Furto con Scasso - capitolo 2
Feb. 17th, 2021 09:17 pmTitolo: Furto con Scasso
Fandom: D.Gray-man
Rating: Verde
COWT 11 - Seconda settimana
Missione 1
(strofa: "Penso più veloce per capire se domani tu mi fregherai
Non ho tempo per chiarire perché solo ora so cosa sei")
Furto con Scasso - capitolo 2
Secondo lui era imperativo cercare di contattare il patrigno, dopo il messaggio striminzito che avevano ricevuto la sera precedente nella chat della famiglia. Il detective avrebbe magari potuto far localizzare il telefono di Tiedoll col GPS, per esempio. Sospirò piano e decise di non far leggere il messaggio a Lavi, per il momento. Era assai più importante che gli fosse ben chiaro in cosa si stava andando a cacciare, perché l'interesse che mostrava era palese e metterlo in guardia riguardo al gran caratteraccio di Kanda era quanto mai necessario.
– Nostro fratello può essere veramente stronzo, è meglio che tu ne sia consapevole, in caso decidessi d'insistere con lui. – ammonì.
Lavi offrì un sorriso imbarazzato, tormentandosi la rossa chioma ribelle.
– Sì, l'ho notato – disse – lo terrò bene a mente, promesso. Fatevi sentire se ci fossero cattive notizie riguardo vostro padre, mi raccomando.
Daisya annuì e gli porse la mano.
– Contaci – gli assicurò.
Lavi strinse quella mano con calore. Daisya lo accompagnò fino alla porta, giusto per assicurarsi che Kanda lo sentisse andar via.
Lavi non sapeva cosa pensare né di Kanda né dei suoi fratellastri. Forse erano soltanto una famiglia eccentrica, considerato chi era il loro patrigno. Diede un altro saluto con un cenno del capo e scese i due piccoli gradini dell'ingresso. Con sua somma sorpresa, nel piccolo giardinetto lo aspettava l'altro fratello: non si era nemmeno accorto che fosse uscito prima di loro!
– Comunque, io sono Marie e lui è Daisya – gli disse il giovane, indicando verso la porta ancora aperta. Lo invitò a seguirlo verso la macchina che aveva appena tirato fuori dal garage. – Ti do uno strappo fino al distretto di polizia, visto che è di strada per arrivare al mio appuntamento.
Lavi sorrise, davvero grato di non dover chiedere a un collega di venirlo a recuperare e di conseguenza spiegare come mai si trovasse lì con l'aspetto di uno cui era passato sopra uno schiacciasassi.
– Grazie mille! – accettò di buon grado, salendo dentro l'elegante SUV nero.
Quando raggiunse la propria scrivania, il collega, che era lì da inizio turno, lo fissò sorpreso; Lavi si lasciò cadere pesantemente sulla sedia.
– Hai un aspetto terribile – gli disse – e sei in ritardo: che accidenti hai combinato stanotte?
Lavi reclinò la testa all'indietro e chiuse gli occhi. Le tempie gli pulsavano ancora un bel po'. Ogni minimo rumore gli faceva lo stesso effetto d'un rombo di tuono e lo stomaco minacciava di rivoltarglisi da un momento all'altro.
– Preferirei non parlarne. – rispose.
Il suo collega, Allen Walker, era un giovanotto mingherlino con i capelli completamente bianchi, due occhietti vispi color grigio ghiaccio e una evidente cicatrice sopra quello sinistro. E sapeva essere molto insistente quando ci si metteva.
– Be', datti una sistemata, perché il capo ti cerca. – lo avvisò.
Ci mancava solo quello. Lavi sospirò e si accasciò sulla scrivania, coprendosi il viso con le braccia.
– Bookman! – tuonò una voce ben nota proprio in quel momento. – Alla buon'ora! C'è stato un grosso movimento di opere d'arte dalla Germania. Sospettiamo che con questo acquisto stiano cercando di riciclare il denaro sporco del traffico di droga. – Lavi sollevò la testa, lanciandogli uno sguardo interrogativo. – Sì, Bookman, quello legato alla banda che stavamo tentando di stroncare. Voglio che segui quei quadri! Dal denaro usato per comprarli al posto dove saranno esposti, tutto!
Lavi scattò in piedi e annuì.
– Agli ordini, capo! – rispose.
L'uomo annuì di rimando e indicò Allen, sempre in piedi di fronte a lui.
– Molto bene. Walker, tu lo affiancherai – annunciò – muovetevi!
– Bene, abbiamo una bella gatta da pelare. Ci servono i movimenti bancari dell'acquirente, i tabulati telefonici, eccetera. – disse Allen, appena il capo fu rientrato nel proprio ufficio.
– Lo so, lo so – rispose Lavi – preparo subito la richiesta da presentare al procuratore.
Frattanto, Marie aspettava l'arrivo del patrigno all'aeroporto. Aveva deciso di presentarsi lì un'ora abbondante prima, ed erano già diverse volte che cercava di contattarlo con dei messaggi. Sperava tanto che al patrigno venisse voglia di connettersi a internet dal sistema dell'aereo e li vedesse, ma sapeva che era improbabile. Purtroppo Tiedoll non era il tipo del padre tecnologico, e il suo tentativo non ottenne alcun risultato.
Compose un altro numero.
– Ancora niente – disse appena la persona dall'altro capo gli rispose – sono preoccupato, Day, papà non ci ha mai lasciati senza notizie tanto a lungo.
– Lo so, fratellone, lo so – rispose Daisya – ma sono sicuro che lo vedrai arrivare con la testa fra le nuvole, come sempre. E come sempre ti dirà che voleva chiamare, però gli è passato di mente.
Marie annuì, anche se il fratello non lo poteva vedere.
– Ti richiamo appena atterra il volo, allora – promise – ciao!
I passeggeri di non si sa quanti voli gli sfilarono davanti e nessuna traccia del patrigno. Adesso Marie iniziava seriamente a farsi prendere dal panico. Guardò l'ora: le venti esatte.
Riprovò a chiamare il telefono del patrigno e, quando lo trovò spento per l'ennesima volta, compose quello del fratello.
– Day, non c'è! Non è sceso e non risponde al telefono! – esclamò in tono concitato non appena sentì la voce del giovane.
– Torna al caffè – rispose Daisya – ho ricevuto un altro messaggio da papà e non promette bene.
Quando arrivò al locale, Marie si diresse di corsa verso il retro, si spogliò e poi prese posto al banco, accanto a Daisya.
– Di che si tratta? – chiese sotto voce.
Daisya gli mostrò il telefono.
– Guarda tu stesso.
Il messaggio diceva semplicemente: "Seguite i quadri".
– Che significa? – chiese Marie, confuso.
Daisya scosse la testa, l'espressione seria.
– Non ne ho idea – ammise – ma ho chiamato la gallerista di papà e lei mi ha detto che ha venduto tutti i quadri della collezione senza consultarla.
– Li ha venduti? – esclamò, facendo voltare un paio di clienti. – Impossibile! Papà non l'avrebbe mai fatto! – aggiunse, a bassa voce questa volta.
– Lo so. – concordò Daisya. – Dobbiamo scoprire dove sono i quadri adesso, solo così ritroveremo papà.
Marie scrutò il viso del fratello, cercando di penetrare oltre l'espressione furbetta che sfoggiava.
– Non chiediamo aiuto al detective?
– No, ce la caveremo da soli, se coinvolgiamo la polizia potrebbero fare del male a papà. – Daisya fece una breve pausa, grattandosi il mento, pensieroso, poi sussurrò: – Papà aveva nascosto dei GPS su ogni quadro e questo lo sappiamo solo noi. Prima rintracciamo i quadri, poi scopriamo chi li ha comprati; e ce li riprendiamo.
Quando Daisya iniziava a pianificare cose a lui sfuggiva sempre il succo del discorso. Aveva un forte sospetto di dove volesse andare a parare, però si rifiutava di considerarlo. Sostenne lo sguardo del fratellastro, pronto a esprimere i propri dubbi in proposito.
– Cosa intendi dire con 'ce li riprendiamo'? – chiese, un po' timoroso di conoscere la risposta.
– Be', se li sono presi con l'inganno, visto che non c'è nessuna traccia d'un pagamento – agomentò Daisya – ho controllato tutti i nostri conti bancari. Quindi quei quadri ce li hanno rubati; e noi li ruberemo a loro.
Marie scosse la testa. Quel piano non gli piaceva nemmeno un po'.
– Sei sicuro che non finiremo semplicemente per farci arrestare? – chiese.
– Naaaaaaa! – rise Daisya. – Con le tue capacità informatiche e la mia agilità riusciremo a cavarcela senza problemi. Faremo esattamente come nel fumetto da cui il nostro caffè prende il nome!
Marie sospirò. Anche Daisya, quando ci si metteva, sapeva essere un testone, non solo Kanda o il patrigno. Doveva essere una cosa di famiglia, anche se non erano realmente parenti. Si augurò solo che le cose andassero come diceva Daisya.
– D'accordo – concesse – aspettiamo Kanda e poi andiamo nel retro a vedere se riusciamo a intercettare almeno il segnale di uno dei quadri.
Quella sera il giovane si fece attendere; arrivò con oltre un'ora di ritardo, per di più scordando d'avvisarli che sarebbe successo; e non spiegò nemmeno il motivo, per giunta. Doveva essersi trattenuto con gli allievi del corso di Kendo, decise Marie. Era l'ultima lezione che aveva in programma di fare per quel giorno, non c'era altra spiegazione, ma comunque non intendeva affatto chiederne una, sapeva già che non l'avrebbe ottenuta. Salutò con la mano e Kanda l'ignorò, impegnato a indossare il grembiule. Alla fine, l'importante era che fosse lì.
– Andiamo – sussurrò Daisya e lui lo seguì nel retro – ora inserisco il codice e vediamo cosa ci dice la ricerca automatica.
Passarono diversi minuti e la fronte di Daisya si aggrottò in maniera preoccupante.
Marie trattenne il fiato ed espirò lentamente una, due, tre volte; dopo che il silenzio del fratello si era protratto per altri cinque minuti, si decise a dar voce ai propri timori.
– Che succede? – chiese, un velo di sudore freddo che gli si estendeva su tutto il corpo.
– Non sono sicuro – rispose il giovane – il GPS mi dice che almeno uno dei quadri è qui in città, nella galleria Noah. Non credevo che il Conte Millennio sarebbe arrivato fino a tanto, pur di possedere i quadri di papà.
Marie non riusciva a credere che il Conte si fosse sporcato le mani a quel modo, lo aveva sempre visto come una persona di classe.
– Dici che sono stati i Noah? Davvero? Se è esposto lì, potremmo andare a fare un sopralluogo domani. – suggerì.
Daisya annuì.
– Buona idea. – concordò. – Ora diciamolo a Kanda.
Kanda notò subito i fratellastri riemergere dal retro e scoccò loro un'occhiataccia, andando verso di loro.
– Che avete da imboscarvi, i clienti non si servono da soli! – sbraitò.
Quando fu loro accanto, Daisya gli riassunse brevemente la situazione, tenendo la voce il più bassa possibile.
– Purtroppo, fratellino, papà è davvero nei guai. Non era sull'aereo, continua a non rispondere al telefono e qualcuno (perché a questo punto dubito possa essere lui) ci ha mandato un altro messaggio.
Kanda lesse e non poté evitare di emettere uno sbuffo seccato. Sollevò un sopracciglio e tornò a fissare Daisya
– E quindi? – chiese, incrociando le braccia al petto.
Daisya fece il broncio, era chiaro che avesse imparato a cogliere al volo il suo atteggiamento da 'non ci credo nemmeno per sbaglio'. Non fosse stato che c'erano diversi clienti, probabilmente avrebbe alzato la voce per litigare.
– Ho chiamato la gallerista di papà – continuò invece in un sussurro – m'ha detto che papà ha venduto tutti i dipinti senza consultarla e nemmeno lei riesce a contattarlo. Tutti, capisci?
– Questo è impossibile. – rispose Kanda, spiazzato.
Daisya si colpì il palmo della mano con il pugno chiuso.
– Esatto! – esclamò.
– Immagino che parlarne alla testa rossa a questo punto non sia prudente. – considerò Kanda e vide i fratellastri annuire.
Dannazione, mai una cosa che andasse per il verso giusto nella sua cazzo di vita. Ora avrebbe anche dovuto tenere a bada il detective idiota, perché era sicuro come la morte che si sarebbe ripresentato.
– Comunque, abbiamo un piano. – annunciò Daisya e Marie scosse la testa sconsolato.
Lavi stava fissando i documenti sulla scrivania da venti minuti buoni, ed era assai probabile che il collega iniziasse a temere che si fosse addormentato sulla sedia.
Difatti, a un certo punto chiamò il suo nome.
– Lavi! – l'aveva sentito o meglio il cervello aveva registrato lo stimolo, ma non ne voleva sapere di processarlo e reagire di conseguenza. Allen mise due dita in bocca e fischiò, quindi lo chiamò di nuovo, stavolta persino più forte: – Lavi!
Il sibilo acuto del fischio gli trafisse le orecchie e lo fece saltare sulla sedia.
– Accidenti a te, Allen, che diamine succede adesso?! – chiese, vedendo il giovane proteso verso di lui e in procinto di lanciargli una pallina di carta, nemmeno fossero a scuola.
– Mi hai fatto preoccupare, sembravi diventato una statua di sale – si difese Allen – ho creduto stessi ancora male.
Lavi emise un debolissimo sospiro. Be', volendo essere onesti stava ancora male, anche se per altri motivi. La scoperta che aveva appena fatto, poi, non faceva che gettare altra benzina sul fuoco, perché i quadri che erano passati di mano appartenevano a un artista di nome Froi Tiedoll. E Froi Tiedoll aveva tre figli adottivi, secondo ciò che diceva il fascicolo che gli avevano passato: Marie Noise, Daisya Barry e Yuu Kanda.
Non poteva essere né una coincidenza né un caso di omonimia, si trattava proprio dei gestori del caffè 'Occhi di Gatto' e questo significava che avevano valide ragioni per temere che il patrigno fosse scomparso.
L'uomo faceva esposizioni dei propri lavori in giro per il mondo e, sì, era ovvio che li vendesse. La sua biografia, però, diceva anche che c'erano dieci quadri in particolare cui Tiedoll era particolarmente legato e che non avrebbe mai venduto. Il loro valore era stato stimato a una cifra folle, secondo quel rapporto. Il fatto che d'un tratto avesse venduto in blocco l'intera collezione esposta a Francoforte, quindi, era non sospetto, di più, considerato anche il compratore: la galleria Noah. La famiglia Noah, era molto conosciuta nell'ambiente e le loro attività erano un noto appoggio della criminalità organizzata per il riciclaggio di denaro, sebbene nessuno fosse mai riuscito a provarlo.
Strano che Daisya o Marie non lo avessero chiamato, visto quanto si erano mostrati preoccupati la mattina precedente. No, in realtà non era affatto strano: nove su dieci erano stati minacciati di non coinvolgere la polizia. Sospirò piano.
Be', sarebbe passato al caffè a fare un saluto, dopo tutto avevano capito che fosse interessato a Yuu, la sua presenza era più che giustificata e avrebbe potuto anche saggiare il terreno con qualche domanda.
Con tutto quel denaro come movente, non era più così improbabile che l'assenza di notizie del signor Tiedoll fosse imputabile a qualcosa di molto peggio di un ritardo o di un fraintendimento. Sì, d'un tratto condivideva la preoccupazione dei due figli maggiori: poteva davvero essere stato rapito.
Kanda non poteva credere alle sue orecchie.
– Vediamo se ho capito – disse, massaggiandosi le tempie – credete che Tiedoll abbia nascosto degli indizi per rintracciarlo nelle cornici dei suoi quadri? E perché?
– Perché se lo tengono prigioniero non ha altro modo – ribatté Daisya – siamo stati alla galleria Noah per un sopralluogo, visto che uno dei quadri risulta essere nascosto là dentro, secondo il GPS.
– Voi cosa? Ma vi ascoltate? Un sopralluogo per cosa, poi?
– Per riprendercelo, insieme a tutti gli altri.
Assurdo, era d'accordo anche Marie. I suoi due fratellastri idioti stavano davvero pianificando di rubare i quadri!
– Fate come vi pare, io non voglio saperne!
Si allontanò, non aveva tempo per quelle stronzate.
Daisya allargò le braccia con fare contrariato.
– Andiamo fratellino, ci sono altre cose da discutere! – esclamò.
Gli fece il segno del dito alzato e Marie lo tocco su una spalla per richiamarne l'attenzione.
– Cambierà idea, vedrai.
Non contateci. Già gli piaceva poco farsi coinvolgere, figurarsi in una catena di furti.
Eppure, non poteva evitare di spostare su di loro l'attenzione, di quando in quando. Un cliente dopo l'altro, si avvicinava l'orario di chiusura. Ormai era tutta la sera che li osservava e sembravano tranquilli. Forse avevano desistito o almeno così sperava. Oh, al diavolo. Cazzi loro, alla fine, se li beccavano in flagrante.
La campanella della porta annunciò un nuovo cliente. Kanda sollevò lo sguardo, fece una smorfia e sbuffò: era appena entrato il detective idiota.
– Ehi, Yuu! – chiamò a gran voce.
Come diavolo aveva fatto a scoprire il suo nome? Lo trapassò con uno sguardo omicida e si voltò verso i fratellastri riservando loro lo stesso trattamento. Avevano indovinato il motivo per cui gli stava rivolgendo quell'occhiataccia truce e stavano già scuotendo la testa con veemenza.
– Chiamami ancora per nome e ti stronco. – minacciò il giovane appena gli si sedette davanti.
Lavi sbatté un paio di volte le palpebre come chi pensa di aver sentito male, a dispetto del tono davvero aggressivo che aveva usato.
– Yuu? – ripeté, confuso.
Kanda non ci vide più. Fu un attimo, afferrò Lavi per il collo così forte che lo costrinse a sollevarsi dallo sgabello per evitare di essere soffocato. Purtroppo per lui, ormai era diventato prevedibile. I suoi amati fratellastri si aspettavano quella reazione ed erano già pronti a trattenerlo prima ancora che scattasse. Marie gli aprì la mano e liberò Lavi, aiutandolo a rimettersi seduto con un sorriso rassegnato; almeno per come lui aveva analizzato la scena.
– Sei impazzito? – gli sussurrò Daisya, con il suo irritante tono di rimprovero. – Vuoi farti arrestare per aggressione a un poliziotto?! Sta solo cercando di avere più confidenza con te, arrivaci per una volta!
– Non... volevo farvi litigare – disse Lavi – non credevo che Yuu se la prendesse tanto per il nome.
Sembrava incerto su come comportarsi, persino triste. Come dargli torto, dopo quanto accaduto? Non l'avrebbe mai creduto possibile, ma d'un tratto si sentiva in colpa.
– Perdona il suo comportamento, il nostro fratellino non sa trattare con la gente. Non sei tu – lo rassicurò Marie – Kanda è fatto così, ma si abituerà, vedrai.
Fantastico, adesso parlavano male di lui sotto il suo naso ignorando!
– Guardate che vi ascolto, cazzo di idioti! – sbottò.
Lavi rivolse uno sguardo ancora più confuso a tutti e tre, per poi fermarlo su di lui.
– Quindi posso chiamarti Yuu?
Non era nemmeno degno di una risposta.
– Tch! – fu l'unico suono che autorizzò le proprie labbra a emettere e, sì, era conscio che suonasse sprezzante.
Tuttavia, tornò al proprio posto davanti a Lavi.
Lavi gli rivolse un sorriso prudente. Si capiva che fosse in attesa che lui gli domandasse per lo meno cosa volesse ordinare da bere. Invece l'unica cosa a rompere il silenzio era la musica in sottofondo. Pretese di non essersi accorto.
Lavi si sistemò sullo sgabello, una, due volte. Si vedeva che fosse a disagio.
– Stasera niente alcool, non voglio dare spettacolo una seconda volta. – disse a un certo punto, quando fu chiaro che il silenzio fra loro si sarebbe prolungato all'infinito. Kanda gli mise davanti una soda ostentando un atteggiamento gelido e l'espressione di Lavi tornò a essere triste. – Come è andata con vostro padre? – chiese, cambiando discorso.
Kanda, per quanto continuasse ad avere seri dubbi sul rapimento, non si sentiva di correre il rischio.
– Benissimo. – rispose lapidario.
Sapeva che Marie e Daisya lo stavano osservando e non voleva dar loro materiale su cui costruire supposizioni fantasiose. Tornò a occuparsi del bancone.
Lavi lo scrutò con attenzione, cercando nell'espressione di Kanda un qualche segno che ne tradisse i veri pensieri, ma invano. Il viso del giovane aveva la capacità di diventare una maschera di ghiaccio, era incredibile come riuscisse ad annullare completamente ogni parvenza di provare sentimenti.
Tuttavia, alla luce delle informazioni in suo possesso, Lavi era certo che stesse mentendo. Afferrò il bicchiere e, nel sollevarlo, si accorse che sul quadrato di cartoncino su cui era appoggiato c'era una scritta, un numero. Sgranò gli occhi: che fosse un numero di telefono? Forse... di Yuu?! Gli aveva appena dato il suo numero nonostante avesse chiaramente dimostrato di non voler avere niente a che fare con lui?
Lavi lo inserì al volo nel telefono e inviò subito un messaggio: "Yuu?"
Il giovane fece un passo indietro con ostentata indifferenza e si appoggiò al bancone davanti alla specchiera. Lanciò un'occhiata di sottecchi ai fratellastri, per assicurarsi che fossero impegnati e poi estrasse il telefono, digitando in fretta qualcosa e infilandolo di nuovo in tasca.
Quello di Lavi trillò. Anche se con la musica non si udì troppo chiaramente, prima di leggere si affrettò a metterlo in vibrazione, come certamente aveva fatto Yuu, visto che dal suo non era provenuto alcun suono.
Il messaggio diceva: "Non voglio che quegli idioti si immischino nella mia vita".
Yuu si riferiva di certo ai due fratellastri e, be', in effetti Daisya gli era sembrato piuttosto invadente, poteva capire che a Yuu non piacesse sbandierare con chi usciva.
"Quindi, possiamo vederci stasera, quando stacchi? Ti aspetto in macchina verso mezzanotte?" Gli rispose, improvvisamente speranzoso.
Kanda si accorse che il telefono vibrava di nuovo. Questa volta, però, non lo prese. Aveva paura di attirare l'attenzione e suscitare sospetti, mandando messaggi? Probabilmente sì, perché preferì avvicinarsi a lui con lo scontrino.
Lavi lo interpretò come un sì e mise i soldi accanto al bicchiere.
– A... dopo? – disse piano.
Kanda annuì impercettibilmente e finse di pulire il bancone.
– Cerco di finire per le undici e mezza – sussurrò – mandami l'indirizzo, ti raggiungo a casa.
Lavi si alzò e si avvicinò a Daisya.
– Lieto di sentire che vostro padre sta bene – disse – devo andare ora, ma se aveste bisogno, chiamate pure.
Porse la mano e Daisya la strinse. Salutò tutti e uscì.
Kanda aveva osservato la scena fingendo disinteresse, ma Daisya lo conosceva troppo bene e aveva l'aria di non essersi bevuto la sceneggiata. Subito dopo che Lavi fu uscito gli si avvicinò.
– Cosa gli hai detto? – chiese.
Kanda sollevò le spalle con fare noncurante.
– Insisteva per sapere e gli ho detto che andava tutto benissimo. – rispose, sperando che il fratellastro lasciasse cadere la questione.
Sul volto di Daisya comparve un ghigno furbetto.
– Ottimo, così non ci starà col fiato sul collo.
– Io vado a casa tra poco – annunciò Kanda – tanto stasera è tranquilla.
Daisya gli fece cenno con la mano che andava bene e Kanda tornò al banco. Tirò un sospiro di sollievo e si preparò a staccare.
Kanda parcheggiò la moto nel vialetto della casa che corrispondeva all'indirizzo inviatogli da Lavi. Era un condominio sobrio, chiaramente un quartiere popolare, ma la cosa non lo stupiva, trattandosi di un poliziotto. Di certo non aveva uno stipendio tale da permettersi la classica villetta da famiglia benestante.
Si stava avvicinando per cercare il nome sul campanello e lo vide sbucare dallo spiraglio del portone. Non si era accorto che fosse socchiuso, la luce che illuminava l'ingresso l'aveva tratto in inganno. Si fermò davanti a lui e il giovane gli sorrise
– Non ero sicuro che saresti venuto davvero – ammise, aprendo del tutto il portoncino per farlo entrare – il tuo atteggiamento non era granché incoraggiante.
Kanda sbuffò.
– Nemmeno il tuo – ritorse, caustico – odio gli idioti che non la piantano di parlare neppure per ingoiare. Qualche volta dovresti riprendere fiato.
Lavi aggrottò le sopracciglia e fece il broncio.
– Perché ti sei preso il disturbo di venire, allora?
Giusta domanda, se l'era posta anche lui.
– Non ne ho idea.
Lavi scoppiò a ridere.
– Bon, siamo partiti col piede sbagliato. Entra, prima che qualcuno si affacci a curiosare, sentendo le nostre voci.
Ci mancavano solo i guardoni del condominio, come se non bastassero i suoi fratellastri! Sbuffò. Era arrivato fin lì, qualcosa doveva pur significare, no? Lavi gli piaceva, a dispetto della lingua sciolta. Non capiva cosa ci trovasse in lui, ma faceva sempre in tempo a mandarlo affanculo se si fosse rivelato un coglione. Sì, pensava già che fosse un coglione, intendeva un autentico coglione.
Un cane prese ad abbaiare e doveva essere parecchio grosso a giudicare dal chiasso che faceva! Di certo i vicini non avrebbero mancato di notarlo.
– Odio i cani. – sibilò, infilandosi nel vano della porta che Lavi teneva aperta per lui.
– Già, anche io. Il padrone di questo è particolarmente antipatico. Squagliamocela prima che si affacci direttamente dalla porta. Ama cogliere gli altri inquilini sul fatto per poterci litigare, quando invece è il suo cane a fare rumore. Abbaia per un nonnulla e sveglia tutti una notte sì e una no.
Davvero una bellissima notizia. Lui andava lì per starsene in pace dal ficcanasare dei fratellastri e finiva per essere tenuto sveglio da un maledettissimo cane.
– Ma che tipo interessante. – commentò in tono sarcastico.
Lavi emise un sospiro afflitto.
– Dillo a me – mormorò – è la versione maschile della 'vecchina alla finestra'. Non posso fare niente che lui è lì a giudicare. Di solito evito di organizzare appuntamenti a casa mia, se indovina che sono gay mi dà il tormento. Sai, non è quello che si può definire un tipo di ampie vedute.
Di bene in meglio, la fauna del condominio includeva almeno un bigotto potenzialmente omofobo. Già si figurava gli altri.
– A che piano? – chiese, vedendo che Lavi premeva il pulsante di chiamata dell'ascensore.
– Il terzo. Infiliamoci subito dentro così non sa chi sta salendo. Lui sta al primo piano – aggiunse premendo il numero sei – se guarda dove si ferma l'ascensore non arriva a me. Il mio appartamento è accanto alle porte, sono poche scale da scendere.
Kanda era già pentito. Gli piacevano le cose facili e soprattutto senza pressioni. Dover stare attento a non essere visto ancora prima di capire se l'eventualità di una relazione con Lavi fosse di suo gradimento, lo metteva a priori in una cattiva disposizione d'animo. Va bene, più cattiva di quando non fosse di base.
Lavi non sembrava percepire questo suo disappunto o forse l'aveva capito al volo e lo manifestava con quella sua espressione di perenne disagio e imbarazzo. Magari anche Lavi si era pentito, considerati gli attuali risvolti, e non sapeva più come gestire la situazione o come regolarsi con lui. Le occhiate di sottecchi che gli lanciava erano molto eloquenti a riguardo, era come se stesse valutando quanto oltre gli fosse possibile spingersi nell'approccio senza suscitare le sue ire ed essere respinto in malo modo.
Per quanto lo riguardava, il suo scopo principale era sottrarsi ai fratellastri impiccioni, per cui gli stava bene anche sdraiarsi su un divano e addormentarsi lì bevendo birra.
Le porte dell'ascensore si aprirono e Lavi sporse la testa, guardandosi attorno con fare sospettoso. Verificato che le luci fossero spente e tutto fosse silenzio, tirò fuori il telefono per avere un minimo di visibilità e gli fece cenno di seguirlo. Uscì fuori camminando in punta di piedi, imboccò le scale e iniziò a scendere, attento a non fare il minimo rumore.
Come gli aveva anticipato, la porta del suo appartamento era appena girato l'angolo alla fine della rampa di scale. Infilò la chiave nella toppa, la girò e spinse con dolcezza, scivolando dentro con un movimento fluido. Appena l'ebbe seguito si richiuse la porta alle spalle e accese la luce, tirando un gran sospiro di sollievo.
– Siamo al sicuro, adesso. Mettiti comodo, il salone è laggiù – indicò, rivolgendogli un sorriso tirato – prendo qualcosa da bere e ti raggiungo.
Assolutamente perfetto. Kanda non si fece pregare, seguì il corridoio ed entrò nel salone, gettando uno sguardo tutt'attorno. Ben arredata per un poliziotto, mobili sobri ma di buon gusto, un discreto divano con tanto di tavolino con la superficie in vetro piazzato di fronte e un bel televisore di media grandezza. In fondo, vicino alla finestra, il tavolo da pranzo di legno scuro, mogano forse, circondato da quattro sedie abbinate. Si lasciò cadere sul divano: molto comodo. Appoggiò la testa sullo schienale e chiuse gli occhi, concedendosi di rilassarsi un po'.
Lavi si ripresentò con un vassoio ingombro di birre, aperitivi e stuzzichini, pregustando già di poter parlare con Yuu a tu per tu, invece lo trovò abbandonato sul divano. Dormiva?
Sospirò. Serata appena andata in fumo. Di certo non se la sentiva di provare a scuoterlo per verificare, perché nel caso l'avesse svegliato avrebbe potuto prenderla male. Appoggiò il vassoio sul tavolinetto di vetro e si voltò verso Yuu e lo fissò in viso per analizzarne l'espressione con scrupolo, nemmeno si trattasse della vittima di uno dei casi che seguiva. Sperava di riuscire a carpire un indizio sull'attuale condizione di Yuu. Sonno o semplice momento di relax?
Sembrava sereno, nessun tremore delle palpebre, niente respiro irregolare o apnee. Labbra chiuse, non russava nemmeno. Alla fine dell'esame, però, restava immobile. Eh, non riusciva a decidere per il sì o per il no e non voleva rischiare. Andò a prendere una coperta e la sistemò per bene in modo da avvolgerlo fino al collo.
Si soffermò ancora a guardarlo. Gli pareva davvero scortese lasciarlo lì da solo e andare a dormire nel suo letto; gli sedette accanto con movimenti lenti, in modo da evitare il contraccolpo dell'aggiungere altro peso sul divano.
Non aveva acceso la televisione e così l'opzione era preclusa anche per lui, a meno di guardarla a volume tolto che, per inciso, gli sembrava abbastanza inutile. Unica nota positiva, la coperta era abbastanza grande per tutti e due, e avrebbe potuto accucciarsi vicino a Yuu. Fissò le birre sul tavolino: a giudicare dalla condensa, erano ancora belle fresche. Magari una avrebbe potuto bersela, prima di sistemarsi sotto la coperta.
Afferrò il cavatappi, lo posizionò sul collo della birra e fece leva: plòp! Lo sfiato della bottiglia lo fece trasalire e si voltò verso Yuu. Per un attimo trattenne il fiato, ma Yuu rimase immobile: non sembrava aver sentito il rumore, meno male! Non si era reso conto che nel silenzio della notte aprire una birra avrebbe fatto tutto quel chiasso.
Si rilassò e prese il primo sorso di birra direttamente dalla bottiglia, godendo sia del sapore forte che della temperatura. Esalò in silenzio la sua approvazione e prese un secondo sorso, appoggiando la schiena al divano.
Doveva ammettere di essere stanco. Non gli era parso, ma il bilancio della giornata, fra tutto, era stato pesante. Un latrato lontano ruppe il silenzio e Lavi tremò: no, no, no, non adesso, no, n...
– Barf!
Eccolo lì, immancabile, il cane del vicino che rispondeva con il primo, rabbioso latrato. Al successivo, sempre più furibondo, Yuu spalancò gli occhi e si tirò a sedere. La frittata ormai era fatta e l'espressione che aveva sul viso la diceva lunga sui sentimenti che provava per il cane in questione.
– Cane del cazzo!
Lavi offrì un sorriso solidale.
– Mi dispiace molto, Yuu. Un altro cane ha abbaiato e n...
– Non dormivo.
Ah. In quel caso, fingeva bene.
– Be'... – Lavi esitò, colto alla sprovvista. Si umettò le labbra. – Credevo di sì e... ecco, la birra è lì. – indicò.
Yuu la prese, stappandola con un colpo secco contro il bordo esterno del tavolo, e bevve un lungo sorso.
– Sei un detective, giusto?
La domanda gli giunse inaspettata. Si era già presentato, come faceva a non ricordarsi?
– Sì... dove vuoi arrivare?
Yuu si liberò della coperta e si alzò per avvicinarsi alla finestra dall'altro capo della stanza. Scostò una tenda e aprì un'anta. La tapparella era a mezz'asta e poté sporgersi senza tradire la propria presenza, come sarebbe successo se invece l'avesse dovuta alzare.
– Ce l'hai una pistola? – chiese a bruciapelo tirando dentro la testa.
Non riusciva a indovinare cosa gli stesse passando per la testa, quella sì, che era una domanda fuori dell'ordinario.
– Certo che ce l'ho, ma che c'entra? – rispose.
Yuu sostenne lo sguardo senza battere ciglio.
– Posso vederla? – chiese ancora.
Lavi iniziava a essere un po' preoccupato dalla direzione che stava prendendo il discorso e di conseguenza la serata, perché non erano molti i motivi per cui qualcuno avrebbe chiesto di vedere una pistola. Il primo poteva essere una sorta di perversione per le armi e lui non andava tanto d'accordo con quel tipo di roba, anzi. A dirla tutta, uno che si eccitava quando gli puntavi contro la pistola per lui era un tipo pericoloso. Il secondo motivo era anche più preoccupante, perché implicava che Yuu fosse l'altro tipo di amante delle armi: quello che le collezionava e amava usarle contro tutto e tutti. Non gli dava quest'impressione, però. Quindi non se la sentiva di dire di no, magari era una domanda innocente e l'aveva fatta solo perché una pistola vera non gli era mai capitato di vederla da vicino.
– Uh, sì? – rispose, alzandosi a sua volta dal divano.
Si avvicinò al tavolo da pranzo, sulla cui sedia aveva appeso la giacca, e la sollevò, scoprendo la fondina in cui era riposta la pistola. Sganciò il fermo e la estrasse per mostrarla a Yuu.
Con un ghigno soddisfatto la prese dalle sue mani e la sollevò per osservarla. Quando sganciò il caricatore e controllò il colpo in canna, rimontando tutto come prima inclusa la sicura, Lavi si rese conto che qualcosa di armi doveva sapere.
– Una trentotto. – commentò.
Prima che potesse fare un qualunque appunto, Yuu armò il carrello e gli sfrecciò accanto, diretto verso l'ingresso. Sbatté le palpebre un paio di volte prima di riuscire a muoversi.
– Hey! Dove vai con la mia pistola! – gridò, correndogli dietro.
– Vado ad ammazzare il cane.
E poi c'era il terzo tipo di amante delle armi, lo psicopatico. Yuu in effetti, doveva ammetterlo, aveva già dimostrato di possedere un atteggiamento un po' estremo. Lo afferrò per le spalle prima che aprisse la porta.
– No, no, no, no, Yuu, aspetta, fermo! Non puoi irrompere in casa del signor Lvellie e ammazzargli il cane!
– Perché no?
– Perché è violazione di domicilio?
– E allora?
– Ragiona, Yuu, io sono un poliziotto, non posso consentirti di fare una sciocchezza del genere!
– E cosa proponi?
Lavi tirò un sospiro di sollievo. Yuu era sì estremo, ma non era né pazzo né stupido e lo si poteva far ragionare.
– Una segnalazione alla polizia per disturbo della quiete.
Yuu sollevò un sopracciglio e sul viso gli si disegnò un ghigno compiaciuto. Sembrava divertito dal suggerimento che aveva dato, come se avesse capito che non era la prima volta che fregava il suo amato vicino di casa a quel modo.
– Sei scaltro, testa rossa. Chiamo io, così non ci andrai di mezzo. Di solito come fai? Chiami un collega?
Sì, aveva capito che la soluzione era ben collaudata, era un tipo sveglio.
– Sì. Se chiami tu, però, la segnalazione resta come precedente e se lo considerano recidivo magari lo obbligano a mettere la museruola al mostro.
Yuu sembrò anche più divertito dall'appellativo 'mostro' che aveva appena riservato al cane. Prese il cellulare dalla tasca del giubbotto, che aveva appoggiato sul divano, e compose il numero.
– C'è un cane al piano di sotto che non la smette di abbaiare. – disse appena gli rispose un operatore.
– Mi dia l'indirizzo, invio una pattuglia a controllare.
– L'indirizzo, certo. – Yuu si voltò verso di lui, in attesa.
– Centosei Library Avenue, condominio Lvellie.
Yuu ripeté l'indirizzo lasciò le proprie generalità e poi agganciò.
– Ecco fatto.
– Bella trovata dire che stavi facendo una consegna a domicilio a un inquilino del palazzo.
Yuu rimise in tasca il telefono e tornò a sedersi. Afferrò la birra e fece un altro sorso. Era evidente che non fosse più interessato al cane. Magari aspettava l'arrivo della pattuglia per godersi lo spettacolo?
– Allora? Vuoi continuare a bere? – lo apostrofò.
Si rese conto di essere rimasto imbambolato di fronte alla finestra e raggiunse Yuu, sedendogli accanto.
– Perché no?
Presero entrambi un altro sorso. Era il momento di scoprire le carte, se non in un senso nell'altro.
– Ho sentito che vostro padre ha una collezione di quadri d'inestimabile valore. – iniziò, guadagnandosi un'occhiata sorpresa; e sospettosa.
Si rese conto troppo tardi della gaffe. Oddio, Yuu stava pensando che gli avesse teso una trappola per interrogarlo?
– Patrigno – precisò invece con calma glaciale – e sì, alcuni dei quadri che ha dipinto li espone soltanto.
– Ed era in viaggio per una mostra?
– Sì. Come mai all'improvviso sei interessato?
– Domande di routine.
Dall'espressione non l'aveva bevuta, meglio non insistere. Lo fissava con un'aria così seria che gli metteva i brividi. Si sporse verso di lui e allungò una mano. Possibile che volesse... Sì, lo stava baciando e a momenti lasciava cadere a terra la bottiglia! Una parte di lui pensò che l'avesse fatto solo per evitare altre domande, ma l'altra gli gridava assai più forte di fregarsene e lui desiderava ascoltarla con tutto sé stesso.
Quando si separarono doveva avere un'espressione comica sul viso, perché Yuu sogghignò. Ne approfittò per abbandonare sul tavolo la birra quasi vuota. Yuu finì di scolare la propria e fece altrettanto. Si aspettava un commento, invece gli infilò le dita fra i capelli e l'attirò di nuovo a sé.
Be', alla fine la serata era decollata, non si poteva lamentare. Ricambiò il bacio con molto impegno; se a Yuu piaceva così, andava bene anche a lui.
La strada di fronte alla galleria Noah era deserta e le uniche luci a illuminarla erano quelle dei lampioni. Daisya si sporse dal tetto del palazzo vicino e osservò le telecamere puntate sull'ingresso principale.
– Marie, sei dentro? – sussurrò.
– Sì, adesso ti disattivo l'allarme della porta sul retro, stai pronto. – gli arrivò in cuffia. – Fatto. Mi raccomando, stai attento, non sappiamo ancora cosa ti troverai davanti una volta nella galleria.
Marie era sempre troppo apprensivo.
– Per questo ci sei tu, fratellone.
Saltò giù e inserì una tessera nella serratura elettronica, che si aprì al primo colpo. Scivolò nello spiraglio e attivò il visore a infrarossi: niente da segnalare.
– Ho visuale, Day. Avvicina il tuo smartwatch alla centralina dell'allarme, così mi connetto alla rete interna.
Daisya eseguì e rimase in attesa di una conferma. Frattanto scrutò la stanza: un magazzino con quadri ammucchiati contro ogni parete. Forse in attesa di una mostra... Chissà se quello proveniente dalla collezione del padre poteva essere là in mezzo e se ce ne fossero anche altri. Iniziò a battere il piede in terra, con sempre più insistenza.
– Allora? Che mi dici delle telecamere? Sei nel feed?
– Non essere impaziente, Day, se fai scattare un allarme sei fregato.
Un 'bip' gli fece riportare l'attenzione sull'allarme. Ora diceva 'disattivato'.
– Bel lavoro Marie! Prendo il quadro e filo via!
– Sii prudente.
Marie si preoccupava troppo. Richiamò le coordinate del GPS: avanti a destra, era vicino. Si trovò di fronte un muro, eppure il segnale lo guidava oltre. Iniziò a tastare la superficie.
– Che succede?
– Un muro, deve esserci una cassaforte nascosta dai tendaggi. Sì, c'è un lettore di schede qui.
– Lo vedo. È come quello all'ingresso, avvicina lo smartwatch.
Click. In corrispondenza di uno dei solchi che in apparenza decoravano la parete una porta si aprì e rientrò da un lato, scoprendo un'ampia nicchia.
– La 'Bambina coi Pattini'! – esclamò appena vide il primo dipinto della fila. – Lo smonto.
– Togli anche il segnalatore GPS, altrimenti ci giochiamo il vantaggio per gli altri quadri.
– Ricevuto!
Daisya prese le pinzette dalla tasca degli attrezzi sulla cintura e tolse i chiodi dal retro della cornice. Rimosse i cunei di legno incastrati all'interno del telaio con cui la tela era mantenuta distesa e l'arrotolò, riponendola in una custodia cilindrica. Si assicurò la tracolla e gettò un altro sguardo attorno.
– Sbrigati, è troppo tempo che sei lì dentro. – ammonì Marie.
– Magari ce ne sono altri, possono aver cambiato le cornici n...
Scattò l'allarme e d'un tratto l'edificio s'illuminò a giorno. Eppure aveva solo sfiorato la porta interna che portava alla zona aperta al pubblico!
– Svelto, scappa! Devi aver interrotto una fotocellula, fra poco ti saranno addosso!
Daisya scattò verso la porta da cui era entrato e s'arrampicò di nuovo sul tetto.
Kanda aprì gli occhi. C'era qualcosa che gli solleticava il naso e aveva un peso sul petto, che si rese conto essere la testa di qualcuno. I ricordi della sera precedente gli tornarono di colpo alla mente: aveva dormito con quel detective, Lavi!
Non che ne fosse pentito, era stato un piacevole cambiamento passare dalla masturbazione in solitaria a quella reciproca con qualcuno che gli andasse a genio. Non gli era mai capitato di trovare uno prima e allora? Non era colpa sua se nessuno era all'altezza.
Sbuffò e scivolò fuori dal letto. Lavi perse l'appoggio e gemette nello sprofondare di colpo fra le lenzuola, ma non si svegliò. Be', lui intanto avrebbe fatto una doccia.
Quando uscì dal bagno la televisione era accesa, Lavi doveva essersi alzato e, a giudicare dall'odore che arrivava dal soggiorno, aveva preparato la colazione. No, non gli dispiaceva affatto averlo incontrato.
– Buongiorno. – salutò vedendolo entrare.
“Uno spettacolare furto ha avuto luogo la scorsa notte alla galleria Noah. Non sono ancora noti i dettagli, ma le telecamere hanno ripreso sul tetto dell'edificio la ladra durante la fuga saltare da una casa all'altra. La gatta, come l'hanno soprannominata gli inquirenti, non ha ancora un'identità.”
Kanda fissò le immagini sullo schermo e non poté evitare di portarsi una mano al viso. Altro che gatta! Quello era Daisya, avrebbe riconosciuto ovunque il suo ridicolo cappuccio a punta col sonaglio. L'avevano fatto davvero, maledetti idioti!
– Che bel risveglio. – commentò.
– Oh, sì, mi hanno chiamato, scusa. Facciamo in tempo a mangiare, però. Ci rivediamo stasera? E... non so come dirtelo: ha rubato la 'Bambina coi Pattini', era un quadro del tuo patrigno, vero?
Meno male che Lavi aveva interpretato il suo gesto in altro modo. Gli sembrava sincero, ma come poteva esserne certo? In ogni caso, meglio non insospettirlo con un rifiuto. Avrebbe dovuto essere sempre un passo avanti a lui, pensare più veloce per capire in tempo se stesse per fregarlo. Non c'era tempo per chiarire o per spiegare e sperava di non doverlo mai fare, perché scoprire un tradimento era come ricevere una pallottola nel petto e in quel momento lui si sentiva un traditore. Lavi era un poliziotto e lui un ladro, perché adesso non poteva più tirarsi indietro.
– Sì, possiamo vederci stasera. I miei fratellastri vorranno sapere del quadro, era uno dei preferiti di Tiedoll. Lo inserirete fra le persone scomparse, adesso?
Lavi parve sorpreso da quella domanda.
– Mi avevi detto che andava tutto bene.
Già, però se Daisya e Marie avevano recuperato la 'Bambina coi Pattini', per quanto fosse stata un'azione folle, significava che avevano ragione loro e il patrigno era stato rapito.
– Questo prima del furto. Adesso parlare solo per messaggio diventa sospetto.
Lavi lo fissò incredulo e si bloccò con la padella delle uova in mano.
– Non siete riusciti a chiamarlo? Nemmeno una volta?
– No.
– Capisco. Allora sì, ti do ragione. Stasera ti aggiorno.
– Grazie.
– Io... spero che questo non cambi le cose fra noi.
Scosse la testa e Lavi si rilassò. Sedette davanti a lui e si avvicinò il piatto. Si sentiva un verme a usarlo come paravento e fonte d'informazione, ma non aveva scelta.