni singola crepa e ragnatela che vi si trovavano, invece dopo nemmeno un minuto chiuse gli occhi.
Si aspettava di vederlo cambiare posizione cento volte con stizza, Yuu invece restò immobile. Gettò uno sguardo sulla strada sottostante, per controllare la folla di prostitute e clienti, cercando di capire se il loro maniaco potesse essere là in mezzo, in attesa del momento giusto per entrare nell'albergo.
Confrontò le foto, erano gli stessi di quando si erano appostati. Voleva aggiornare Yuu, ma notò che non si era più mosso: che si fosse addormentato? I lineamenti del viso si erano rilassati, doveva davvero essersi addormentato. Be', avevano avuto una giornata piuttosto intensa, non poteva certo biasimarlo se era stanco. Trovava la differenza fra l'impressione che dava l'aspetto di Yuu e quella che lasciava il suo comportamento abissale. Adesso, mentre dormiva, si sorprese a fare un confronto fra i due Yuu. Da fuori, Yuu era un giovane Alfa di bellezza incredibile. Lo conosceva da nemmeno un mese e aveva già assistito all'immagine mentale di lui che un mucchio di persone s'era fatto andare in frantumi nel momento in cui Yuu aveva aperto bocca.
Fece scorrere lo sguardo sui lunghi capelli neri. Per quell'incarico li aveva legati in una coda bassa, e trovava che gli stessero persino meglio che pettinati come li portava di solito. Non si era voluto truccare, ma anche così l'effetto era da togliere il fiato, considerando il modo in cui i pantaloni di pelle che gli avevano fornito alla centrale ne fasciavano il corpo. Avrebbe voluto ammirarlo a torso nudo, ma il lupetto senza maniche che indossava era aderente a sufficienza da dargli una bella idea del fisico da urlo di Yuu. Era strano che non avesse nemmeno una cicatrice, considerato il lavoro che faceva. Per lo meno sul viso, dal momento che più di quello e le braccia per adesso non era riuscito ad ammirare, ma c'era tempo no? Si soffermò sui lineamenti orientali, che gli conferivano quel non so che di esotico. Occhi castani dalla forma appena un po' allungata, carnagione chiara come quella di una geisha, naso sottile, zigomi pronunciati e mento affilato, il tutto completato da sopracciglia ben disegnate. Erano in molti a definirlo effeminato quando Yuu non era a portata d'orecchio, ma a lui non dispiaceva per niente. Chissà, magari era anche per quello che aveva sviluppato un carattere così brusco, era una specie di difesa.
Interruppe la piccola analisi che aveva iniziato per prodursi in uno sbadiglio. Incrociò le braccia sulla scrivania davanti a sé e appoggiò il mento sopra le mani intrecciate, in modo da poter continuare a guardare attraverso l'obiettivo puntato sulla camera dov'era Yuu.
Un gran trambusto gli fece alzare la testa di scatto: cazzo, si era addormentato?! Vide la porta aperta e un uomo che lottava con Yuu sopra al letto.
– Non puoi ingannarmi, so chi sei! – gridò l'assalitore.
Yuu ghignò e in pochi secondi ribaltò la posizione, sferrando al malcapitato Omega un poderoso pugno dietro la nuca.
– Ti sei addormentato, brutto idiota?!
Diceva a lui. Se n'era accorto ed era furioso, glie lo leggeva in faccia anche assonnato com'era.
– Mi dispiace! Eri così tranquillo sul letto che mentre ti osservavo sono crollato senza rendermene conto! Meno male che ti sei svegliato in tempo!
Yuu ammanettò l'uomo e lo rovesciò a pancia sopra per perquisirlo.
– Io non dormivo, al contrario di te! – sbottò. – Bingo! – esclamò subito dopo, mostrando il sottile filo di nylon con cui l'assassino che cercavano strangolava le vittime. – Con me volevi andare di coltello, eh?
Gli sferrò una gomitata in pieno petto, nonostante fosse svenuto.
– Che vuoi fare? Lo svegliamo per interrogarlo qui?
– No, muovi il culo e vieni ad aiutarmi, togliamo le tende e lo portiamo in centrale.
Lavi si affrettò a rispondere, prima che Yuu si sfogasse di nuovo sull'Omega per colpa sua.
– Volo!
Raccattò in fretta e furia la macchina fotografica e il cavalletto, ripose il tutto nella sacca con il resto dell'attrezzatura e uscì di corsa dall'appartamento. Quando entrò nella stanza dell'albergo, Yuu era al telefono con il commissario.
– Sì, l'abbiamo preso. Sì, lo riporto tutto intero, per chi mi prendi?
Lavi rise piano, coprendosi la bocca con la mano per evitare che Yuu se ne accorgesse, ma Yuu si voltò all'istante verso di lui. Doveva essere vero che gli Alfa avevano i sensi molto più sviluppati del normale. Chiuse la conversazione e lo fissò in cagnesco.
– Afferralo per i piedi. – ordinò.
Obbedì e insieme lo sollevarono di peso.
– Ha detto che ti conosceva. È possibile che stesse sfidando te?
– Forse. I maniaci sono tutti fuori di testa, chi può dirlo?
Non poteva evitare il pensiero che Yuu avrebbe potuto restare ucciso per colpa sua.
– Già. – mormorò.
Infilarono l'Omega in macchina cercando di farlo stare seduto. Chiuse lo sportello e l'uomo si inclinò da un lato.
– Guido io. – annunciò Yuu.
– Devi averlo colpito parecchio forte, è ancora fuori combattimento.
– Certo che l'ho colpito forte. Voleva sbudellarmi il bastardo.
Lavi sorrise e sollevò entrambe le mani.
– Ah, io sono dalla tua parte.
– Bene. Stasera potrei anche accettare quella birra.
Aveva... appena detto che accettava di andare a bere qualcosa con lui? Meglio approfittare prima che si pentisse!
– Scarichiamo la zavorra e te ne offro due! – esclamò.
Gli angoli delle labbra di Yuu si incurvarono: sorrideva? Oh, quello era un buonissimo segno. La serata prometteva di non finire poi così male, dopo tutto!