WARNINGS: HORROR, CHARACTER DEATH
Camarilla
Si spostava da un'ora qui e là nel fitto del bosco e il bastardo che lo seguiva con tanto accanimento non voleva proprio desistere. Kanda si voltò verso di lui, ora appollaiato sul ramo di un albero, un sorriso denigratorio sul faccino da eterno adolescente.
– Non puoi liberarti di me tanto facilmente, Kanda – lo canzonò, come se stesse ripetendo una filastrocca – io ti ho fatto. Non capisco perché devi crearti tutti questi problemi. In duecento anni, hai periodicamente l'ardire di tentare la fuga; e puntualmente io ti ritrovo e tu torni a casa.
– Tch. – sbottò Kanda, come se volesse sputare addosso al giovanetto che, alla fine, tale non era e per sua stessa ammissione: “Ho più di mille anni,” gli aveva detto, quando si era visto smascherato. “E tu ora sei come me.” Kanda non l'aveva chiesto, non lo desiderava e se aveva scelto di togliersi la vita c'era una ragione. Quel bastardo lo aveva privato del suo diritto di morire e ora pretendeva anche di privarlo della sua libertà. – Non questa volta. Ho scoperto come rompere il nostro legame. So come hai fatto a vincolarmi a te. Ho trovato 'Il Cacciatore'. – rivelò e vide un'ombra di paura fare la sua comparsa sul volto imberbe del ragazzo. Durò solo un momento, ma a Kanda bastò per avere la certezza di aver trovato l'arma giusta. – Sì, sto andando da lui.
– Non ti permetterò di morire! – gli gridò in faccia il giovanetto, i bei lineamenti ora contorti dall'ira che lo possedeva. Lo strano simbolo che gli attraversava l'occhio sinistro iniziò a brillare, così come i suoi occhi. Sollevò il braccio sinistro, la mano nera che lo contraddistingueva ora pareva cremisi, come se fosse diventata improvvisamente rovente. – Lo troverò prima di te e l'ucciderò! – Promise con una risata folle; poi schioccò le dita e scomparve.
Kanda sogghignò. Moyashi, tanto antico quanto stupido. Non sapeva se fossero stati i millenni di solitudine o un rituale magico andato storto, a dargli quell'inquietante doppia personalità. Era come se nel suo corpo coesistesse un'altra entità, che veniva a galla soltanto in determinate condizioni. Meglio per lui, si disse Kanda, così si era bevuto la storia del cacciatore, lasciandogli il tempo di trovare l'ingrediente che gli serviva per spezzare il vincolo senza dover morire; e per trovarlo gli serviva un cane. Dura per un vampiro farsi seguire da un cane, avrebbe dovuto ipnotizzarlo, ma ancora più dura trovarlo in quel bosco. Forse, se ci fosse stato qualcuno tanto pazzo da andare a cacciare lì, con un po' di fortuna...
Si concentrò per inviare un messaggio telepatico di richiamo: lo sentiva! C'era un cane nel fitto del bosco, non avrebbe avuto problemi ad attirarlo a sé e controllarlo, di modo che non fuggisse alla sua vista.
– Vieni qui, cane – chiamò, e il cane avanzò verso di lui – seguimi.
Non era mai stato uno che credeva nelle leggende; doveva ammettere però che se lui, un vampiro, esisteva, magari esistevano anche i demoni delle mandragore. Quindi era prudente seguire l'insulso rituale piuttosto che trovarsi davanti un demone incazzato. Raggiunse le radici dell'albero più antico del bosco, ai cui piedi crescevano le mandragore ed estrasse un rametto di salice, col quale tracciò tre cerchi attorno alla pianta più esterna. Poi la legò con un filo nero al collo del cane e gli ordinò di correre. La pianta si sradicò senza troppo sforzo e non accadde nulla: se fosse perché il rituale aveva funzionato non lo avrebbe mai saputo. Richiamò il cane e raccolse il suo trofeo, quindi abbandonò l'animale al proprio destino. Se il demone fosse apparso davvero, lui non lo avrebbe di certo atteso.
Aveva una tabella di marcia piuttosto tirata e intendeva rispettarla, prima che moyashi si fosse reso conto del suo inganno.
L'uomo in grado di recidere il legame lo aspettava nel profondo delle catacombe sotto la città di Innocence. Kanda non si fidava di lui come non si fidava di nessun altro a parte lui stesso, ma non aveva scelta.
– Kanda! Finalmente! – esclamò l'uomo. – Cominciavo a temere ti avesse ripreso.
Per tutta risposta, Kanda gli mostrò la radice, che Komui prese dalle sue mani con immenso stupore e reverenza.
– Komui – salutò poi – ora dimmi cosa devo fare.
– Tu? Niente – rispose il fattucchiere – sdraiati su quel tavolo, prendo gli strumenti.
Lo vide tagliare con perizia la radice magica, polverizzarne una parte e mescolarla a un liquido nero dall'odore non molto invitante. Komui lo raggiunse, la coppa in una mano e un coltello nell'altra.
Posò la coppa e rimestò un paiolo, prendendo una cucchiaiata di gamberi da un grosso vaso pieno d'olio, una manciata di alloro e una carota intera appesi a una corda e gettandoveli dentro. Intendeva dargli del cibo per umani?
– Non vorrai mica che io beva quella roba! – ringhiò Kanda, che ormai non tentava di mangiare da 'umano' letteralmente da quasi due secoli.
– Quella? – chiese Komui con aria angelica. – Naaa, è la mia cena! Zuppa di gamberi!
– Tch!
Il suono seccato non mancò d'intimorire il fattucchiere.
– Tranquillo, ora mi occupo di te! – assicurò, sedendosi accanto a lui; riprese in mano coppa e coltello, lo intinse e lo avvicinò a Kanda, che subito gli afferrò la mano.
– Attento a quel che fai, Brujo! – sibilò in tono mortale.
Komui sussultò.
– Mi dispiace, devo tracciare il disegno – si lamentò – sono sicuro che puoi sopportare il dolore!
Gli occhi di Kanda divennero due fessure, tanto lo sguardo che gli rivolse era truce. Tentava la carta dell'orgoglio, l'umano; ma gli era necessario, doveva fidarsi.
– Una mossa sbagliata e io cenerò col tuo sangue. – promise.
– Il tatuaggio che ti farò con questo inchiostro di mandragora spezzerà il vincolo e ti farà da scudo, ma per farlo devo usare il coltello rituale – spiegò Komui – io sono dalla tua parte, sai molto bene che l'antico ha la mia Lenalee. Ho tutte le ragioni per volerti in vita, be', non-vita, visto che il pagamento per i miei servigi è la sua liberazione.
Kanda sbuffò di nuovo, ma lasciò andare il braccio dell'uomo, che iniziò a incidergli la pelle del torace, proprio sopra il cuore.
Il tatuaggio aveva un aspetto strano, di un nero opaco che sembrava vivo; mentre lo osservava gli era parso di vederlo modificarsi sotto i suoi occhi. Lo toccò: era parte del suo corpo, non sembrava una cosa artificiale.
Al diavolo, si disse, non aveva tempo per quello. Richiuse la camicia bianca a scollo largo, parte del guardaroba che gli aveva fornito il suo carceriere. Non gli dispiaceva, però, davvero, era il tipico abbigliamento da vampiro: voulant su collo e maniche, ricami e quant'altro. Tanto valeva scriverlo in fronte: vampiro.
Era sul punto di trasformarsi in pipistrello per raggiungere il villaggio vicino più in fretta, quando notò una lingua nera sporgergli dalla camicia: il tatuaggio si era davvero modificato! Si era esteso, aveva contornato il disegno base con una corona di fiamme nere a mezza luna, rivolte verso la sua spalla. Allora quel che gli aveva detto il fattucchiere era vero! Si stava adattando a lui e ai suoi poteri. Bene, funzionava. In quel caso, moyashi doveva essersi già accorto di averlo perso!
Si lasciò andare a una sottile risata malvagia a labbra strette. Poi, mutò e prese il volo.
Quando entrò nella taverna del paese, tutti gli sguardi si puntarono su di lui, ma Kanda li ignorò. Si avvicinò all'oste e chiese se c'erano incarichi per un cacciatore di vampiri. La tensione nella stanza cessò a quella dichiarazione e l'oste indicò la bacheca in fondo alla sala, intasata di manifesti vari.
– Grazie. – gli disse secco e attraversò la sala. Il suo cacciatore doveva essere nei paraggi, se si concentrava poteva sentirlo. Non sapeva perché lo stesse cercando, né cosa significasse il legame che condividevano. Una sola cosa era certa, dovevano uccidersi a vicenda e lui intendeva fare in modo che ci andasse di mezzo anche moyashi.
Una coppia di avventori entrò in quel momento e Kanda gettò loro un'occhiata in tralice. Strana coppia, uno un vecchio nanetto e l'aspetto di un cinese, a giudicare dagli abiti e dal codino di capelli che spuntava dalla testa rasata, l'altro un giovanetto alto e prestante, capelli rosso fuoco, vestito con un poncho messicano. Li sentì avvicinarsi alle sue spalle, dopo aver rivolto la sua stessa domanda al locandiere: anche loro cacciatori, molto bene.
– Non sei un cacciatore – lo apostrofò il vecchio – chi sei?
Kanda curvò le labbra in un sorriso crudele e si voltò, intenzionato a ucciderli entrambi e poi a cibarsi del resto degli avventori, ma il viso del giovane fu uno shock troppo grande: Lavi.
L'uomo che aveva amato e che era morto fra le sue braccia per mano dell'inquisizione cristiana era vivo e vegeto davanti a lui. No, impossibile, la somiglianza era impressionante, ma non poteva essere lui, troppo giovane; e troppo vivo.
– Yuu?! – esclamò infine il giovane, dopo essere rimasto a fissarlo con la stessa espressione scossa sul viso.
Come poteva conoscere il suo nome di battesimo? Lo aveva abbandonato quando era diventato un immortale... da allora, non lo aveva rivelato a nessuno. Che fosse davvero Lavi? Poi d'improvviso comprese: la maledizione che gli aveva lanciato quel fraticello grassoccio. Vedendolo baciare un altro uomo, per giunta in punto di morte, e pugnalarsi sul corpo di lui, il frate aveva biascicato parole arcane e poi gli aveva detto: “Non ci sarà vita in cui non sarete nemici.”
Certo non immaginava che lui non sarebbe morto, almeno non come intendeva la morte lui. Ora si spiegava perché la storia del 'cacciatore' fosse venuta fuori solo di recente, da un vecchio libro di magia. L'aveva trovato, infine, quello era il suo cacciatore! E lui non poteva volerlo morto, quella era la sua condanna.
– È lui? – chiese Bookman. – L'uomo dei tuoi ricordi? – Lavi annuì di nuovo. – Dovevo capirlo. Un vampiro.
Kanda gli rivolse un ghigno crudele. Con lui non aveva legami, non lo avrebbe risparmiato.
– Nonno, non ucciderlo – supplicò Lavi, mandando a monte i suoi piani. – Ci deve essere una cura!
– Non c'è. – rispose il vecchio.
Kanda colse l'occasione per allontanarsi da loro o li avrebbe consegnati a moyashi se lo trovava lì con loro. Lui sapeva di Lavi, lo aveva strappato dalla sue braccia per trasformarlo. Uccidere o rendere un succube la sua reincarnazione sarebbe stata una vittoria strepitosa, per quel bastardo!
Avrebbe dovuto cambiare piano, coinvolgere Lavi in una lotta mortale non era più un opzione. Si stava per trasformare in pipistrello, quando un altra creatura della notte entrò sfrecciando dalla porta aperta e prese forma umana al centro della sala: moyashi, con in braccio l'attuale succube, Lenalee.
– Sembra che io riesca a ritrovarti lo stesso, Kanda – gli disse in tono folle – e ora ti punirò come meriti, per avermi tradito. Peccato, lei mi piaceva. – disse, mentre la decapitava con un gesto secco.
Un urlo provenne dalle loro spalle e sulla porta apparve Komui, stravolto dal dolore.
– Lenalee! Noooo!
Preda di una furia cieca, l'uomo si scagliò contro quello che chiamava l'antico, deciso a vendicarsi.
Ritenendola un'occasione unica, anche il nonno di Lavi, ben sapendo chi avevano di fronte, estrasse le proprie armi, iniziò una litania e attaccò.
A Kanda non importava nulla di tutti loro, il suo unico pensiero era proteggere Lavi. Scattò verso di lui e l'afferrò, cercando di allontanarlo dalla mischia.
– Nonno! – gridò Lavi, vedendo il vampiro trasformare il proprio braccio in artiglio e ghermirlo, dopo aver scagliato Komui contro la parete.
– Patetici umani – rise Allen Walker e insieme a lui l'antico che abitava il suo corpo – cosa credete di fare? Muori. – disse scagliando la propria preda a terra e poi trafiggendola.
– Nonno! – urlò ancora Lavi, trattenuto con forza sovrumana da Kanda.
Ci fu un altro rumore e un paletto molto spesso spuntò dal petto dell'antico, che si limitò a fissarlo con aria noncurante.
– Non vi date mai per vinti, nemmeno quando è chiaro che sarà tutto inutile. Un misero paletto di frassino non può uccidermi, niente lo può! – gridò, afferrando la punta dell'arma come se per lui fosse un'inezia.
Komui non aspettava altro: si sentì un click e il paletto s'aprì nel petto del vampiro, liberando acqua santa e un'anima d'argento, ormai dentro di lui. L'urlo di agonia echeggiò tutto intorno, ma Komui non aveva terminato il lavoro: abbracciò Allen ed evocò il fuoco, che iniziò a consumare entrambi.
Kanda fissò le fiamme con soddisfazione e meraviglia: per come bruciavano, gli abiti del fattucchiere dovevano essere zuppi d'olio. Komui lo aveva liberato davvero, alla fine.
Lavi tremava fra le sue braccia, annichilito per lo shock; Kanda lo prese in braccio e, senza voltarsi indietro, lo portò via con sé.
Ora che moyashi era cenere, la villa gotica che si era fatto costruire come dimora diventava sua e intendeva usarla. Portò Lavi nella propria camera e lo posò sul grande letto a baldacchino, sperando che si riprendesse presto. Gli indusse il sonno, gli serviva del vero riposo. Nel frattempo, lui sarebbe andato in cerca di cibo umano, quello che il suo Lavi preferiva, sperando non fosse cambiato.
Al suo ritorno, posò una mela sul tavolinetto accanto al letto.
– Yuu... – mormorò l'occupante.
– Lavi – rispose Kanda, cercando di soffocare lo charme di vampiro con lui – tu... ricordi?
Il giovane annuì e gli tese la mano. Era così pallido, lo sguardo addolorato, che Kanda lo baciò di getto, stringendolo a sé.
– In ogni sogno che facevo, c'eri tu. – rivelò, abbandonandosi fra le braccia di lui.
– Ti voglio. Spogliati e poi vieni da me.
L'ordine colse nel segno e il giovane in un attimo fu nudo davanti a lui. Kanda gli passò una mano fra i capelli ribelli e unì di nuovo le loro labbra, finché Lavi gli porse il collo, invitante, sensuale. No, non poteva resistere. Lo morse, prima solo per saggiare, poi più forte. Si tirò indietro, timoroso di perdere il controllo di sé e farne un succube o peggio prosciugarlo.
– Sono tuo – gli sussurrò Lavi – non ho paura di ciò che sei. Prendimi come preferisci, nutriti di me, se hai voglia.
Un invito come quello... Kanda non seppe resistere e lo morse di nuovo, stavolta con più decisione. I suoi canini penetrarono la carne rosea del collo e lui bevve avidamente. Lavi gemeva contro di lui, tracciando con le dita i contorni del tatuaggio, toccandolo come poteva, assaporando il piacere delle labbra sul collo, la sensazione della bocca che beveva bramosa.
Ci volle tutta la forza di volontà di Kanda per smettere di succhiare. Lo sorresse contro di sé e gli sollevò il viso, incontrandone lo sguardo perso. No, non voleva annullarlo. Voleva indietro il suo Lavi.
– Devi mangiare – gli disse – è tutto sul tavolo. Torno dopo.
Lo fece sedere e lasciò la stanza.
Kanda non sapeva cosa fare. Tornato in sé, Lavi avrebbe ricordato la tragica fine del nonno, che in parte era colpa sua. Come avrebbe reagito? Eppure, non voleva averlo accanto come un pupazzo al suo comando, voleva di nuovo il suo amante e compagno di vita. Doveva imparare a controllare il proprio potere, cosa che in tutti quegli anni gli era parsa totalmente inutile, visto che assoggettare al suo volere gli umani era esattamente ciò che voleva fare. E ora non aveva più un 'maestro'.
Però sapeva a chi rivolgersi, ora che Komui era morto. Poteva essere pericoloso, ma valeva la pena di tentare.
– Cross. – chiamò dalle ombre, appollaiato sul davanzale del lucernario da cui si era appena introdotto nelle stanze del mago.
– Sono qui, Kanda. – rispose l'uomo, apparendo da un lato della stanza – perché mi cerchi?
– Komui è morto. L'antico è morto. Mi serve un amuleto.
– Sì, sono a conoscenza di ciò che hai causato – gli disse Cross in tono divertito – e so anche perché ti serve l'amuleto. Come intendi pagarmi?
Kanda emise un suono sprezzante e mostrò i canini nel sibilare la propria risposta.
– Dimmi cosa vuoi.
– Oh, un po' del tuo sangue sarà sufficiente.
– Affare fatto.
Cross assunse un'espressione assai compiaciuta.
– Portami qui il tuo succube.
Kanda annuì e sparì di nuovo attraverso il lucernario.
Lavi lo stava aspettando ancora seduto al tavolo del bellissimo salone. Aveva mangiato e bevuto e ora si guardava intorno strabiliato dalla bellezza degli affreschi sul soffitto e dei quadri alle pareti.
– Yuu! Sei tornato! – esclamò appena lo vide.
– Sì, ti porto a vedere una persona. – rispose, tendendogli la mano.
Il giovane la prese senza dire una parola ed entrambi svanirono nella notte.
Quando tornarono, dalle orecchie di Lavi pendevano due orecchini a cerchio rossi come il sangue e Kanda non poteva escludere che Cross non avesse usato parte del suo sangue per realizzarli. L'importante era che funzionassero e lo avrebbe testato la sera seguente; era quasi l'alba, tempo di dormire per lui. Si sdraiò sul letto accanto a Lavi, ancora incosciente. Se si fosse svegliato prima di lui, Kanda confidava che non lo avrebbe disturbato.
Quando riaprì gli occhi, Lavi era seduto accanto a lui e lo guardava, probabilmente vegliava sul suo sonno da un po'.
– Yuu? – chiamò. – Chi ti ha fatto questo?
Kanda emise uno sbuffo contrariato. Non avrebbe voluto rispondere, ma glie lo doveva.
– Il vampiro che tuo nonno ha contribuito a uccidere.
– Quando?
– Più di duecento anni fa.
– Sono morto da così tanto... Mi dispiace averti lasciato solo tutto questo tempo.
Lavi ricordava. Kanda scosse lentamente la testa, le labbra curvate in un pallido sorriso.
– Non è colpa tua – disse – ci hanno maledetti, dopo che sei morto. – Lavi sgranò gli occhi: chi? Chi poteva essere stato così crudele con loro? Ah, certo uno dei preti che li avevano condannati, non c'era alcun dubbio! – Un frate. – rispose Kanda alla sua domanda silenziosa.
Lavi sospirò.
– Hai fame? Nutriti pure di me.
Kanda fremette, la tentazione era sempre così forte... Lavi sembrava in sé, il suo invito era sincero. Si avvicinò di più a lui, fino a sedergli accanto, poi lo prese fra le braccia, baciandolo con voracità. Lavi si lasciò spingere sul letto e circondò la schiena dell'amante con entrambe le braccia, premendolo contro di sé. Come la volta precedente, Kanda lo morse piano diverse volte prima di affondare i canini appuntiti nel suo collo. Lavi gemette, inarcando la schiena, permettendo a Kanda di assaporare a pieno il suo sangue fresco, berne a volontà, fino a ottenebrargli la mente. Stava per perdere conoscenza quando Kanda si staccò da lui, un rivolo di sangue che gli colava lungo il mento e gli occhi dello stesso colore. Lavi gli carezzò il torace, poi allungò la mano a pulirgli il sangue dal viso perfetto.
Non c'era bisogno che parlassero, Kanda si chinò di nuovo a baciarlo, toccandolo in modo molto esplicito e Lavi reagì, rovesciandolo dall'altro lato del letto, ora in controllo, seduto sopra di lui. Gli baciò il tatuaggio, più e più volte e poi lo morse, arrivando fino al collo, facendolo gemere forte, poi ne reclamò le labbra con la stessa passione bruciante che Kanda gli aveva dimostrato poco prima e Kanda si lasciò andare. Questo era ciò che bramava, un compagno che sapesse soddisfarlo di sua volontà. Lavi iniziò a spogliarlo e Kanda glie lo permise, occupandosi al contempo degli abiti di lui. Qualche momento dopo erano nudi sopra le lenzuola di seta nera, Lavi su di lui, dentro di lui, entrambi in preda all'estasi più profonda.
Quando giacquero esausti uno sull'altro, Kanda aveva una sola domanda da fare: – Resterai con me?
– Hai qualche dubbio? – rispose Lavi, rivolgendogli un caldo sorriso appassionato. – Voglio passare l'eternità con te, trasformami.
– No.
– Perché mai? Vuoi che invecchi e muoia davanti ai tuoi occhi?
– Certo che no, ma sei troppo giovane.
– Ho sedici anni!
– Appunto, attenderemo che tu ne compia venti, poi ti renderò un vampiro, se lo vorrai.
Lavi gli sorrise di nuovo e lo baciò ancora e ancora. Sarebbe stata una lunga attesa, ma era certo che ne valesse la pena.